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Emigranti creativi

L'architetto di igloo in Norvegia, il laureato in lingue che diventa rockstar in Lettonia, la fotografa specializzata in gravidanze a Ibiza. Storie di uomini e donne che lasciata un'Italia poco generosa di opportunità si sono inventati un lavoro e hanno realizzato il loro sogni. Le racconta Federico Taddia nel libro Fuori luogo

Sebastiano Guanziroli
21 Luglio 2010

Sentirsi “fuori luogo”, fuori posto, non sentirsi considerati né valorizzati dal proprio Paese, è un buon punto di partenza per due comportamenti molto diversi: rimanere e lamentarsi (e i più intraprendenti scrivere lettere ai giornali per denunciare l’immobilismo del proprio Paese), oppure andare e cercare un altro luogo, un altro posto.

Libro Fuori Luogo, ed. FeltrinelliFuori luogo (Feltrinelli editore) è un libro che raccoglie le storie di chi se ne è andato per trovare il proprio luogo, facendo un passo ancora più in là dei cosiddetti “cervelli in fuga”: i protagonisti infatti non sono semplicemente andati all’estero a fare il lavoro che facevano in patria, ma si sono inventati una nuova vita.

Le storie, diciannove, sono il risultato di una selezione tra tante che erano già state raccontate da Federico Taddia e Claudia Ceroni nel programma radiofonico “L’altrolato”, in onda su Radio2.

«Il libro ha una genesi strana – racconta Taddia – Io sono appassionatissimo di storie piccole, che non fanno notizia, e mi piace cercare di farle diventare notizia, di renderle storie esemplari. La missione che ci eravamo dati per il programma era quella di trovare italiani “imprevedibili”, ma a poco a poco ci siamo resi conto che vivevano quasi tutti all’estero, dove in tanti hanno trovato, o meglio si sono creati, un habitat ideale».

Un po’ come dire che in Italia è molto più semplice essere prevedibili e muoversi su strade già battute? «Esattamente – prosegue Taddia – In realtà molti di loro sono personaggi davvero un po’ eccentrici, ma ci siamo accorti che vengono considerati eccentrici più che altro in Italia, dove si tende a uniformarsi di più, mentre all’estero sono “normali” in tutto e per tutto. Alcuni fanno cose un po’ da matti, ma alla fine è proprio per questo che sono pagati…».

 

Federico TaddiaFatte scorrere velocemente come fossero brevi titoli di biografie, in effetti le storie raccolte danno un po’ quest’idea: Luca, architetto di igloo in Norvegia; Licia, pastore anglicano negli Usa; Dario, etnomusicologo a Helsinki, e così via. Ma quando le si va a leggere, denotano tutte una capacità di analisi e un’inventiva tutt’altro che “da matti”: «Sono storie davvero diverse tra loro, che hanno in comune la voglia di non piangersi addosso e la volontà di trovare i mattoni giusti con cui costruire la propria identità. I nostri protagonisti non sono “eccellenze scientifiche”, se vogliamo definirle così, ma eccellenze per la mentalità aperta che hanno saputo dimostrare. Un buon esempio è l’architetto che è andato a vivere in Germania e che, dopo aver notato che c’era una nicchia di persone interessate alle case sugli alberi, si è inventato questo lavoro e ora progetta e costruisce, con grande successo, proprio case sugli alberi. A me poi piace molto la storia di Roberto, un ragazzo sardo che dopo aver studiato lingue è andato a vivere in Lettonia e là è diventato una vera e propria rockstar. Oppure quella della fotografa romana che, trasferitasi a Ibiza per seguire il fidanzato, ha scoperto che c’erano un sacco di donne incinta desiderose di avere un book fotografico della propria gravidanza: così si è specializzata in questo settore e ora lavora tantissimo in Spagna e anche in Italia. Certo, alcuni poi sono pericolosamente vicini alla cialtroneria, per esempio i ragazzi che hanno formato un gruppo punk in Cina e fanno cover di pezzi italiani che i cinesi non conoscono. Ma, a modo loro, ce l’hanno comunque fatta».

Tanti avevano già provato a inserirsi professionalmente nel nostro Paese, ma con scarsi risultati e soprattutto con un diffuso malessere per quel sentirsi fuori luogo in un’Italia che invece di promuovere e incoraggiare, rallenta e spegne l’entusiasmo. Eppure, secondo Taddia, i protagonisti non sono animati da rancore: «Abbiamo colto poca voglia di fuga, ma una grande allergia al “freno a mano tirato” che è oggi l’Italia: qui si vive bene, lo sanno tutti, ma a queste persone non bastava più semplicemente il vivere bene. Si sentivano inascoltati, in alcuni casi addirittura colpevoli di essere giovani in un Paese che non aiuta i giovani. Eppure in tutti i casi che abbiamo incontrato abbiamo notato che la valigia è stata fatta non “contro” l’Italia, ma andando “verso” un paese nuovo. Non c’era una volontà di abbandono, ma un andare da chi si riteneva desse migliori possibilità di trovare la propria identità».

Dalla lettura di “Fuori luogo” emerge l’ammirazione e la simpatia per chi ha saputo prendere in mano la propria vita e inventarne una nuova. Una scelta che è comunque sempre difficile, anche oggi che il mondo e le informazioni sono a portata di clic, e che in questo caso lo è ancora di più, perché comporta un duplice salto nel vuoto: cambiare lavoro – addirittura crearne uno che non c’è – e cambiare paese. «Le storie del nostro libro – conclude Taddia – insegnano che, se si ha una passione, è molto più facile e naturale prendere una decisione importante e radicale come il cambio di vita. Per molti di loro, poi, quella precedente non era una vita piena, perché la vita vera è quella che prima sognavano e che dopo hanno realizzato. Molti dei protagonisti danno la colpa, o meglio il merito, al destino, ma la verità è che sono stati loro a indirizzarlo e orientarlo».

Eternal wanderer, album di mamnaimie busy/flickr

 

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