Wise Society : Jeremy Rifkin: «La terza rivoluzione industriale passa per il Green New Deal»
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Jeremy Rifkin: «La terza rivoluzione industriale passa per il Green New Deal»

L'economista americano in Italia per presentare il suo libro, spiega avverte che restano pochi anni al mondo per intraprendere un vero cambiamento economico, politico e sociale all'insegna del green e della sostenibilità

Michele Novaga
23 ottobre 2019

«Ci resta poco tempo, meno di 11 anni per trasformare la nostra civiltà. Abbiamo bisogno di fare un passo indietro e domandarci come siamo arrivati a questo punto. Gli ultimi due scioperi dei giovani di Fridays for Future sono stati coinvolgenti e per la prima volta ci siamo trovati di fronte ad una rivolta della razza umana. Questa è la strada: bisogna agire tutti insieme come se la razza umana fosse una sola specie e come non è stato fatto prima d’ora», esordisce così l’economista e sociologo Jeremy Rifkin alla conferenza di presentazione del suo libro “Un Green New Deal globale” al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica di Milano.

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Jeremy Rifkin – Foto Ufficio Stampa Museo della Scienza Milano

IL CAPITALISMO E’ MORTO – Un discorso tutto d’un fiato per indicare la via da intraprendere sin da subito: «La civiltà fossile sta collassando in tempo reale: il costo dell’energia solare ed eolica è scesa sotto quello del gas naturale, del carbone, dell’energia nucleare. La caduta della civiltà fossile arriverà entro il 2028. Dobbiamo per questa data ridurre le emissioni di gas serra del 45%», aggiunge il pensatore nato a Denver 75 anni fa che prima di spiegare il suo green new deal racconta perché il capitalismo ha fallito: «Cosa c’è di sbagliato in questo sistema? Sette persone nel mondo posseggono le stesse ricchezze di 3,5 milioni di persone, la metà della popolazione della Terra».

Secondo Rifkin la trasformazione del capitalismo passa dalle energie rinnovabili che ognuno può farsi anche a casa propria e così come disporre dell’energia prodotta in maniera alternativa ai sistemi tradizionali, dall’economia circolare, dal riciclo e dalla condivisione. «La chiave è passare dal mercato che ormai è lento nelle sue trattative tra compra e vendita al mercato digitale, da venditori e compratori dobbiamo spostarci dal PIL a indicatori di qualità della vita, dalle esternalità alla circolarità». Tutto questo senza imporre nuove tasse. «Dobbiamo creare sistemi puliti, banche green che emettano obbligazioni green. Serve un investimento di trilioni di dollari – investendo i soldi che stanno uscendo dal mercato dei combustibili fossili – che verranno ripagati creando nuove infrastrutture, nuove efficienze creando nuovi posti di lavoro e nuove aziende».

LA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE – Una terza rivoluzione industriale insomma. E se la prima, quella del diciannovesimo secolo, era basata sul carbone e su un sistema ferroviario che rappresentava l’infrastruttura comune per far muovere le società, se la seconda, quella del ventesimo secolo, con la scoperta dell’elettricità e delle nuove comunicazioni come il telefono aveva puntato sul motore a scoppio alimentato dal petrolio e sulle grandi infrastrutture stradali, la terza deve passare attraverso un nuovo sistema di comunicazione, nuove sorgenti di energia e nuova sistema di mobilità e logistica.

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La copertina del nuovo libro di Jeremy Rifkin

Ma chi si deve fare carico di questa rivoluzione? «Non gli stati nazione che però creeranno le normative, regole e standard daranno i soldi a organizzazioni come la Ue che attraverso le sue strutture ripartirà i soldi verso le regioni. Ogni regione deve lavorare perché nessun governo riesce a elaborare una strategia. Ogni territorio dovrà essere responsabile dei propri 90 kilometri di biosfera».

DALLA GLOBALIZZAZIONE ALLA GLOCALIZZAZIONE – Un passaggio dal concetto di globalizzazione a glocalizzazione quindi che trasferisca la responsabilità dagli stati nazionali alle regioni che saranno così autosufficienti e resilienti. Una rivoluzione che per Rifkin «sta per arrivare velocemente così come è stato per internet. Dobbiamo adottare e abituarci a questo nuovo modello di business, altrimenti saremo fuori dai giochi. Serve la collaborazione di tutti perché la natura, sole, vento sono connesse tra loro in ogni parte del mondo. Visto che i disastri avvengono in modo così veloce i governi e i cittadini devono imparare a lavorare insieme e a guardare agli errori del passato perché non ne avvengano di nuovi».

Ma forse il cambiamento più grande è quello delle coscienze. «Non sarà più necessario combattere guerre e far morire persone per accaparrarsi le migliori risorse come il petrolio: nessuno morirà più per il sole. Perché il sole e il vento sono ovunque».

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