Wise Society : Coniugare profitto e codice etico è la sfida della finanza sostenibile
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Coniugare profitto e codice etico è la sfida della finanza sostenibile

Alla "Settimana dell’investimento sostenibile e responsabile (Sri)" per ripensare il mondo della finanza che è in continuo cambiamento e sempre più improntato all'etica. In Italia, però, c'è ancora molta ignoranza in materia

Vincenzo Petraglia
11 novembre 2013

Image by © Ocean/CorbisLa profonda crisi economica che stiamo attraversando ci pone in maniera sempre più pressante di fronte alla necessità di ripensare il mondo della finanza, abbandonandone l’aspetto più prettamente speculativo e recuperandone invece il legame con l’economia reale. Una finanza sostenibile, basata sul rispetto di un codice etico, capace di coniugare il profitto per gli investitori e la salvaguardia degli interessi altrui e del mondo in cui viviamo, rappresenta senz’altro una delle possibili risposte al problema. Di questo e degli strumenti pratici per attuare un nuovo modello finanziario si è parlato nel corso della Settimana dell’Investimento Sostenibile e Responsabile (Sri) con eventi, dibattiti e tavole rotonde in diverse città italiane, promossa dal Forum per la Finanza Sostenibile (www.finanzasostenibile.it).

«Uno degli scopi fondamentali della finanza sostenibile – ha sottolineato a Milano, nel corso della giornata di apertura, Alessandra Viscovi, presidente del consiglio di amministrazione del Forum – è creare valore per l’investitore attraverso una strategia orientata al lungo periodo, tale da ridurre al minimo il rischio d’investimento grazie a una governance guidata da considerazioni di natura etica, ambientale e di salvaguardia dei diritti umani. Scandali ed errori del passato hanno d’altronde ampiamente dimostrato che la non attenzione da parte delle aziende a tutto ciò conduce a una perdita di reputazione nei confronti degli stakeholder, con conseguenze devastanti sui propri titoli. Ecco perché investire in fondi sostenibili e responsabili conviene, sia perché si contribuisce al bene comune sia perché si rende più sicuri e affidabili nel tempo i propri investimenti».

La redditività dei fondi Sri è in linea con gli altri

Uno degli elementi di fondo emersi nella Settimana dell’Sri è proprio la necessità di superare la vecchia logica della beneficenza legata ai fondi etici. «Nell’immaginario collettivo italiano – ha spiegato sempre nel corso della giornata di apertura milanese Tiziana Togna, condirettore centrale della Consob – i prodotti di investimento socialmente responsabile sono spessissimo ancora ricondotti alla semplice vecchia logica del fare del bene attraverso onlus e quant’altro, ma in realtà oggi i fondi Sri non sono più soltanto questo. Investire in fondi etici può voler dire anche questo, certo, ma significa pure contribuire allo sviluppo di un Paese perché fanno capo ad aziende che nel loro modus operandi salvaguardano il bene comune attraverso, per esempio, la salvaguardia dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori e quant’altro. Come pure – ha concluso – bisogna sfatare il mito che l’etico non renda, che cioè investire in fondi etici comporti costi maggiori per il cliente e significhi rinunciare alla profittabilità, mentre invece ampi studi hanno dimostrato che la redditività dei fondi Sri è perfettamente in linea con quelli tradizionali».

Quello che emerge è, dunque, un problema di informazione nel nostro Paese che va indubbiamente colmato, anche attraverso una maggiore trasparenza della comunicazione, se si vuole consentire a un mercato dal potenziale altissimo (ad oggi in Italia, sul totale degli asset gestiti l’Sri pesa soltanto per l’1.2%, come emerso dalla ricerca “Green, Social and Ethical Funds in Europe 2013”, realizzata da Vigeo in collaborazione con Mornigstar e presentata proprio in occasione della Settimana della Sri) di attecchire in maniera sempre più decisa anche da noi, allineandolo a paesi in tal senso più evoluti, in primis Francia e paesi nordici.

A dimostrarlo anche i dati emersi dalla ricerca “Gli italiani e l’investimento sostenibile e responsabile”, condotta da Doxa Metrics e presentata per la Settimana della Sri, che registra come solo il 23%  degli italiani affermi di conoscere i prodotti di investimento socialmente responsabile, mentre ben il 77% ne abbia solo sentito parlare e il 47% si dichiari disposto a modificare le proprie scelte di investimento a favore di prodotti Sri.

Cartina al tornasole di una tendenza ormai in atto anche nel nostro Paese, quella della «riscoperta – come l’ha definita nella giornata di apertura della Settimana dell’Sri il professor Giuseppe De Rita, presidente del Censis – del cosiddetto scheletro contadino». Vale a dire, ha spiegato, «la tendenza alla riscoperta di vecchi valori e all’interrogarci di più su quanto ci circonda, oltre al ritorno, dettato dalla crisi che stiamo vivendo, dell’italiano medio alla sobrietà e al controllo rigoroso dei propri consumi. Un atteggiamento che comporta di conseguenza il desiderio di una maggiore comprensione della realtà, che in ambito finanziario si traduce nel porsi maggiori domande sulla natura dei propri investimenti e sull’impatto che essi hanno sulla propria vita e su quella della società».

 

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