Wise Society : Raffaele Alberto Ventura: «Un nuovo senso di comunità per salvarci dal collasso collettivo»
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Raffaele Alberto Ventura: «Un nuovo senso di comunità per salvarci dal collasso collettivo»

Archiviato il G20 di Roma e con la Cop26 di Glasgow che rimane l'ultima occasione per risolvere la crisi climatica, il punto del noto sociologo e scrittore milanese per capire le vie d'uscita dai meccanismi "schizofrenici" della società contemporanea

Vincenzo Petraglia
1 Novembre 2021

Archiviato il G20, che ha visto riuniti (con risultati soddisfacenti soltanto a metà) a Roma tutti i grandi della Terra per affrontare temi di vitale importanza quali clima e disuguaglianze globali, pandemia e ripresa economica, e con la Cop26 che rimane l’ultima occasione prima del punto di non ritorno per risolvere la crisi climatica, Wise Society ha incontrato il sociologo e scrittore italiano Raffaele Alberto Ventura, autore, nel 2017, di Teoria della classe disagiata. Uno dei libri d’esordio in assoluto più acclamati e discussi degli ultimi anni nel quale lo studioso milanese classe 1983 ha tracciato uno spaccato a tinte fosche sui quarantenni di oggi e sui meccanismi “schizofrenici” della società contemporanea.

Oggi è fra le firme più interessanti e prestigiose del panorama sociologico internazionale grazie alle analisi talvolta “spietate” che ha esplicitato in diversi altri libri – come per esempio La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale e Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti – toccando alcuni dei temi più importanti per la nostra società e il nostro futuro.

Con lui abbiamo parlato di mobilità sociale (discendente ormai da tempo!), consumi e pandemia, sistema economico e lavoro, populismo e complottismo e possibili vie d’uscita dalle tante contraddizioni ormai consolidate nella nostra società. Per esempio attraverso «nuovi modi di fare comunità per cooperare».

Raffaele Alberto Ventura

Raffaele Alberto Ventura è autore di svariati libri che scandagliano a fondo la nostra contemporaneità.

Qualche anno fa ha scritto un libro che ha fatto molto parlare, Teoria della classe disagiata. Che impatto ha avuto la pandemia sulla “classe disagiata” che descrive nel libro?

Parlo di “classe disagiata” per descrivere quell’ampio segmento di ceto medio o piccola borghesia che subisce gli effetti della mobilità sociale discendente pur conservando le abitudini di consumo che ha acquisito in precedenza – come tracce slavate di un’antica condotta razionale resa ormai disfunzionale dallo sfasamento tra realtà e aspettative. Con la pandemia questo sfasamento si è accentuato: da una parte una certa quota di risorse private è stata erosa per svernare in tempo di crisi; e poiché le risorse della classe media italiana sono uno stock che non si rinnova, ogni crisi ci avvicina al suo esaurimento.

Ma la reazione a questo esaurimento è paradossale: visto che gli investimenti necessari per la riproduzione sociale continuano ad aumentare quanto più si accentua la concorrenza per le posizioni in seno alla classe media, è comunque necessario continuare a consumare e consumare sempre di più. La classe disagiata scompare soltanto quando il ciclo del declassamento è definitivamente compiuto.

Ci sta insegnando qualcosa questa pandemia o si sta invece rivelando una grossa occasione mancata per tutti?

La società in cui viviamo è gestita attraverso un insieme di processi e sottoprocessi, formali e informali, che bene o male garantiscono l’approvvigionamento delle risorse, lo smaltimento degli scarti, la sicurezza, eccetera. Questo sistema, questa tecnostruttura, funziona fintanto che il mondo resta pressoché uguale a prima, perché è tanto complesso quanto poco flessibile. Il modo in cui è stata gestita la pandemia ci mostra la lentezza e la confusione con cui la tecnostruttura è capace di reagire agli imprevisti, di fatto pagando un altissimo costo già ora insostenibile. Insomma abbiamo imparato che non siamo in grado d’imparare nulla.

Quanto è cresciuto il populismo, tema che ha scandagliato nel libro La guerra di tutti, e quanto si sono rafforzati e ancora si rafforzeranno i leader politici che di esso fanno la loro bandiera? Con quali rischi?

Una società delusa, una società che vive lo sfasamento di cui parlavo sopra, produce inevitabilmente del malcontento: ma questo può assumere diverse forme politiche o extrapolitiche. Il populismo è la più lieve, perché si tratta di un’offerta politica “catartica” che, come abbiamo visto con la parabola del grillismo, serve spesso alla rileggittimazione dell’ordine esistente. Ma ogni offerta catartica contribuisce anche ad assuefare la popolazione, che al giro successivo reclama più populismo. A un certo punto la situazione può sfuggire di mano. La storia e la sociologia delle rivoluzioni ci insegnano però che il malcontento non ha nessuna presa se, contemporaneamente, non entrano in crisi anche le strutture di potere, e questo dipende da quanto a lungo saranno in grado di rimandare la bancarotta.

Cosa chiede con maggiore urgenza e trepidazione la classe disagiata? Da dove bisogna ripartire?

La classe disagiata, per definizione, chiede qualcosa d’impossibile: ovvero la conservazione del proprio “privilegio mondiale” nel duplice contesto di una periferizzazione dell’Europa e di una crisi energetica/climatica. Presa nella tenaglia tra paura per un collasso collettivo e speranza di una salvezza individuale, essa dovrebbe invece immaginare nuovi modi di fare comunità per cooperare, consapevole che la vecchia scala nazionale è ormai troppo stretta.

Cosa ne pensa del Pnrr? Innovativo o ricalca metodi e modi già visti e “vecchi”?

Sicuramente godremo per qualche anno di un effetto “rana di Galvani”, attraverso l’elettrificazione del corpo inerte del capitalismo italiano, ma non c’è ragione di credere che l’ingente afflusso di risorse avrà effetti più duraturi su un sistema che inevitabilmente consuma più di quanto produce, e che produce soltanto fintanto che sfrutta forza lavoro a basso costo a profitto della sua borghesia parassitaria. Ma parlare di occasione persa sarebbe fin troppo ottimista, perché un’occasione non c’è mai stata. A forza di attutire gli shock economici con interventi di puntello e politiche riformiste ci siamo privati dell’opportunità di una fase di distruzione creatrice in grado di riavviare un ciclo, magari realizzando una vera e propria integrazione europea.

L’Italia paga ancora troppo lo scotto di una presenza massiccia e poco avvezza a cedere il testimone delle teste grigie nelle stanze dei bottoni del Paese?

L’Italia possiede delle caratteristiche strutturali che ne hanno fatto prima la fortuna e poi la sfortuna, tra il Dopoguerra e oggi, ma forse in tutta la storia in forma ciclica: penso innanzitutto a una distribuzione territoriale città/campagna e Nord/Sud che ha determinato, nella fasi di boom, un particolare rapporto tra capitale e forza-lavoro a basso costo, e nelle fasi di declino, un particolare vizio di produttività. Il territorio italiano, per dirla altrimenti, è stato un contesto particolarmente propizio alla modernizzazione prima di manifestare certe resistenze insormontabili, che negli ultimi decenni ha prodotto un disallineamento rispetto ad altri paesi europei. 

È anche per questo che lavora in Francia?

Essendomi messo in testa di lavorare nell’industria culturale, in una fase della mia vita in cui ero ancora molto ingenuo, era inevitabile convergere verso uno dei centri in cui si concentrano la domanda e l’offerta. Come dire che se vuoi lavorare il cristallo è logico andare in Boemia, perché non è scontato che nel tuo villaggio ci sia una cristalleria. Detto questo, il mercato del lavoro francese è sicuramente molto più sano di quello italiano, per ragioni innanzitutto culturali.

Di cosa si occupa esattamente a Parigi?

Ho lavorato per un decennio nel marketing per un grande editore, dove abbiamo concepito collane che hanno venduto a milioni di copie. Poi ho collaborato con il Groupe d’études géopolitique della Normale di Parigi. Oggi, dopo aver pubblicato tre libri spinto da un bisogno di mettere ordine nella mia visione del mondo, ho capito che per fare quadrare tutto avevo bisogno di tornare a studiare e confrontarmi con il mondo universitario: è quello che farò nei prossimi anni. Mi sono stufato dei social, delle polemiche, dei malintesi: ho intenzione di chiudermi in una biblioteca e uscirne solo tra qualche anno.

Mani cooperazione

Foto: Clay Banks / Unsplash

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Se dovesse descrivere in poche battute i trentenni e i quarantenni di oggi, che parole utilizzebbe?

Sono forse gli ultimi illusi. E quindi anche gli ultimi delusi. Perché si spera che chi viene dopo, essendosi fatto meno illusioni, possa anche soffrire meno delusioni.

Vede un cambio di passo nei ventenni rispetto alla generazione precedente?

È diffusa l’opinione che i ventenni di oggi siano più pragmatici e disillusi rispetto alla generazione precedente, ma alla fine le variabili determinanti di quel fenomeno sociale che chiamo “delusione” restano due: quante risorse patrimoniali vengono messe a disposizione del loro inserimento professionale? Quanti sono i posti disponibili nei settori per i quali si preparano? E allora la risposta è che da una parte i patrimoni del ceto medio continuano a erodersi, perché non vengono più rinnovati, e dall’altra aumenta la competizione per un numero più risicato di posizioni nel terziario avanzato. Quindi hai un numero crescente di persone che silenziosamente escono fuori dalla corsa, ma la corsa continua senza esclusione di colpi, fintanto che ci saranno risorse da spendere.

In Radical choc parla di come affidiamo le nostre vite agli esperti, diventandone dipendenti. Crede che sia avvenuta la stessa cosa in questi mesi con i virologi e gli scienziati?

Innanzitutto non bisogna confondere la visibilità mediatica di dieci o quindici virologi – che culmina con la trasformazione di un Bassetti in star del gossip e ragazzo-copertina per riviste scandalistiche – con il loro potere effettivo. Perché una cosa è l’analisi politica di come si sono prese certe decisioni, in un tira e molla tra vari poteri e saperi, e un’altra l’analisi del culto consolatorio del virologo, andato in onda sui media in questo anno e mezzo, offrendo al pubblico paure e rassicurazioni che cambiavano di settimana in settimana, presentate come certezze anche quando erano approssimative. È da molto tempo che non governano più gli uomini: governano le procedure, o più precisamente l’effetto di composizione tra strati e strati di procedure.

Pensa che la scienza abbia abbastanza credito o meriterebbe maggiore fiducia? Penso ai vaccini anti-Covid o agli allarmi, ancora non pienamente ascoltati a livello globale, degli scienziati rispetto all’ambiente e ai cambiamenti climatici…

La verità ci piace quando ci fa comodo: e quella sul clima e sull’energia non fa comodo a nessuno, è come se non fossimo in grado di capirla e contenerla. D’altra parte la scienza, o perlomeno una certa idea caricaturale della scienza, viene invocata tantissimo anche dai terrapiattisti. È proprio facendone un idolo che abbiamo educato una generazione di scettici e oggi non siamo in grado di metterci d’accordo più su nulla.

Anche la scuola e le altre agenzie di socializzazione contribuiscono in tale senso…

Dobbiamo ammettere che certe cose non le sappiamo e non le possiamo controllare. Investiamo troppo per convincerci che sappiamo o che possiamo migliorare il mondo. Un tempo si poteva affidare la decisione a un’ordalia, ovvero al caso mascherato da divinità, oggi forse dovremmo semplicemente riconoscere che non siamo onnipotenti. Quanto al sistema educativo, una cosa che dovremmo fare al più presto è mettere dei paletti all’escalation competitiva che determina enormi differenziali di remunerazione sul mondo del lavoro: il merito può essere una finzione necessaria per operare un’inevitabile selezione secondo criteri non classisti, ma se trasformato in idolo crea nuove ineguaglianze.

Una società saggia, “wise” appunto, su quali pilastri secondo lei dovrebbe poggiare?

Ogni società umana si costituisce sovrapponendo alla realtà materiale un’interfaccia simbolica (reputazioni, titoli, denaro, miti, saperi, fini, linguaggio…) attraverso la quale gestire la distribuzione delle risorse, il coordinamento delle forze produttive, la gestione dei conflitti, eccetera. Direi che l’elemento centrale è che questa interfaccia non diventi disfunzionale, che i segni operino nel modo più efficiente, ad esempio che non subiscano un’eccessiva inflazione o che non indichino finalità inadeguate.

In fondo tutti i problemi di cui abbiamo parlato sorgono da uno sfasamento tra l’interfaccia e la realtà: i titoli che dovevano garantire la competenza contengono sempre meno informazione utile; l’oggetto della competenza è sempre più sfasato rispetto alla sua utilità reale. Si tratta di uno slittamento inevitabile, che chiama a periodici “aggiustamenti” dell’interfaccia. Una società saggia, insomma, è quella che mette i segni al proprio servizio invece di farsi governare dai segni impazziti.

Sta lavorando a qualche nuovo progetto?

Sto lavorando su diversi progetti. Uno sul filosofo-economista Cornelius Castoriadis. L’altro, più ambizioso, è una storia universale della delusione. Marx diceva che a muovere la storia è la lotta di classe; io credo invece che, in ogni epoca e a ogni latitudine, sia la delusione.

Vincenzo Petraglia

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