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Epatite A, si riaccende il dibattito sulle vaccinazioni

Il caso della giornalista Francesca Barra ricoverata a Milano riaccende l'attenzione sull'Epatite A. Sotto accusa gli alimenti, ma attenzione ai rapporti sessuali

Fabio Di Todaro
21 dicembre 2017
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La giornalista Francesca Barra, ricoverata in questi giorni a Milano assieme al figlio per aver contratto il virus dell’epatite A, Foto: profilo Facebook di Francesca Barra

A riaccendere il dibattito sulle vaccinazioni è la giornalista Francesca Barra, ricoverata a Milano assieme al figlio per aver contratto il virus dell’epatite A (Hav). «I casi sono in aumento e le scorte vaccinali sono terminate», ha scritto su Facebook il volto noto della televisione, aggiungendo poi di non essere certa del veicolo attraverso cui sarebbe avvenuto il contagio. Quasi certamente, però, il contatto col patogeno è avvenuto a tavola: secondo quanto ipotizzato dalla stessa Barra e dal momento che l’Hav, assieme all’Hev, è l’unico virus dell’epatite che si trasmette venendo a contatto con acqua e alimenti infetti (oltre che per via sessuale). Detto ciò, il nuovo Piano Nazionale Vaccinale non prevede per la popolazione generale la vaccinazione obbligatoria contro l’epatite A, che a differenza dell’epatite B e dell’epatite C (in quest’ultimo caso non c’è ancora la possibilità di effettuare la profilassi vaccinale) ha un decorso acuto e non rappresenta un fattore di rischio per la cirrosi e per il tumore del fegato. L’unica raccomandazione è rivolta agli omosessuali.

L’INFEZIONE OGGI È TRASMESSA SOPRATTUTTO PER VIA SESSUALE – Questo perché, ormai da un anno, in tutta Europa è in corso un’epidemia che sta riguardando sopratutto loro: limitatamente a coloro i quali hanno rapporti (anali e orali) non protetti. L’epidemia riguarda 13 paesi europei, tra cui l’Italia. Tra giugno 2016 e febbraio 2017, sono stati segnalati in Europa 179 casi di epatite A, associati a tre differenti ceppi di virus. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, «l’entità dei focolai è con buona probabilità sottovalutata, poiché i casi segnalati si riferiscono solo a persone che si rivolgono alle strutture sanitarie e per i quali il ceppo virale è stato definito». Segno dunque che i casi potrebbero essere molti più di quelli segnalati. In Italia, la presenza dei ceppi epidemici è stata confermata in 69 casi di epatite A, segnalati tra agosto 2016 e febbraio 2017. Di questi casi, l’87 per cento ha riguardato uomini: soprattutto tra i 28 e i 40 anni. Detto ciò, per dirla con Giovanni Battista Gaeta, ordinario di malattie infettive all’Università della Campania Luigi Vanvitelli, «si tratta comunque di una casistica che ha un impatto limitato sulla diffusione della malattia nella popolazione generale, che si mantiene bassa». Ovvero: 0,6 nuovi casi ogni centomila abitanti. Tra l’infezione e il manifestarsi dei sintomi trascorrono tra le due e le sei settimane. L’infezione si manifesta in maniera eloquente: nausea, vomito, diarrea, ittero, urine scure, feci chiare, febbre e dolore addominale i sintomi più di frequente descritti dai pazienti.

QUANDO RICORRERE ALLA VACCINAZIONE? – Se tra il 2013 e il 2014 il picco di casi era stato dovuto al consumo di frutti di bosco congelati contaminati, adesso l’emergenza riguarda la trasmissione per via sessuale. Quanto al contagio in cucina, tra i cibi

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Secondo Giovanni Battista Gaeta, ordinario di malattie infettive all’Università della Campania Luigi Vanvitelli, la diffusione dell’epatite A nella popolazione generale, si mantiene bassa con 0,6 nuovi casi ogni centomila abitanti, Image by iStock

incriminati ci sono soprattutto i frutti di mare e i vegetali (frutta e verdura) lavati con acqua sporcata da residui fecali. Il congelamento non uccide i virus, come invece accade con la cottura ad alte temperature. Questa, assieme al lavaggio degli alimenti da consumare crudi con acqua e amuchina, è l’indicazione più efficace a scopo preventivo, soprattutto quando non si conosce la provenienza degli alimenti. Detto degli omosessuali, chi altro dovrebbe ricorrere alla vaccinazione? «Ai connazionali che non hanno avuto l’infezione durante l’infanzia e organizzano le vacanze in Paesi africani, orientali e dell’America Latina, consiglio sempre di vaccinarsi almeno tre mesi prima della partenza», afferma Antonio Picardi, responsabile dell’unità operativa di epatologia del Campus Biomedico di Roma. «Dopo venti giorni va effettuato un richiamo: così si assicura una protezione pari al 90 per cento. Chi non ha modo di pianificare un viaggio con largo anticipo può ricorrere alla profilassi passiva: gli anticorpi iniettati assicurano una difesa per 5-6 settimane».

Twitter @fabioditodaro

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