Wise Society : Ecco come i sordi riescono ad “ascoltare” i volti
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Ecco come i sordi riescono ad “ascoltare” i volti

Secondo uno studio la percezione e l’elaborazione del volto e della voce avvengono nel cervello umano con alcuni meccanismi comuni, nonostante siano veicolate attraverso canali sensoriali distinti.

Fabio Di Todaro
17 agosto 2017
sordi, cervello, udito, volti

Uno studio dell’Università di trento dimostra come le persone sorde dalla nascita sono in grado di «ascoltare» i volti, Image by iStock

Si può essere ciechi, come l’alpinista Andy Holzer, e voler comunque conquistare le vette più alte al mondo. Ma il dilemma delle opportunità chiama in causa anche i sordi, che dal confronto con un’altra persona desiderano comunque uscire arricchite e con un bagaglio di informazioni più ampio. Già, ma come fare se l’udito non funziona? La singola persona, in realtà, non deve fare granché. È il suo cervello che, senza richiedere alcun input dall’esterno, si «riorganizza», in modo da colmare il deficit e rendere la vita di una persona con ridotta capacità uditiva quanto più vicina possibile a quella del resto della popolazione.

LA PLASTICITA’ DEL CERVELLO E’ DETERMINATA SU BASE GENETICA – La notizia giunge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Trento e pubblicata sulla rivista «Proceedings of the National Academy of Sciences». Dalla pubblicazione si evince per la prima volta come questi cambiamenti non avvengano casualmente, ma siano costretti entro specifici binari: tracciati su base genetica nel corso dell’evoluzione umana. Il cervello è dunque plastico e rigido allo stesso tempo. «Se da una parte gli studi hanno evidenziato la straordinaria abilità del cervello umano di adattarsi alle esperienze nel corso della vita, dall’altra rimaneva da chiarire quanto tale abilità avvenisse entro i limiti definiti dall’informazione genetica – commenta Olivier Collignon, responsabile del progetto, membro del Centro Mente e Cervello (CiMeC) dell’ateneo trentino e docente all’Università belga di Lovanio – Quello che accade nelle persone sorde è una delle dimostrazioni più evidenti che questa plasticità del cervello può essere vincolata da specializzazioni determinate geneticamente, in accordo con quanto è stato dimostrato anche nelle persone cieche». Ulteriore aspetto di novità di questo studio è la conferma che la percezione e l’elaborazione del volto e della voce avvengono nel cervello umano con alcuni meccanismi comuni, nonostante siano veicolate attraverso canali sensoriali distinti.

ECCO COME SI ADATTA IL CERVELLO DI UNA PERSONA SORDA (DALLA NASCITA) – Le persone sorde dalla nascita sono dunque in grado di «ascoltare» i volti. Esisterebbe infatti un collegamento preferenziale tra i due circuiti – visivo e uditivo – che risalirebbe a una fase precoce dell’evoluzione e dello sviluppo del cervello umano. È grazie a questo che la persona con un deficit uditivo riesce a integrare volti e voci per estrarre informazioni rilevanti su identità e affettività delle persone con cui interagisce. «È probabilmente sulla base di questo collegamento preferenziale che il cervello riesce ad adattarsi all’impossibilità di percepire l’informazione vocale, modificando le aree uditive della voce in modo che contribuiscano invece ad elaborare informazione del volto», spiega Stefania Benetti, ricercatrice all’Università di Trento e primo autore dello studio. Quali potrebbero essere le implicazioni di queste nuove osservazioni? Gli studi neuroscientifici finora condotti hanno portato a ritenere la plasticità del cervello un ostacolo al recupero dell’udito, reso oggi possibile attraverso una neuroprotesi nota come impianto cocleare. In particolare si è ipotizzato che le aree uditive, una volta adattate a percepire informazione visiva, non siano più in grado di recuperare la capacità di elaborare informazione uditiva. Se, come come ricorda Francesco Pavani, sempre del CiMeC, «nella pratica riabilitativa e clinica ciò si è tradotto nella raccomandazione di potenziare il canale uditivo, ossia la voce, e mascherare quello visivo, inteso come i movimenti delle labbra e le espressioni facciali», i risultati dell’ultima ricerca introducono una sfida a questa raccomandazione. La partita potrebbe infatti giocarsi su questi sottili canali sensoriali, integrati già nelle fasi precoci dello sviluppo cerebrale, che potrebbero essere sfruttati nel corso della riabilitazione per potenziare l’analisi del linguaggio orale dispensando informazioni visive.

Twitter @fabioditodaro

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