Wise Society : Il biogas tra amore e odio
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Il biogas tra amore e odio

Il Cib lancia la campagna #cibeneficianotutti per far capire l'importanza di questa risorsa che «aiuta l'agricoltura»

Mariella Caruso
8 ottobre 2014

Image by © Ashley Cooper/CorbisBiogas sì, biogas no. In Italia, secondo produttore europeo di biogas dietro la Germania e terzo nel mondo dietro Cina e Germania, il dibattito è aperto con tutta la scia di polemiche che si porta dietro. A schierarsi contro sono i comitati spontanei di cittadini che si formano, buona parte delle volte, nei pressi dei siti dove sono in costruzione gli impianti più importanti, in particolare quando l’alimentazione è a base di Forsu, ovvero la frazione organica dei rifiuti solidi urbani, il cosiddetto umido per intenderci, e chi vede nella proliferazione del biogas un pericolo per il consumo del suolo che metterebbe a rischio la produzione delle risorse alimentari.

La pensano diversamente i componenti del Consorzio italiano biogas (Cib) che hanno lanciato la campagna “Se il biogas è fatto bene #cibeneficianotutti” con tanto di hashtag da rilanciare su Twitter. «Attraverso i principi del biogas “fatto bene”, l’imprenditore agricolo sarà in grado di produrre energia elettrica, termica, biocarburanti, bio plastiche e fertilizzanti, valorizzando i reflui e gli scarti d’agricoltura», ha spiegato il presidente del Consorzio, Piero Gattoni. «Vogliamo parlare di biogas e di energie rinnovabili cercando di dare la corretta informazione sull’argomento facendoci aiutare dagli scienziati e i ricercatori perché è necessario allontanare gli spettri della controinformazione», continua Gattoni che con il Cib si è fatto promotore anche del convegno “Biogas Master” organizzato al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. «Chi pensa che gli impianti a biogas siano un problema per la filiera agricola deve farsi altre domande che riguardano, in primis, qual è il motivo per cui i prezzi di latte e carne sono ai minimi storici», ha avvertito Gattoni.

DigestatoIl messaggio che il Cib ha deciso di lanciare – «perché è importante fare chiarezza» – è che un impianto a biogas, dimensionato a misura di impresa agricola, ha un «limitato impatto ambientale», come sottolinea, per esempio, Francesco Petracchini dell’istituto sull’Inquinamento atmosferico del Cnr di Roma. «Se gli impianti a biogas sono progettati bene non ci sono né odori, né rumori molesti», chiarisce il ricercatore. Un’altra questione, invece, prettamente agricola è legata all’utilizzo del digestato (ciò che resta dopo la produzione del biogas) come fertilizzante.

«Già 7/8 anni fa abbiamo osservato come la digestione anaerobica possa essere un beneficio per l’agricoltura perché il digestato è un fertilizzante che può sostituire quello chimico e permettere di mettere in commercio prodotti dop italiani coltivati senza alcun ausilio della chimica», sottolinea Fabrizio Adani del Gruppo Ricicla dell’Università di Milano. La strada, però, sembra ancora lunga e – soprattutto – occorre prima mettere d’accordo le opposte fazioni. Ad aiutare potrebbero essere il Governo e le nuove tecnologie. Il primo perché è in fase di gestazione una legge per regolamentare l’uso agronomico del digestato. Le seconde perché la nuova frontiera del biogas è lo sviluppo della produzione di biometano con la trasformazione della frazione del biogas che non serve all’attività dell’azienda e che, non viene venduta alla rete elettrica, in biocarburante e bioplastica, «con l’impresa agricola che assumerebbe il ruolo di una biogas refinery».

Mentre il dibattito impazza resta, comunque, il fatto che il biogas è «la fonte di energia rinnovabile con le maggiori ricadute economiche e occupazionali per il Paese con un valore aggiunto nel solo 2013 ammontante a 347,5 milioni di euro con 2695 occupati diretti e un potenziale al 2030, secondo Althesys, di 7,3 miliardi di euro per una potenza installata di 2300 Mwh». E di energia, checché se ne dica, ci sarà sempre bisogno. Se è rinnovabile, poi, è anche meglio soprattutto se, come dicono dal Cib, «i nuovi impianti sono dimensionati a misura di aziende agricola, permettono al contadino di integrare il reddito, di smaltire in maniera intelligente reflui e scarti e di utilizzare il digestato per lo spandimento nel terreno».

Foto di Michele NovagaC’è poi il problema del land-grabbing, ovvero la sottrazioni dei terreni agricoli per utilizzarli per la produzione di insilato per il biogas. «In Italia – concludono dal Cib – è un falso problema perché il nostro modello è diverso da quello di altri paesi europei come la Germania dove c’è la sostituzione delle filiere tradizionali. La digestione anaerobica (quella che permette la produzione di biogas, ndr) permette, invece, di utilizzare meglio il terreno alternando le colture per arricchirlo; permette di smaltire la produzione che non può essere messa in commercio perché rovinata; di utilizzare nel migliore dei modi i sottoprodotti e di considerare i reflui zootecnici e gli scarti come una risorsa. Tutto a patto, però, che il biogas sia fatto bene in un impianto a misura d’azienda agricola, costruito bene e controllato professionalmente».

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