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Favara, la piccola Capitale dell’arte contemporanea

Tra le promotrici del successo culturale della cittadina siciliana anche Florinda Saieva, fondatrice insieme al marito del Farm Cultural Park

Mariella Caruso
6 settembre 2018
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Arte contemporanea: il Farm Cultural Park è il primo parco turistico culturale costruito in Sicilia, foto: Mariella Caruso

C’è anche la Farm Cultural Park di Favara tra i 15 vincitori del bando “PRENDI PARTE! Agire e pensare creativo”, promosso dalla Direzione Arte, Architettura e Periferie Urbane del Ministero per i beni e le attività culturali, per la realizzazione di attività creative nelle aree caratterizzate da situazioni di marginalità economica e sociale, con il coinvolgimento di giovani tra i 18 e i 29 anni – con particolare preferenza per i Neet, ovvero i ragazzi che non studiano e non lavorano.

Dietro la Farm Cultural Park, fabbrica culturale che ha rivitalizzato Favara, centro dell’Agrigentino, ci sono Florinda Saieva, 41 anni, e Andrea Bartoli, 48. Sono loro che dieci anni fa hanno cominciato a immaginare un modo diverso per essere parte attiva di una comunità. «Mentre io e mio marito ragionavano su come dare il nostro contributo alla città, la tragedia della morte di due ragazzine sotto le macerie di una palazzina crollata ci ha dato la spinta per fare ancora più presto», racconta Florinda, favarese doc, che da brava “mamma” della Farm Cultural Park, spesso, si aggira tra gli edifici della struttura.

La “Farm cultural Park” è presentata come un “distributore di possibilità”. Ci spiega cosa significa?

In un momento storico in cui ti dicono che non puoi fare niente e nulla può cambiare, noi abbiamo dimostrato che non è così: Favara è cambiata. Questo ha innescato un senso di incoraggiamento nei cittadini che ha prodotto un cambiamento sociale, ma anche culturale e fisico della città. Urbanisticamente Favara non è più la stessa, economicamente sta crescendo perché intorno al Favara Cultural Park sono nati locali, b&b, alberghi. E, anche se non in tutti, è cambiata anche la mentalità della gente.

Un cambiamento di mentalità più evidente nei giovani o negli anziani?

I più refrattari al cambiamento sono i favaresi di mezz’età. Sia tra i giovani, che hanno acquistato fiducia e sviluppato un senso d’appartenenza, sia tra gli anziani che avendo superato una determinata soglia d’età possono permettersi cose che altri non possono, il cambiamento è evidente. I testimoni più importanti di questo sono gli abitanti dei cortili della nostra Farm che hanno visto trasformare un luogo di spaccio e degrado in un luogo d’arte che ha restituito loro una dimensione sociale che avevano perso.

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L’arte contemporanea e la creatività in bella mostra sui muri di Favara, Foto: Mariella Caruso

Il vostro è un progetto che è cresciuto pian piano, quando avete cominciato a immaginare la Farm?

Questo è il nostro ottavo anno di attività. Tutto ha preso avvio da quello che oggi è lo spazio “Raft, A Journey inside the planet of Farm” creato grazie alla collaborazione degli architetti dello studio Analogique Claudia Cosentino, Dario Felice e Antonio Rizzo e dall’attuale bar che in origine era una piccola galleria con un corner di design e un piccolo presidio food. Nel tempo abbiamo acquisito e preso in affitto altri locali accanto al primo nucleo che abbiamo ristrutturato. All’interno degli spazi del Parco ci sono altre attività non gestite da noi come il B&B. A me piace pensare che noi abbiamo creato l’impresa su cui tutti gli altri fanno gli imprenditori.

Praticamente i favaresi come interagiscono con la Farm?

Non tutti vengono a visitare le mostre e le installazioni. Del resto l’arte non deve interessare per forza tutti, ma c’è chi viene alle presentazioni dei libri, chi fa frequentare ai propri figli la scuola di architettura per bambini. Il cambiamento è un processo lungo e noi non abbiamo fretta.

A proposito di arte, qual è il criterio di scelta per le esposizioni e le installazioni?

 Non ce n’è uno preciso se non quello di sottolineare le possibilità. Per la mostra su Detroit, che si compone di due parti Detroit Nude un progetto di Thomas Ulch Photography, e Detroit Syndrome a cura di Andrea Bartoli, Vittorio Bongiorno e Maurizio Carta, inaugurata a giugno 2018, eravamo partiti dal “default”. Dal momento che viviamo in un periodo in cui falliscono gli Stati, le banche e molto altro, l’idea era di analizzare il concetto dandone una lettura positiva. Poi mio marito Andrea, cofondatore di Farm Cultural Park, è stato ospite del Dipartimento di Stato americano per un programma di costruzione della leadership che prevedeva anche la visita a Detroit, il paradigma di una città morta e risorta alla quale una serie di politiche pubblico-privato sta cercando di dare un’altra possibilità.

S’intravede una sorta di parallelo con il Favara Cultural Park

Si potrebbe fare un parallelo con chiunque ha fronteggiato un fallimento personale e ha voglia di rinascere. C’è sempre una possibilità per tutti se c’è stata per Favara. Anche noi stiamo cercando di attuare delle politiche di gestione che coinvolgano l’intera città.

Come mantenete il Farm Cultural Park?

 Facendo i giuristi: Andrea è notaio e io sono difensore del vincolo. Stiamo lavorando per poter raggiungere la sostenibilità economica. Durante l’estate riusciamo a coprire i costi, nella stagione invernale facciamo un po’ di fatica. Ma la sostenibilità umana che c’è in questi luoghi ci ripaga di tutto. Per noi è una scelta di vita, c’è chi investe nella seconda casa al mare, noi l’abbiamo fatto nella Farm Cultural Park dove i visitatori arrivano anche dall’Australia, dall’America e da tutta Europa grazie alle segnalazioni sulle maggiori guide turistiche della Sicilia.

Qual è il vostro prossimo progetto?

Costituire Favara società per azioni buone e realizzare un progetto esclusivamente dedicato ai bambini. L’idea è concentrarci sul sistema educativo dedicandoci alle free school per far vedere loro quello che gli altri non gli fanno vedere e dargli altre possibilità, le stesse che vorremmo dare alle nostre figlie Carla e Viola.

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Non solo arte contemporanea: per Floriana Saieva sostenibilità umana che c’è a Favara ripaga di tutto, Foto Mariella Caruso

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