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Tharcisse Karugarama: in Rwanda ha vinto la giustizia dei saggi

A "Science for peace" il ministro della Giustizia del Paese africano ha raccontato come il suo popolo abbia raggiunto la riconciliazione, dopo il genocidio del '94: per merito dei tribunali Gacaca

Michele Novaga
22 novembre 2012

Tharcisse KarugaramaIl genocidio del 1994 in Rwanda e la guerra tribale tra Tutsi e Hutu avevano portato con sé un carico di vite umane impressionante: oltre un milione di persone torturate e uccise a colpi di machete. Cosa fare per uscire da un trauma così indelebile e ridare un futuro al paese?

Da queste premesse parte il dialogo di wisesociety.it con Tharcisse Karugarama, ministro della Giustizia del Rwanda intervenuto alla quarta conferenza mondiale di Science for Peace il 16 e 17 novembre alla Bocconi di Milano. Il ministro ha raccontato l’esperienza dei Gacaca, antichi tribunali popolari composti da saggi -uomini e donne stimati dalla gente- che siedono ad un tavolo per risolvere le controversie.

Nell’ottica della riconciliazione nazionale, questi tribunali hanno sì comminato pene detentive, ma senza lasciarsi andare a sentenze repressive o penalizzanti per gli imputati.

Come funzionano i tribunali del popolo

 

«Dopo il genocidio del 1994, erano molte le persone che avevano perso la vita e i loro famigliari e i superstiti di quella tragedia volevano giustizia. Il Rwanda cercò allora di ricorrere ai tribunali ordinari. Ma dopo 3 o 4 anni risultò chiaro che non si potevano mandare in prigione così tante persone.

Noi volevamo una giustizia di riconciliazione, che restituisse speranza, che ci facesse tornare a vivere insieme. Ecco perché abbiamo deciso di reintrodurre i Gacaca, facendo sedere le famiglie dei torturatori e quelle dei superstiti del genocidio una accanto all’altra».

Incredibili i risultati raggiunti, come racconta il ministro. «In dieci anni, dal 2002 fino al 2012, le corti Gacaca hanno elaborato circa due milioni di processi in cui erano coinvolti circa 1,3 milioni di persone: 37mila di loro sono state condannate mentre un 30 percento è stato assolto.

La verità è stata rivelata ed è stata sconfitta l’impunità. Un successo enorme per noi che non ci risulta essere stato fatto in nessun altro paese del mondo».

Karugarama ha anche raccontato come l’impegno dei Gacaca abbia allentato le tensioni tribali e razziali nel paese portando armonia al posto della vendetta.

«I tribunali popolari ci hanno aiutato molto e noi abbiamo imparato molto da loro. Hanno ridato la speranza alla gente in un’ottica di riconciliazione restituendo la verità, creando armonia e scacciando la vendetta.

Noi pensiamo che entro il 2015 il numero di coloro che sta scontando una pena si ridurrà a 20mila. Entro il 2020, poi, tutti avranno assolto le loro pene eccetto quelli a cui è stata comminata la pena dell’ergastolo. Che, a dire il vero, sono poche centinaia».

Photo Rick D'Elia/Corbis

Perché abolire la pena di morte

 

Ma altre decisioni coraggiose sono state prese in Rwanda. È stato emendato il codice penale dimezzando la pena a chi aveva avuto una condanna. E, nel 2007, è stata abolita la pena di morte. Perché, come afferma deciso Karugarama «Non ci deve essere morte nel nome della giustizia.

Noi crediamo nella santità della vita che ci è data da Dio. Uccidere qualcuno in nome della giustizia non è saggio». Una maturità dimostrata da tutto il Paese a partire dai giudici che hanno lavorato gratis e volontariamente dando un enorme contributo in nome della riconciliazione.

Image by © Guillem Valle/Corbis

Superare le differenze per guardare avanti


Sul futuro del suo paese il ministro Karugarama ha le idee chiare. «Noi crediamo che il futuro appartenga ai cittadini e siamo convinti che la responsabilità del paese sia loro. Negli ultimi 15 anni siamo cresciuti dal punto di vista tecnologico e informatico grazie al lavoro e allo sforzo di tutti.

Crediamo che quello che unisce i rwandesi sia più importante delle divisioni tribali e delle piccole differenze razziali. Vogliamo vivere insieme e in armonia per creare un ambiente che stimoli la crescita di tutto il Rwanda».

Image by © Tom Martin/JAI/Corbis

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