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Giancarlo Longhi: i rifiuti come nuova strategia di marketing

I rifiuti sono una risorsa. Anche per le aziende. A tracciare il bilancio della raccolta differenziata è il direttore generale del Conai, Giancarlo Longhi. Di una cosa è convinto: creare un oggetto con materiali riciclati può valere di più di uno nuovo

di Cesare Giuzzi
4 dicembre 2009

Giancarlo LonghiGli italiani sono sensibili rispetto al tema del riciclo?

Sì, molto più di dieci anni fa. Ma ci sono ancora tanti problemi.

Il rapporto tra Nord e Sud, per esempio. Le regioni del Nord rappresentano il 64% delle quantità raccolte su scala nazionale. Mentre il Sud è fermo al 19%. Il Centro va un poco meglio, ma il divario è enorme.

Però lo scorso anno la raccolta al Sud Italia era ferma al 17%. Quindi anche se di poco, sta migliorando?

Certo, meglio di niente. Ma, ripeto, lo squilibrio è molto forte. Così se al Sud dobbiamo ancora lavorare sulla raccolta differenziata, al Nord, invece, ci troviamo a fare un lavoro diverso, indirizzato non tanto alla quantità ma alla qualità.

Faccio un esempio: nella raccolta della plastica ci sono oggetti che garantiscono un alto indice di riciclabilità, come le bottiglie per le bevande o per i detergenti e le cassette della frutta. Altri, come ad esempio i giocattoli o altri rivestimenti plastici sono poco riciclabili e vanno bruciati. Quindi il principio è uno: ottimizzare al massimo la raccolta dei materiali altamente riciclabili. Questo è quello che deve avvenire al Nord, dove è tempo di spiegare agli abitanti cosa, anche all’interno della stessa categoria di materiali, va riciclato e cosa no.

Ma riconoscere le diverse tipologie di plastica non è proprio una cosa semplice…

Ci sono delle sigle precise, il Pet, il Pvc, poi servirebbe un’etichettatura ancora più avanzata per distinguere i materiali.

 

Ad esempio, dalle bottiglie di plastica cosa si ottiene?

Molto. Tenga conto che tutti i tappetini per le auto sono fatti con materie plastiche di risulta. Poi dalle bottiglie di Pet, quelle normalmente usate per l’acqua minerale, si ottengono fibre tessili di poliestere, prodotti isolanti per l’edilizia, o magari anche i rivestimenti dei tettucci delle automobili. Dalle plastiche miste si ottengono malte alleggerite, sempre da usare nel campo dell’edilizia.

 Felpa in fibra tessile di poliestrere, ottenuta dalle bottiglie di Pet

Ci sono associazioni che raccolgono i tappi delle bottiglie?

Sì, è sicuramente il materiale più pregiato e più facile da riciclare. Nel Friuli, nel cosiddetto ‘distretto della sedia’, ad esempio si producono le strutture per le poltroncine da ufficio con i tappi riciclati. Ma lo stesso vale per altri materiali.

 

Può farci un esempio?

L’alluminio.

 

E cosa si ricava?

 Di tutto, dalle biciclette alle caffettiere. Il 95 per cento dell’alluminio usato in Italia è frutto di riciclo.

Ma il buon consumatore, il cittadino rispettoso dell’ambiente come fa a riconoscere un prodotto realizzato con materiali riciclati, e quindi preferirlo rispetto ad un altro?

Al momento non c’è questa possibilità, a meno che l’azienda non decida di reclamizzarlo spontaneamente.

Non sarebbe più facile e più semplice per tutti indicarlo in maniera chiara e obbligatoria?

Non è una questione semplice. Ci sono aziende che fanno ancora forti resistenze, perché specificare che un determinato oggetto, magari molto costoso, è fatto con materiali riciclati, con vecchia spazzatura, è ritenuto una cosa sconveniente. Una questione di marketing.

Ma le differenze tra un oggetto costruito con materia prima vergine o materiale riciclato ci sono davvero?

Nella maniera più assoluta, nessuna differenza. Se è per questo non ci sono neppure differenze di costi, però, perché è vero che il prodotto riciclato ha costi inferiori della materia prima, però ci sono spese per la raccolta, la selezione, la preparazione. Quindi i costi si equivalgono.

Come si può superare questo pregiudizio?

In Lombardia è stato lanciato il marchio ‘Re-made in Italy’ proprio per indicare che si tratta di materie prime riciclate. L’abbiamo fatto noi del Conai, insieme alla Regione Lombardia e alla Camera di commercio di Milano. Ma siamo solo all’inizio.

Torniamo alla nostra spazzatura. A cosa bisogna fare attenzione?

A non mischiare i vari prodotti, ad attenersi scrupolosamente alle regole. Tenga presente che basta la presenza di una lampadina in un carico di vetro da riciclare per compromettere tutta la produzione.

Davvero?

Si, perché se si mischia il vetro sodocalcico delle bottiglie a quello borocalcico dei tubi catodici dei televisori, o a quello ricco di allumina delle lampadine, si produce un vetro debole. Così se andremo a produrre una bottiglia sarà esposta a micro fratture, e basterà riempirla di un liquido ricco di gas come l’acqua minerale o il vino, per farla esplodere. Quindi le lampadine vanno riciclate a parte, c’è un apposito centro di raccolta.

E nel futuro cosa succederà?

Ultimamente sono comparsi sul mercato prodotti, nello specifico bottiglie d’acqua, prodotte con materie bioplastiche, ossia derivate da materiali non fossili, non derivate dal petrolio. Ma non sono la panacea.

Perché, quali problemi ci sono?

Anche in questo caso le materie bioplastiche andrebbero smaltite per conto loro, se si mettono insieme alle normali bottiglie di Pet si rischia di dover gettare tutto il carico.

Concretamente, quindi, cosa si potrebbe fare?

Senza arrivare agli eccessi del Giappone, dove ogni casa ha da 14 a 17 sacchi diversi per i diversi materiali, basterà dotare questi oggetti di un microchip di riconoscimento in maniera tale da renderli riconoscibili durante le fasi del riciclo e selezionabili in maniera automatica.

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