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Moda circolare, l’alternativa al fast fashion che salva il Pianeta

L'industria dell'abbigliamento cambia faccia per assecondare il bisogno di sostenibilità e si muove verso un modello meno impattante che prevede una concezione del prodotto tessile progettato e realizzato per durare il più a lungo possibile e per tornare nella biosfera senza nuocervi il più al lungo possibile e sulla sua rigenerazione

Rosa Oliveri
28 Aprile 2021

Lineare? No, grazie. Il futuro del fashion è la moda circolare. L’industria della moda tradizionale è tra le più inquinanti del Pianeta e, per questo, ormai da anni, aziende, associazioni e movimenti virtuosi si battono per una revisione del modello con l’abbandono della fast fashion in nome di una moda più consapevole, sostenibile e, appunto, circolare.

riuso riciclo moda sostenibile economia circolare

Che cos’è la moda circolare: il significato del termine

La moda circolare deriva direttamente dal concetto di economia circolare, ovvero un’economia basata sulla progettazione dei rifiuti, sul mantenimento di risorse e materiali e sulla rigenerazione. E se con l’economia lineare, il ciclo del prodotto va dalla produzione all’utilizzo fino alla sua dismissione e distruzione, il modello circolare prevede, invece, l’utilizzo delle materie il più a lungo possibile in modo da estrarne il massimo valore, fino magari a rimetterlo persino in circolo.

La moda circolare comprende, quindi, vestiti, scarpe o accessori progettati, acquistati, prodotti e forniti con l’intenzione di essere utilizzati e circolare in modo responsabile ed efficace il più a lungo possibile e in seguito torneranno a far parte della biosfera senza apportarvi impatti negativi.

In pratica, si tratta di cambiare modo di pensare alla vita di un capo di abbigliamento o di un accessorio e di farlo considerando che i materiali da utilizzare nella moda circolare (così come nell’economia) possono essere di due tipi: biologici (o naturali) e tecnici. I primi sono quelli che possono essere inseriti di nuovo nella biosfera, i secondi sono i materiali il cui futuro prevede il riutilizzo e la valorizzazione, senza che però entrino di nuovo nella biosfera.

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vestiti e moda circolare

Foto di Priscilla Du Preez / Unsplash

Moda circolare vs fast fashion

Quel che è certo è che la moda circolare si pone su un livello diametralmente opposto a quello della fast fashion in cui i vestiti vengono prodotti in serie e con bassissima qualità per poi essere indossati poco e gettati tra i rifiuti.

Ma come si crea, davvero, una moda circolare? Il fashion circolare deve, innanzitutto, essere progettato per durare e creato con materiali e processi efficienti in termini di risorse. L’idea alla base è che sia poco impattante sull’ambiente e quindi gli indumenti circolari devono essere biodegradabili o riciclabili e a fine vita possono essere rigenerati. Si tratta, in breve, di un sistema che contempla modifiche in tutti i punti della durata di vita degli indumenti.

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Il futuro della moda è circolare

L’idea alla base della moda circolare, è appunto, una circonferenza: i tessuti che “entrano in circolo” finiranno per aver una forma differente come anche il loro modo di esistere, e rimarranno sempre all’interno del cerchio. Questo rappresenta un aiuto per il pianeta. E non dimentichiamo che risparmiare le risorse è ormai imprescindibile visto che l’Earth Overshoot Day (giorno del debito ecologico) arriva sempre prima all’interno dell’anno solare.

Per questo il futuro della moda è circolare. Ma come sarà, davvero?
La prima rivoluzione è quella della scelta della materia prima: composti non contaminanti e riciclabili, quindi tessuti naturali e non derivati da prodotti petroliferi (che si rivelano veri serbatoi di microplastiche). L’alternativa è l’innovazione tessile. Ma perché questo succeda è necessario cambiare la cultura del mondo della moda.  Ad esempio, basta considerare che anche un capo di abbigliamento realizzato con tessuti riciclati può definirsi di qualità o che il second hand di qualità va assolutamente sostenuto.

Perché scegliere la moda circolare?

In generale, quello della moda circolare, è un fenomeno sempre più popolare: secondo il Circular Fashion Report 2020 il business potenziale del mercato è di 5mila miliardi di dollari, il 67% in più dell’attuale valore della fashion industry. Segnali di una maggiore sensibilità da parte dei consumatori arrivano anche da Instagram, dove l’hashtag #sustainablefashion conta quasi 10 milioni di post.

moda circolare

Foto di Ahmed Carter / Unsplash

Un grande traguardo se si pensa che, secondo la Banca Mondiale, il settore è responsabile del 10% delle emissioni globali annuali di carbonio, più di tutti i voli internazionali e del trasporto.

Non solo, secondo una ricerca pubblicata su Nature Reviews Earth and Environment, ogni anno vengono consumati 1500 miliardi di litri d’acqua, i rifiuti tessili superano i 92 milioni di tonnellate, la lavorazione e la tintura dei tessuti sono responsabili del 20% dell’inquinamento idrico industriale e il 35% delle microplastiche negli oceani è attribuibile ai lavaggi dei capi in fibre sintetiche. Inoltre, la Ellen MacArthur Foundation stima che ogni anno si perdono circa 500 miliardi di dollari per indumenti che vengono indossati a malapena, non donati, riciclati o che finiscono in discarica. È quanto emerge da un approfondimento condotto su testate internazionali da Espresso Communication per Be Green Tannery, conceria innovativa con sede a Solofra (AV) e fondata nel 2018.

Come scegliere la moda sostenibile

Ma come scegliere capi sostenibili? Secondo Orsola De Castro, pioniera dell’upcycling, la regola d’oro è “l’indumento più sostenibile è proprio quello che si trova nel tuo armadio“. Affermazione che non stupisce se si pensa che il consumo globale di prodotti tessili è salito a circa 62 milioni di tonnellate all’anno, con un aumento previsto di 102 milioni di tonnellate entro il 2030.

Tuttavia, una ricerca di Boston Consulting Group e Vestiaire Collective condotta su un campione di 7mila intervistati di 6 paesi, tra cui l’Italia, ha dimostrato come si stia cambiando rotta, puntando fortemente sugli abiti usati (e app come Vintag ne sono la prova): entro cinque anni il mercato crescerà del 15-20%, passando dai 30-40 miliardi attuali a 64 miliardi di dollari nel 2024. Inoltre, il 60% degli intervistati dichiara di sentirsi particolarmente attratto da un marchio che si è prefissato obiettivi green, mentre il 31% vende i suoi capi per acquistarne di nuovi. In base al Resale Report 2020 di Thread Up, questa tendenza è guidata dalla Generazione Z: per l’80% dei nati tra il 1995 e il 2010 comprare vestiti usati è un’azione sdoganata, mentre il 90% valuta di comprare vestiti di seconda mano in caso di budget ristretto.

Ragazza che posa per una foto

Foto di Sergij Shukal / Unsplash

Le 10 tendenze che rendono la moda più sostenibile (nel 2021)

  1. Economia circolare contro l’inquinamento: un approccio globale, oltre a diminuire il consumo idrico ed energetico potrebbe ridurre il volume annuale di plastica che finisce nei mari di oltre l’80%
  2. Produzione tessile più sostenibile: attraverso un impianto di depurazione, le acque derivanti dalle lavorazione tessili nel distretto tessile di Prato, sono raccolte, depurate e rimesse nel sistema di produzione, attraverso un sistema di acquedotto industriale
  3. Conceria sostenibile: la pelle prodotta da Be Green Tannery, certificata metal free, è realizzata attraverso un processo sostenibile che ne riduce l’impatto ambientale
  4. Internalizzazione di tutte le fasi della supply chain: consente al distretto tessile biellese di controllare e certificare il reale impegno verso la sostenibilità
  5. Sfilate green: l’action plan della moda danese prevede una riduzione dell’impatto ambientale delle sfilate del 50% entro il 2022 e 17 requisiti di sostenibilità da soddisfare entro il 2023;
  6. Mercato dell’usato: una ricerca di Boston Consulting Group e Vestiaire Collective ha dimostrato che entro cinque anni il mercato crescerà del 15-20% soprattutto grazie alla Generazione Z;
  7. Maggiore trasparenza e tracciabilità della filiera: secondo una ricerca di Fashion Revolution, 7 consumatori su 10 chiedono che i brand pubblichino la lista degli stabilimenti produttivi;
  8. Utilizzo di fibre biodegradabili o ricavate da prodotti di scarto: tra i materiali sostenibili ci sono cotone organico, lana e plastica riciclate, fibre artificiali rinnovabili e canapa. A questi si aggiungono materiali come la pelle che vengono ricavati da prodotti di scarto;
  9. Limitare i resi online: secondo Appriss Retail, negli USA il costo dei resi è di 369 miliardi di dollari. L’obiettivo è ricreare l’esperienza del camerino a casa, limitando gli acquisti ad alto tasso di reso.
  10. Fashion renting: una tendenza sempre più popolare quella del noleggio di abiti e accessori che ha l’obiettivo di diminuire l’acquisto di capi d’abbigliamento dedicati soprattutto a particolari occasioni.

Rosa Oliveri

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