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Ecomafie: un business che non conosce crisi

Il rapporto annuale di Legambiente rivela numeri in crescita in tutti i settori, dall'edilizia al ciclo dei rifiuti. Il 45,7% dei reati è concentrato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa: Campania, Sicilia, Calabria e Puglia

Francesca Tozzi
20 giugno 2013

Rapporto Ecomafia 2013Colate di cemento e gestione criminosa dei rifiuti, disboscamento e incendi dolosi: le mani della mafia si allungano su diversi settori ad alto impatto ambientale con ottimi guadagni: solo nel 2012 i reati perpetrati dalla criminalità organizzata contro l’ambiente sono stati 34.120, 28.132 le persone denunciate, 161 le ordinanze di custodia cautelare, 8.286 i sequestri per un giro di affari di 16,7 miliardi di euro gestito da 302 clan, sei in più rispetto a quelli censiti lo scorso anno. Numeri impressionanti che emergono dall’ultima edizione di Ecomafia, il rapporto dedicato agli illeciti ambientali di Cosa Nostra che ogni anno Legambiente realizza grazie al contributo delle Forze dell’ordine.

Il 45,7% dei reati è concentrato in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia ad opera rispettivamente di camorra, mafia, ‘ndrangheta, sacra corona unita. Seguono il Lazio con un numero di reati in crescita rispetto al 2011 (+13,2%) e la Toscana che sale al sesto posto con 2.524 illeciti (+15,4%). Al Nord il primato se lo aggiudica la Liguria con 1.597 reati, +9,1% sul 2011. Da segnalare per l’incremento degli illeciti accertati anche il Veneto, con un +18,9%, e l’Umbria, passata dal sedicesimo posto del 2011 all’undicesimo del 2012.

Crescono nel frattempo anche gli illeciti contro gli animali e la fauna selvatica (+6,4%) e gli incendi boschivi (+4,6%). Nel ciclo del cemento il numero maggiore di denunce si registra in Puglia che si fa notare anche in quello dei rifiuti con un incremento dei reati del 24%, ma al primo posto rimane la Provincia di Napoli. Un’economia quella delle ecomafie in decisa controtendenza, che continua a proliferare anche in un contesto di crisi globale. Un’economia che, come sottolinea il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, “si regge sull’intreccio tra imprenditori senza scrupoli, politici conniventi, funzionari pubblici infedeli, professionisti senza etica e veri boss, e che opera attraverso il dumping ambientale, la falsificazione di fatture e bilanci, l’evasione fiscale e il riciclaggio, la corruzione, il voto di scambio e la spartizione degli appalti. Semplicemente perché conviene e, tutto sommato, si corrono pochi rischi”. Le pene per i reati ambientali, infatti, continuano a essere quasi esclusivamente di tipo contravvenzionale.

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