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Occupy Wall Street: il movimento di protesta Usa contro banche e finanza oggi è più debole

L'associazione spontanea nata nel 2011 a New York, per fermare sprechi e disuguaglianze, oggi ha meno consensi e un futuro incerto. Stessa sorte anche per "Occupy the banks"

Ilaria Lucchetti
17 luglio 2012

Photo by David Shankbone/flickrDopo aver fatto tremare per diversi mesi la finanza poco etica e i banchieri americani, conquistando le prime pagine di tutte le principali testate giornalistiche non solo negli Usa, il movimento popolare Occupy Wall Street sembra oggi navigare in cattive acque. Le cause? Drastico calo dei consensi tra la popolazione di New York che aveva difeso e sostenuto i suoi giovani attivisti, minor attenzione dei media americani e internazionali, divisioni all’interno e difficoltà di mettere a punto nuovi obiettivi dopo la protesta. Ma anche mancanza di spazi e minor capacità di aggregazione.

Uno scenario difficile che pesa molto sul futuro di questa associazione spontanea di persone nata nel settembre 2011 a Liberty Square, (distretto finanziario di Manhattan) per denunciare ingiustizie e disugualianze, che è stata capace di diffondersi velocemente in 100 città degli Stati Uniti e 1.500 in tutto il mondo.

L’obiettivo di OWS è stato ed è quello di contrastare il potere sul processo democratico delle principali banche e delle corporazioni multinazionali. E di sottolineare il ruolo che ha avuto Wall Street nel creare il collasso economico in cui ci troviamo, il peggiore da decenni.

Ispirato dalle sollevazioni popolari in Egitto e in Tunisia, Occupy Wall street si prefigge di reagire alle decisioni imposte da quell’1 percento di popolazione mondiale che detta le regole di un’economia globale ingiusta al punto da ipotecare il nostro futuro.

David Graeber, che è stato una delle anime più attive di OWS, intervistato dal blog “Informarexresistere” ha detto che «si tratta di un movimento di rinnovamento democratico, per la gran parte formato da giovani che non riescono più a stare dentro al sistema. E da persone che hanno cercato di agire all’interno del sistema, votando per Obama nella speranza di una trasformazione, e si sono ritrovate con un pervicace regime conservatore, sordo ai bisogni della popolazione»

Per saperne di più su Occupy Wall Street ci sono in libreria due recenti titoli di riferimento: l’omonimo libro-reportage di Riccardo Staglianò (Ed. Chiarelettere) giornalista del quotidiano La Repubblica, frutto di un’esperienza fatta all’interno del movimento, seguendone da vicino le azioni, i blitz e i valori di fondo e Occupy Wall Street – Chi siamo, cosa vogliamo, come faremo (Ed. Feltrinelli) risultato della collaborazione tra un numeroso gruppo di attivisti e sostenitori del movimento, tradotto in italiano da Virginio B. Sala e Stefano Valenti.

Altro movimento di protesta allo strapotere bancario-finanziario che non sta vivendo un momento positivo è Occupy The Banks. Più contenuto in termini di appeal popolare del primo, si è ispirato ad esso esprimendogli solidarietà e vicinanza d’intenti.

L’obiettivo dichiarato era quello di incitare i correntisti a chiudere il conto presso le grandi banche, e ad aprirne uno negli istituti di credito piccoli e meno coinvolti dalle logiche speculative lobbistiche, entro il 31 ottobre 2011, scelto come “Occupy the Bank Day”.

In seguito sono sorte altre iniziative “sorelle” in diverse città come Londra, Vancouver, Mosca e Israele. Ma negli ultimi tempi, come rilevato prima, anche la vivacità degli attivisti nei confronti delle banche pare attraversare una fase calante.

E in Italia? Con caratteristiche diverse ma sempre animato da spirito di contestazione, è nato Occupy Unibo, sigla che raccoglie gli studenti universitari bolognesi impegnati a battersi contro il precariato, l’incertezza del futuro e i rincari delle tasse universitarie.

Photo by David Shankbone/flickr

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