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Davide Reina: come i mercati circolari fanno recuperare le materie prime

Ancora poco diffusi nel nostro paese, i mercati cradle to cradle abbassano il costo delle materie prime con un vantaggio per imprese e industrie. E per il cittadino

Michele Novaga
25 febbraio 2014

Image by © Imagine/CorbisSe è vero che in natura nulla si distrugge e tutto si trasforma è spontaneo domandarsi come mai la stessa cosa non possa avvenire anche per i prodotti finiti. Un’economia circolare detta dalla culla alla culla in grado di recuperare materie prime, risparmiare Co2, creare imprese e posti di lavoro che fa sì che se si utilizzano dei prodotti una prima volta gli stessi poi possono essere riutilizzati una seconda volta.

Degli effetti benefici e dei vantaggi economici dell’applicazione del cradle to cradle wisesociety.it ne ha discusso con Davide Reina, Docente di Green Economy presso l’Università Luigi Bocconi di Milano durante il forum sulla sostenibilità WiGreen 2014.

Che cos’è un mercato circolare?

Secondo la logica circolare il prodotto progettato è quello che durante il primo ciclo d’uso assolve alla sua funzione. Immaginiamo un’automobile: una volta fabbricata e dotata di tutte le sicurezze e i comfort sta in strada. Poi, quando diventa vecchia, è possibile disassemblarla in modo veloce ed economicamente efficiente. Questa è una condizione necessaria per creare un circuito di riutilizzo di quei pezzi e di quelle materie prime competitivo col mercato. Oggi, quando una macchina finisce il suo ciclo di vita, le vengono tolti i paraurti, la batteria e qualche altra cosa e poi viene pressata e fusa tutta insieme dando vita ad un metallo di bassissima lega.

Come mai all’estero i mercati circolari sono molto diffusi e in Italia no?

Ci sono due aspetti: il primo di tipo culturale soprattutto nei paesi scandinavi e in Germania. Il secondo riguarda il sistema politico industriale del paese che è più incentivato alla transizione da filiere che non recuperano a filiere che recuperano vecchi prodotti.

Più incentivi fiscali per imprese e cittadini raccoglitori

Image by © Frank and Helena/cultura/CorbisCosa si potrebbe fare per incentivare e applicare questo sistema anche in Italia?

Ci sono tre cose da fare. La prima è riprogettare i prodotti. E in Italia abbiamo le persone per farlo: scuole di ingegneria ottime. La seconda condizione da determinare è che gli stabilimenti che ora hanno degli impatti nel processo produttivo possano affrontare gli investimenti necessari scaricandoli dalle tasse con una incentivazione fiscale. Terza condizione necessaria affinché questo processo si realizzi è incentivare il vero produttore di materie prime che è il cittadino – ma anche il ristoratore o il negoziante – rovesciando la prospettiva che lo vede come un problema e incominciare a guardarlo come una opportunità. Siccome è lui che produce e raccoglie rifiuti (materie prime come legno vetro plastica)  non dovrebbe pagare le tasse ma essere per questo addirittura retribuito dal sistema. La cosa è assolutamente sostenibile economicamente perché chi ritira dal cittadino-negoziante quei rifiuti poi li rivende e ha il suo guadagno dato che sono materie prime.

Quindi in concreto come si potrebbe in concreto rovesciare la piramide?

Bisognerebbe creare un sistema fiscale che tenga conto di tutto ciò. Disegnare cioè una fiscalità sul recupero dei rifiuti che non è punitiva ma che premia il produttore di rifiuti. Quello che avviene oggi non è sano: i Comuni intravvedono nelle tasse sui rifiuti opportunità per generare altri incassi a bilancio per cercare di compensare ciò che a monte gli viene tolto dallo stato centrale. Nel nostro paese si sta spostando la fiscalità dal centro alla periferia. Se esiste un mercato che ritira i rifiuti pagandoli è giusto che il primo produttore di quei rifiuti venga premiato e pagato. Anche poco ma con soldi veri e non con sconti sull’acquisto di altri prodotti. In questo modo sono convinto che vedremmo la percentuale del recupero dei rifiuti nel nostro paese impennarsi.

Da questa sua ultima dichiarazione si evince che non è a favore del controllo dei rifiuti da parte degli enti locali: perché non è saggio lasciare a loro la competenza su questa questione?

Diciamo che una prima ragione è sotto gli occhi di tutti. In Italia vige la regola “comune che vai approccio ai rifiuti che trovi” e ciò comporta delle diseconomie. Ci sono alcuni comuni (pochi per la verità) che premiano come dicevamo prima il cittadino, altri invece che lo stra-tassano. Non si riesce a governare un paese se ognuno degli oltre 8000 comuni agisce a suo piacere. Uno stato è fatto da un governo che, come in Svizzera, indirizza in modo autorevole un certo tipo di politica per l’ambiente. Non ha senso lasciare ad un comune questo tipo di indirizzo e questo muoversi in ordine sparso ha creato dei risultati negativi che sono sotto gli occhi di tutti.

Tutti i vantaggi di un’economia circolare  

Image by © Jacob Maentz/CorbisChe vantaggi potrebbe apportare al nostro paese una conversione totale ai mercati circolari?

Diciamo che una conversione di maggioranza da un sistema industriale di tipo lineare ad uno circolare potrebbe comportare un netto miglioramento del costo medio delle materie prime con un vantaggio per imprese e industrie. Ma avrebbe dei vantaggi anche per i cittadini rispetto a quello che avviene oggi con una fiscalità penalizzante e non premiante. L’Italia è un paese che non ha miniere e al nostro paese questo discorso converrebbe doppiamente. Le nostre aziende che sono imprese trasformatrici non dovrebbero importare le materie prime dall’estero come avviene oggi.

E dal punto di vista dell’impiego?

Nel momento in cui si crea un meccanismo all’indietro di un flusso di materie prime da riprocessare, si genera un indotto incredibile. In termini pratici per esempio si dovrebbero creare stabilimenti in cui dividere il legno in funzione del truciolo o della densità e che deve essere ripulito dalle impurità per poi ridarlo alle aziende che fanno mobili. Vuol dire creare industrie in cui si separano le gomme in modo da essere riutilizzate. E in generale imprese con macchinari che richiedono manodopera per farli funzionare.

Il problema di questo paese non è compensare i 7 o gli 8 punti di caduta percentuale del PIL persi negli ultimi cinque anni. Ma come recuperare i 25 punti di produzione industriale perduti nello stesso periodo di tempo. Questo è il vero problema dell’occupazione.

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