Wise Society : Se i detenuti sono gli chef, disabili e migranti i coltivatori
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Se i detenuti sono gli chef, disabili e migranti i coltivatori

Il progetto dalla terra alla tavola e a chilometro zero della Cooperativa Nazareth offre alle persone con disagio sociale (detenuti, disabili e migranti) un'opportunità di lavoro

Fabio Di Todaro
14 novembre 2016
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Nell’azienda agricola della Cooperativa Nazareth di Cremona, migranti e disabili psichici coltivano ortaggi biologici, che vengono poi trasformati in gustose conserve e salse dai detenuti-chef della casa circondariale cittadina di Ca’ del Ferro

Nell’azienda agricola della Cooperativa Nazareth a Persico Dosimo, alle porte di Cremona, migranti e disabili psichici coltivano ortaggi biologici, che vengono poi trasformati in gustose conserve e salse dai detenuti-chef della casa circondariale cittadina di Ca’ del Ferro. È un progetto di filiera sociale a chilometro zero, quello che è stato presentato a Cremona nel corso de «il BonTà», il Salone delle eccellenze enogastronomiche artigianali e delle attrezzature professionali.

DALLA TERRA ALLA TAVOLA – Il format «dalla terra alla tavola» fonde il percorso di accompagnamento all’autonomia di minori stranieri e persone con fragilità ribattezzato «Rigenera» con l’attività di formazione e riabilitazione sociale e lavorativa denominata «I Buoni di Cà del Ferro», che si svolge all’interno del laboratorio di trasformazione agroalimentare ricavato di recente nella casa circondariale di Cremona. I detenuti, in una sequenza di corsi della durata complessiva di centoventi ore, ottengono attestati su Haccp, antincendio, primo soccorso e sicurezza sul lavoro e affrontano esercitazioni pratiche per apprendere come trattare gli ingredienti e come cucinarli sotto la guida di uno chef professionista.

GUARDARE DENTRO LE PERSONE – L’obiettivo, come spiegato da Giusy Brignoli, tra i responsabili della Cooperativa Nazareth, «è non solo offrire un nuovo approccio al lavoro e alla socializzazione, ma anche creare concrete opportunità lavorative. I prodotti, sia freschi sia trasformati, sono biologici certificati. Inoltre le persone che lavorano, anche se toccate da uno svantaggio di tipo sociale o fisico, vengono valorizzate nel loro saper fare liberando creatività ed energie». Precisa, a proposito, la direttrice di Cà del Ferro Maria Gabriella Lusi: «Come operatori penitenziari siamo convinti che il nostro lavoro possa essere efficace se riusciamo a guardare dentro la persona detenuta e, a un tempo, a tutto ciò che la circonda. La società è nei nostri primari interessi perché attraverso processi rieducativi miriamo a restituire alla libertà persone non più portate a delinquere. Tutto ciò perché hanno acquisito una competenza professionale in carcere da spendere dopo la pena, come nel nostro caso. O perché, con la partecipazione del detenuto, il carcere ha saputo creare con il territorio il ponte di un efficace reinserimento».

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Detenuti che diventano chef: un’oportunità di reinserimento nella società e nel mondo del lavoro

SOGNI PER IL FUTURO – Gli intenti del progetto si riassumono nelle parole di R.R., uno dei detenuti partecipanti: «Sono convinto che, quando uscirò da qui, sarò già tre passi in avanti rispetto ad altri. Sogno di poter realizzare un progetto in questo settore con la mia famiglia». Non solo: «Ho capito il valore e l’importanza del lavorare in team, imparando a valorizzare ed apprezzare le doti e le qualità dei miei compagni di lavoro, per crescere insieme, producendo cibo di qualità. Dal punto di vista umano questa opportunità mi serve molto per dimostrare a me stesso che non sono la persona descritta nelle sentenze di tribunale, ma che ho un valore, che posso fare cose buone. Insomma, che ce la posso fare».

Twitter @fabioditodaro

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