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Massimo De Luca: nello sport troppi semidei e pochi uomini

Il cronista di "Tutto il calcio minuto per minuto" e "La domenica sportiva" racconta, dopo 40 anni di carriera, com'è cambiato il mondo dello sport e il modo di parlarne. Con un po' di nostalgia verso le emozioni di vivere a "bordo campo". A stretto contatto con i protagonisti. Che oggi invece vivono blindati. Sempre più divini. E sempre meno umani

di Sebastiano Guanziroli
5 novembre 2010

Massimo De Luca, giornalista sportivoMassimo De Luca ha scritto e parlato di sport sui giornali, alla radio, in televisione e persino sui cellulari, lanciando il primo canale tv sportivo per telefonia mobile, durante i Mondiali del 2006. Quarant’anni esatti di carriera giornalistica trascorsi “a bordo campo”, in stadi e palazzetti, redazioni e studi televisivi, seguendo la storia dello sport e cercando di farla vivere anche al proprio pubblico. Il suo percorso professionale è cresciuto pari passo allo sviluppo dei mezzi di comunicazione che hanno cambiato e probabilmente stravolto lo sport: partito dai quotidiani, (Gazzetta dello Sport) è approdato successivamente a RadioRai, dove ha condotto anche lo storico Tutto il calcio minuto per minuto. Sul piccolo schermo dagli anni Novanta, ha presentato numerosi programmi, sia per Mediaset che alla Rai, tra cui La domenica sportiva. È anche coautore (con Pino Frisoli) del recente Sport in Tv (Rai Eri edizioni), racconto degli eventi e trasmissioni che hanno fatto la storia della televisione in Italia.

 

Com’è cambiato il racconto dello sport negli anni della sua carriera?


Dal punto di vista della tecnica, la radio e la tv hanno imposto la massima concisione, quindi la bravura sta nel dire tante cose senza correre, privilegiando i concetti e asciugando il lessico. Però poi è importantissimo l’aspetto emotivo, che si dà col tono della voce o della scrittura, e con le pause: l’immagine deve poter parlare da sola. A meno che il giornalista non voglia imporre la sua immagine, come avviene molto frequentemente oggi…

Interviewed by Press, Mark Peterson/Corbis

È la tv che ha cambiato tutto. Ormai le telecamere entrano anche negli spogliatoi…


Non si possono combattere battaglie di retroguardia, né essere nostalgici. Sarebbe inutile. Però si sta davvero rischiando l’overdose di informazione. Penso ad esempio alla tv “all access”, quella che entra appunto dappertutto e pretende di mostrare tutto: ma questa non è realtà, è un reality, cosa ben diversa. È una rappresentazione dello spogliatoio, non lo spogliatoio. Ti fanno vedere quello che vogliono, e non ti faranno mai vedere quello che accade veramente.

 

Va bene, niente nostalgia, ma secondo lei ci sono ancori maestri di giornalismo sportivo?


Ci sono alcuni “dinosauri” che resistono, da Gianni Mura a Roberto Beccantini: scrivono benissimo, ma ormai sono casi più unici che rari. La qualità media degli articoli che leggo non è confortante: si usa un linguaggio gergale, di basso livello, con un lessico davvero povero.

 

FIFA World Cup 1978 - Argentina, George Tiedemann/CorbisQuali sono state le sue importanti “prime volte”?


Il primo Mondiale di calcio da inviato, nel 1978 in Argentina. Le prime Olimpiadi a Mosca, nel 1980, per la radio. Eventi importantissimi e grandiosi, dei quali si poteva far parte, vivendoli in prima persona e conoscendo dal vivo i protagonisti. Oggi invece lo sport di vertice è blindato e così si viene allontanati sempre un po’ di più dall’evento. Una volta ci si sentiva davvero a “bordo campo”, si  provavano le emozioni dei protagonisti e le si poteva raccontare meglio.

 

 

Qual è l’evento che l’ha emozionata di più, dal punto di vista sportivo e personale?


La finale di Coppa Davis in Australia nel 1977, quando l’Italia andò a un passo da un successo storico sull’erba australiana. C’era grande partecipazione. E poi ricordo la mia prima volta a Wimbledon nel 1989, sul campo Centrale: entrare nei templi dello sport è una delle cose che emoziona sempre.

 

Coppa del Mondo Qualificazioni Coppa Playoff - Repubblica d'Irlanda - Francia, Matthew Ashton/AMA/CorbisTra i tanti grandi che ha conosciuto chi ha incarnato meglio il senso dello sport?


Ogni volta che lo incontro, sono affascinato dall’umanità di Giovanni Trapattoni, un uomo davvero “uomo”. E poi mi ricordo sempre Livio Berruti, l’ex atleta olimpico vincitore dei 200 metri a Roma nel 1960, e della sua felicità per aver ricevuto in premio una Fiat 500: ecco cos’era lo sport di una volta.

 

Oggi c’è qualcuno che possiede gli stessi valori, la stessa carica umana?


Gli “uomini” sono sempre di meno, perché vivono in un mondo sopra le righe, dove le star fanno davvero una vita da semidei. Non sempre per colpa loro, però: uno come Francesco Totti, per esempio, non potrebbe girare normalmente per Roma neanche se lo volesse, perchè anche la gente comune è cambiata. Così al volo mi viene in mente Alex Del Piero, davvero una persona squisita, misurata e civile. Un altro è Leonardo, l’ex allenatore brasiliano del Milan.

 

 

Ci sono discipline nelle quali è più facile ritrovare un autentico spirito sportivo?


Certo, se frequenti da vicino alcuni sport minori vedi ancora l’abnegazione, il sacrificio, la voglia di mettercela tutta… per esempio l’atletica, la ginnastica, la scherma. Ai grandi livelli tutto diventa show e business, mentre solo nello sport di base ci sono ancora valori di riferimento. Lì il premio è semplicemente divertirsi, mettersi in gioco con passione in una competizione leale. Il senso vero dello sport sta nel piacere di poterlo fare, una cosa bellissima che mi emoziona ancora.

Divertirsi facendo sport, album di lecates/flicrk

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