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Marco Foiani: farmaci ad hoc per ogni mutazione molecolare

Il direttore scientifico dell'Istituto di Oncologia Molecolare di Milano ha ottenuto, insieme al suo team, nuovi e importanti risultati per la ricerca oncologica

Lia del Fabro
15 aprile 2011

Marco Foiani, scienziatoMarco Foiani è uno scienziato di fama internazionale: professore Ordinario di Biologia Molecolare presso il Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie dell’Università degli Studi di Milano è dal 2008  direttore scientifico dell’IFOM (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) di Milano, un prestigioso Centro di Ricerca no profit ad alta tecnologia, dedicato allo studio della formazione e dello sviluppo dei tumori a livello molecolare. Lavorando con un gruppo di giovani ricercatori provenienti da tutto il mondo, Foiani ha ottenuto risultati che potrebbero rivelarsi preziosi nelle terapie antitumorali perchè ha confermato con il suo studio, una prospettiva che emerge da molte ricerche internazionali: quella di utilizzare farmaci già esistenti per combattere i tumori. Del resto la ricerca scientifica, dice lo scienziato, non deve mai dimenticare che il paziente è sempre al centro di tutto.

Perché sono così importanti i risultati di questo vostro studio pubblicato di recente sulla prestigiosa rivista Nature?

Un primo aspetto di carattere conoscitivo riguarda il fatto che siamo riusciti  a mettere insieme tanti “pezzettini” che sembravano isolati e che invece hanno tutti a che fare con le mutazioni genetiche. Abbiamo scoperto che c’è una logica in alcune di queste mutazioni perché fanno parte tutte di uno stesso processo e questo chiarisce aspetti molecolari che non erano noti. Una scoperta come questa genera sicuramente entusiasmo tra gli scienziati.

Perché per il paziente potrebbe essere una buona notizia?

Medicine, album di takacsi75/flickrPerchè si è scoperto che ad ogni processo mutato nella cellula  può corrispondere un determinato farmaco. Gli scienziati affrontano quest’aspetto con due possibili strategie. Individuare nuovi farmaci, che è la strada più diffusa, oppure “riciclare” farmaci già presenti, il cosiddetto drug repositioning, cioè trovare farmaci già usati per alcune malattie ed utilizzarli per altri scopi. Ed è quello che abbiamo fatto noi. Non sappiamo perché esistono farmaci che funzionano in alcuni casi ed in altri no; inoltre esistono farmaci non usati in campo oncologico e che invece potrebbero esserlo. In questo studio abbiamo individuato due composti già esistenti in farmacologia che abbiamo verificato potrebbero avere delle grandi potenzialità se applicati in campo oncologico, l’acido valproico usato come anti-epilettico e la rapamicina utilizzata come farmaco antirigetto nel trapianto di organi.

Sui tempi di applicazione cosa ci può dire?

Mentre un nuovo farmaco può metterci anche sette anni prima di arrivare sul mercato,  i farmaci già in uso hanno superato tutti i test di applicabilità e sono quindi già pronti all’utilizzo. Insieme a questo risultato bisogna però combinare  l’esame molecolare del paziente. Nei prossimi cinque anni ci saranno grandi novità anche nelle tecnologie utilizzate proprio nella combinazione tra  mutazioni del Dna e farmaco. In pratica, nelle istruzioni per l’uso del farmaco, arriveremo a leggere: “da usare solo con… questa specifica mutazione“.

Cancro, un termine generico per un vasto gruppo di malattie che possono colpire qualsiasi parte del corpo, è la principale causa di morte nel mondo. album di GDS Infographics/flickrQual è oggi lo stato della ricerca oncologica?

È diventata multidisciplinare. Prima c’erano solo biologici che assumevano le diverse competenze. Oggi, nei gruppi di ricerca, ci sono ingegneri,  matematici, chimici. Una volta si pensava che una singola persona potesse fare tante cose insieme, oggi la strategia vincente è il team, non il singolo. La novità è questa. L’altro fattore riguarda gli investimenti, fondamentali soprattutto nell’uso di una tecnologia che in questo campo ha subito progressi straordinari. Perde chi frammenta e chi non investa in tecnologia.

Dove si sta concentrando la ricerca?

A livello mondiale centri con queste caratteristiche ce ne sono tanti. Il fatto nuovo è che, al classico mondo anglosassone, si stanno affiancando Paesi come il Giappone che è sempre stato all’avanguardia, l’India con la realtà straordinaria della città di Bangalore, Singapore che in termini di qualità è molto avanti e la Cina per l’alto livello di investimenti che porteranno ad ottenere, prima e poi, dei risultati. L’Asia è il futuro.

E l’Italia?

Dipende. Funzioniamo a macchia di leopardo. Milano è al livello degli altri principali centri di ricerca europei ma non è rappresentativa di tutta l’Italia. Nel resto del Paese ci sono fantastici scienziati che però non sono valorizzati, anzi, perché non riescono a fare sistema con altri.

Come sceglie il suo team?

Tra i 250 ricercatori dell’IFOM l’età media è trenta anni, il 60 percento sono donne e circa il 35 percento dei giovani non sono italiani, ma di 27 nazionalità diverse. Io lavoro direttamente con 14 ragazzi, quasi tutti stranieri.

Cancer Research, Image by Pete Saloutos/CORBISCome trattenere i giovani ricercatori scientifici in Italia?

La selezione e la valutazione, soprattutto in questo campo, deve essere fatta in modo, lo sottolineo, feroce in base alla  qualità. L’altro fattore è la mobilità: sono convinto che tutti gli scienziati dovrebbero fare esperienza all’estero, per venire a contatto con approcci ed esperienze culturali diversi. Invece, nel nostro Paese, ci sono realtà “incestuose”. E poi, certo, bisognerebbe creare le condizioni per un rientro decoroso,  ma il problema è che non esiste mercato interno visto che spesso è difficile, anche per un bravo scienziato,  spostarsi da un’università all’altra.

Lei però ha scelto di rientrare…

Mia moglie è inglese e io ho studiato negli Stati Uniti e in altri Paesi tra cui Germania e Francia ma ho scelto di tornare in Italia, sia pure in una realtà privilegiata come Milano e l’IFOM. L’ho fatto perché credo molto nel mio Paese. Ho scelto con convinzione di lavorare in Italia pur avendo avuto  altre opportunità all’estero, anche se a volte mi rendo conto che non è facile perché si rischia l’isolamento e spesso la mediocrità vince anche in campo scientifico.

Pensa che il suo lavoro sia in qualche modo più etico rispetto ad altri?

Credo di sì,  ma vorrei lo fosse di più. Io faccio ricerca, ma la faccio sul cancro. Al giovane ricercatore che arriva nel mio team tengo a dire subito che fare lo scienziato  è già di per sé un lavoro appagante per i risultati che sono riconosciuti a livello internazionale. Ma qui facciamo ricerca perché ci sia un rientro per il paziente. E abbiamo una responsabilità anche sociale perché molti dei nostri finanziamenti provengono da  associazioni per la ricerca sul cancro come FIRC  e AIRC e in parte da Telethon. La parte più cospicua arriva comunque dall’Unione Europea.

Progetti e prospettive nel suo futuro immediato?

La priorità è continuare sulla strada di quest’ultima recente scoperta per arrivare a dare una risposta, in termini di applicabilità, in tempi i più possibili rapidi. Un progetto realizzato di recente riguarda l’apertura di un laboratorio IFOM a Singapore, un caso di “esportazione” della ricerca italiana a livello internazionale di cui sono particolarmente orgoglioso.

Singapore - Doctors in Laboratory, Image by Justin Guariglia/Corbis

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