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Antonio Menna: «Apple in Italia, opportunità per rilanciare il Sud»

Il giornalista, autore di "Se Steve Jobs fosse nato a Napoli", è convinto che l'arrivo a Napoli dell'azienda di Cupertino rappresenti una straordinaria opportunità di crescita

Fabio Di Todaro
26 gennaio 2016

Apple Sceglie Napoli, e nasce la nuova Pizza by Gino Sorbillo
Pubblicato da Gino Sorbillo

Doveva essere soltanto uno sfogo amaro. È diventato invece un libro, di successo. E chissà che non sia giunto fino alla California. Tre anni fa
lo scrittore napoletano Antonio Menna, 47 anni, trascorsi anche da assessore alla cultura e alle politiche sociali nel Comune di Marano, scrisse un post su Facebook. Titolo: “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli“. Erano passati pochi giorni dalla morte dell’imprenditore statunitense e il testo fu letto da centotrentamila persone in ventiquattro ore. L’anno dopo quell’idea divenne un libro, pubblicato da Sperling & Kupfer. Medesimo il titolo: un altro successo inatteso. Adesso Tim Cook, erede di Jobs al timone della Apple, ha raccolto la “provocazione”. La Apple arriverà in Italia e a Napoli nascerà il primo centro di sviluppo di nuove applicazioni d’Europa. Seicento le persone che saranno coinvolte, senza contare le centinaia di posti di lavoro nei settori più innovativi che saranno creati a cascata dalle nuove app. Una boccata d’ossigeno per tutto il Mezzogiorno, che davanti alla sagoma del Vesuvio intravede il primo passo di un Paese chiamato a mettersi alle spalle la pagina fallimentare dell’industria pesante.

Menna, che cosa significa per Napoli accogliere il colosso mondiale dell’innovazione?
«Vuol dire avere una straordinaria opportunità di modernizzazione. Soprattutto perché, a quanto pare, Apple non verrà a insediare uno stabilimento produttivo, ma un centro di formazione per sviluppatori di app. Si lavorerà sulla competenza, sui saperi e sulla cultura: ovvero le gambe su cui è chiamata a camminare la società del futuro».

Come mai, secondo lei, Apple ha scelto Napoli come avanguardia d’Europa?
«Sto alle dichiarazioni di Cook. Pare che la scelta sia nata, durante un colloquio col presidente del Consiglio Matteo Renzi, come volontà di scommettere su quella parte di Europa che è indietro, ovvero le regioni meridionali. Non è stato detto, ma credo che Apple abbia fatto una riflessione anche su alcuni tratti che distinguono il capitale umano del Sud Italia: intelligenza creativa, visione, talento».

Napoli, città capoluogo della Regione che conta il maggior numero di start-up nel Meridione, è pronta per cogliere una simile opportunità?
«Penso di sì. Tra i 35-40enni c’è stato un attacco duro alla Apple e a Renzi sulla questione dei seicento posti di lavoro. Si aspettavano salari e, invece – hanno detto – arriverà Apple in Italia, a breve l'azienda di Cupertino sbarcherà a Napoli, Image by iStock“soltanto” la formazione. I giovanissimi, invece, quel soltanto non lo pronunciano. Sanno che con la Apple in città possono imparare, sperimentare e farsi vedere. Hanno un senso della sfida al futuro molto più alto del resto della comunità. Mi auguro che siano loro a guidarci verso il cambiamento».

«L’eccellenza significa fare meglio, non produrre di più», parola di Tim Cook. Servono cervello e creatività per farsi strada nel terzo millennio: è l’abbondanza di queste doti alle pendici del Vesuvio ad aver guidato nella scelta l’azienda “immateriale” per eccellenza?
«Abbiamo nei nostri tratti distintivi creatività ed estro. Però non sappiamo organizzarli. Se arrivasse un soggetto che ci aiuta a canalizzare le qualità verso un progetto, potremmo effettivamente imboccare una nuova strada».

L’arte dell’arrangiarsi di cui i napoletani sono padroni ha un altro nome, oltreoceano: problem solving. Quanto tornerà utile nell’affrontare la sfida che è alle porte?
«Spero che si chiuda la fase del compiacimento sull’arrangiarsi. So che i miei concittadini, a volte, vanno fieri di questa caratteristica, come fosse segno di una superiorità. Io la considero, invece, una zavorra. Basta arrangiarsi, bisogna organizzarsi. Imparare a essere una squadra, a fare programmi, a pianificare strategie. Usciamo dall’improvvisazione e giochiamoci davvero una partita».

Toccasse a lei decidere, dove insedierebbe il nuovo quartier generale della Apple?
«Vicino a un distretto scolastico e universitario. Sarà un posto in cui si dovrà respirare gioventù. E, possibilmente, aperto ai venti e al mare. Organizzare la creatività significa anche guardare alle cose belle. Ne abbiamo tante, facciamoci nutrire dalla bellezza».

Come ebbe l’idea, cinque anni fa, di pubblicare quel post rivelatosi così lungimirante?
«Il post nacque tre giorni dopo la morte di Steve Jobs. Poi, dopo qualche settimana, divenne un romanzo. L’idea era quella di collocare un ragazzo giovane, talentuoso, con voglia di fare e senza un soldo, proprio come Jobs, in un luogo che non fossero gli Stati Uniti. La domanda era: come sarebbe andata a Jobs in Italia e in particolare a Napoli? La carrellata sugli ostacoli che avrebbe incontrato è venuta naturale: banche, credito pubblico, burocrazia, fisco, previdenza, norme varie, invidie dei concorrenti, corruzione della Pubblica amministrazione, infine la camorra».

A breve la Apple arriverà in Italia, Image by iStockMa è un problema soltanto di Napoli o anche del resto d’Italia?
«L’ottanta per cento dei problemi narrati nel libro sono comuni a tutto il Paese. La storia è ambientata a Napoli perché è la mia città e da qualche parte dovevo pur localizzarla. Il Sud, poi, di suo ha qualche problema in più: la banche sono ancora più chiuse, il credito gira ancora di meno, sui giovani si punta pochissimo e la camorra fa il resto».

Cosa risponde allora a Renzi che ha parlato di un Sud «chiamato a uscire dal vittimismo e dalla rassegnazione»?
«Se è un invito a prenderci le nostre responsabilità, ci sto. Dobbiamo sicuramente crescere come comunità. Ma spesso l’accusa di vittimismo è stata usata per scaricare le responsabilità della politica e delle istituzioni, che invece ne hanno molte. Il Paese va ammodernato dal punto di vista normativo, lo Stato deve fare la sua parte».

Sia sincero: secondo lei il suo libro è arrivato fino a Cupertino?

«Non credo proprio. Se ne è parlato molto anche all’estero ma non ho alcun elemento per pensare che da quelle parti lo abbiano letto. Lo ha letto Renzi, però, e ne sono contento. Almeno non potrà dire di non conoscere i problemi».

Ha un ultimo messaggio da far recapitare a Steve Jobs: cosa desidera dirgli?
«Vorrei chiedergli scusa per aver utilizzato il suo nome per un libro che di lui non parla affatto».

Twitter @fabioditodaro

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