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Edo Ronchi: investire in sostenibilità è l’unica ricetta anticrisi

L'ex ministro dell'Ambiente indica la strada per il futuro: «I consumi non possono più crescere, solo la green economy può salvarci»

Lia Del Fabro
5 marzo 2014

Image by © Justin Paget/CorbisI momenti di crisi, come l’attuale, possono rappresentare anche un’opportunità per un cambiamento verso un modello economico più sostenibile, a partire dall’utilizzo delle risorse naturali. Ne parliamo con un esperto come Edo Ronchi, da sempre impegnato sui temi della difesa ambientale.  Parlamentare dal 1992, è stato tra i fondatori del gruppo politico dei Verdi. Nel 1997 è diventato Ministro dell’Ambiente, nominato da Prodi e confermato anche dal governo successivo. Docente di progettazione ambientale presso l’Università la Sapienza di Roma, oggi è presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

Il modello di sviluppo economico  sostenibile è l’unica strada percorribile per uscire dalla crisi?

La crisi attuale  è innescata dal fattore climatico con esiti previsti catastrofici in assenza di interventi correttivi, cui si sono aggiunti, nel 2008, i noti problemi di ordine finanziario. Ciò impone di cambiare il nostro modello di sviluppo. Questa fase ha delle analogie con ciò che è avvenuto nel secolo scorso, quando al modello in vigore prima della grande depressione del ’29, seguì e si impose, nel Dopoguerra, un sistema economico con caratteristiche del tutto diverse. Oggi, come allora, c’è la necessità di un nuovo paradigma economico che segni un cambiamento forte quanto quello avvenuto in passato. Sono necessari nuovi pilastri dell’economia e la green economy è l’unica risposta credibile e possibile per rilanciare la crescita e il benessere.

«Siamo di fronte a un nuovo modello di uso di beni non più basato sul possesso»

Image by © Benjamin Rondel/First Light/CorbisDel modello economico attuale, cosa pensa sia più in crisi?

Partiamo dal modello di consumi valido sino a oggi: parlare di crescita economica ha significato, negli ultimi decenni, associarla ad un aumento costante dei consumi. Oggi non è ragionevolmente possibile associare una nuova fase di sviluppo ad una crescita corrispondente e consistente dei consumi tradizionali. D’altra parte, si sta imponendo un nuovo modello di uso dei beni, basato sulla disponibilità dei servizi, piuttosto che sul possesso. E anche su consumatori consapevoli dei limiti delle risorse naturali, i quali tendono a privilegiare la qualità piuttosto che la quantità dei beni. Stanno emergendo bisogni diversi, basati sul riciclo, sulla sostenibilità, su stili di vita più sobri.

Per quanto riguarda il lavoro?

Il secondo fattore da ripensare riguarda l’occupazione. Quest’aspetto, soprattutto nei momenti di crisi economica, si affronta tradizionalmente in termini di produttività del lavoro e di contrazione nel numero di occupati. Mentre sarebbe più in linea con i cambiamenti in corso, ragionare sulla disponibilità di risorse naturali, sulla loro produttività ed efficienza energetica. 

E sugli aspetti relativi agli investimenti?

Altro aspetto da affrontare è quello finanziario. Il sistema creditizio dovrebbe essere riorientato, premiando strumenti innovativi come una diretta correlazione, a livello locale, dell’impiego del risparmio raccolto per le attività produttive di un determinato territorio.  Si parla poi tanto di riforma fiscale. Mettere mano al sistema fiscale dovrebbe essere l’occasione anche per una revisione degli incentivi dannosi per l’ambiente, spostando il carico fiscale dal lavoro all’uso delle risorse, tassando le emissioni con una carbon tax e premiando le attività sostenibili. Intendo dire che la fiscalità ecologica può essere uno strumento di orientamento ambientale e di sviluppo.

«Il ritardo culturale è tra gli ostacoli al decollo della green economy»

Image by © Colin Anderson/Blend Images/CorbisQuali sono gli ostacoli maggiori ad decollo della green economy?

Al momento credo che le difficoltà frapposte dal sistema finanziario siano quelle più pesanti. Investire secondo linee ispirate alla green economy, può essere molto difficile nel nostro paese. Eppure, garantire un forte impulso per il rafforzamento delle nostre città nella direzione delle smart city potrebbe costituire un volàno per una crescita sostenibile dell’intero paese. Ma, insieme a quelli finanziari, gli ostacoli maggiori sono anche quelli di carattere normativo e culturale.

Intende dire che non esiste ancora una sensibilità diffusa su questi  temi?

Quello culturale è un aspetto centrale. Il punto di partenza da cui non si può prescindere quando si discute di green economy. Sto pensando a come sia per il momento insoddisfacente il livello di consapevolezza, da parte del nostro ceto politico e di coloro che si occupano di economia, della necessità di un radicale mutamento verso la green economy. Gli stessi rapporti dell’Ocse, a tale proposito, parlano di un sostanziale ritardo culturale riscontrabile nel nostro paese. Sono sempre più convinto che molta della nostra energia debba essere spesa in questa direzione, nello sforzo di accrescere la presa di coscienza da parte di coloro che si occupano di sviluppo e di benessere collettivo.

«Il futuro si gioca sull’ecoinnovazione delle aree urbane»

Image by © ART on FILE/Art on File/CorbisCome fare per tradurre tutto questo in termini operativi?

Prima di tutto, fare in modo che gli interventi per una crescita sostenibile e più verde siano integrati nelle politiche strutturali e di riforma, attraverso un’azione di stimolo portata avanti dallo strumento che abbiamo a disposizione, gli Stati Generali della green economy nati a questo scopo. Mi viene in mente a questo proposito un paese come la Corea del sud, dove l’idea di dotarsi di una vera e propria cabina di regia che orienti le decisioni del governo verso interventi sostenibili, sembra funzionare molto bene: le spese green, calcolate rispetto al totale delle spese di stimolo per il rilancio dell’economia, hanno rappresentato in quel paese l’80,5%; in Italia il 58% (dati 2008).

E a livello locale?

Molto si può fare anche sul territorio e nelle politiche di sviluppo locale, nei settori della mobilità sostenibile, della gestione dei rifiuti,  per fermare il consumo  del suolo e per le nuove politiche   energetiche, per la diffusione  delle tecnologie dell’ecoinnovazione. Perché il futuro si gioca a partire dalle aree urbane. E’ questo il tema centrale anche dal nuovo Rapporto 2013 “Un green new deal per l’Italia”, messo a punto da Enea e Fondazione per lo sviluppo sostenibile, dedicato proprio al ruolo da protagonista delle città nel processo di sviluppo sostenibile.

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