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Meno spreco alimentare = meno rifiuti

Una ricerca norvegese evidenzia come gettare il cibo abbia un impatto sull’ambiente che non può essere compensato dalla produzione di biogas con cui si alimentano le reti di riscaldamento e i veicoli

Fabio Di Todaro
3 febbraio 2016

Image by iStockDi rifiuti ce ne sono ancora troppi, soprattutto in Italia, nonostante i progressi registrati negli ultimi vent’anni. Come ridurne l’impatto sull’ambiente? Differenziandoli e bruciandoli attraverso i termovalorizzatori, sostiene una frangia di ricercatori. Oppure: raccogliendo tutto il biogas che si genera negli anni da una discarica, soluzione che però non prevede la separazione delle categorie degli scarti. Ma c’è una strada alternativa che, oltre a essere la più facile da percorrere, sarebbe anche la più efficace: la riduzione dello spreco alimentare. Banale, viene da pensare, eppure troppo spesso trascurata.

PER AVERE MENO RIFIUTI, IL PRIMO PASSO E’ RIDURRE LO SPRECO ALIMENTARE – Secondo un gruppo di ricercatori norvegesi, autori di uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology, contenere la volontà di acquistare alimenti al supermercato e consumare tutte le scorte presenti nel frigorifero è la strategia più efficace per contenere la produzione di rifiuti urbani. Gli studiosi del dipartimento di ecologia industriale dell’università di Trondheim hanno valutato quale sia la strategia più efficace per porre un freno alla produzione di rifiuti, che soltanto in Italia nel 2013 (ultimi dati disponibili) ha raggiunto la quota di trenta milioni di tonnellate. Un dato che considera soltanto i rifiuti urbani e che risulta quadruplicato se si includono i rifiuti speciali: derivati da attività agricole, industriali, artigianali, rifiuti sanitari, da demolizione e costruzione. Tornando a ciò che risulta come scarto nelle Una ricerca norvegese evidenzia che maggiore è lo spreco alimentare più rifiuti vengono prodotti,Image by iStockabitazioni e negli uffici, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che in Norvegia – dove la raccolta differenziata non è diffusa in maniera omogena lungo il Paese – il diciassette per cento di tutti gli alimenti venduti risulta sprecato, soprattutto in ambito domestico. Più che dell’eccesso di acquisti, la colpa sarebbe della scarsa consapevolezza che i consumatori hanno delle etichette alimentari. Di fronte alla dicitura “da consumarsi preferibilmente entro”, termine minimo di conservazione indicato sulle confezioni di pasta, riso, infusi, alimenti in scatola, conserve di pesce e formaggi stagionati, in molti sarebbero tratti in inganno.

ECCO PERCHE’ E’ IMPORTANTE SAPER LEGGERE LE ETICHETTE – La presenza dell’avverbio “preferibilmente” fa la differenza, anche se questa non sembra essere nota ai più: in Norvegia come in Italia. Se c’è significa che dopo quella data l’alimento è ancora commestibile, in alcuni casi anche per mesi, e mangiandolo non si rischia alcun mal di pancia. Quanto in là ci si può spingere rispetto a quanto indicato in etichetta? Dipende dai casi ma, in linea di massima, più lungo è il termine minimo di conservazione previsto per un determinato alimento e maggiore sarà il margine di tolleranza. Più attenzione richiedono invece gli alimenti maggiormente deperibili: come il latte Image by iStockfresco, le uova, lo yogurt, la ricotta e la pasta fresca. In questi casi sul packaging compare la dicitura “da consumarsi entro”. In questi casi il termine è più rigido, perché a rischio c’è la salubrità del prodotto. Ma la differenza è ai più sconosciuta. Un errore di superficialità che, come spiegato dagli stessi ricercatori scandinavi, «si traduce nella produzione di una notevole quantità di rifiuti alimentari in ambito domestico».

Twitter @fabioditodaro

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