Wise Society : Ecorifugi alpini
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Ecorifugi alpini

Sono riscaldati con il sole e l’energia della terra, hanno pannelli fotovoltaici, collegamenti wi-fi, turbine eoliche e micro-depuratori. Sono i rifugi di terza generazione che stanno colonizzando le vette italiane. Nel totale rispetto dell'ambiente

di Fiammetta Bonazzi
18 maggio 2013

Rifugio ArlaudPer il riscaldamento sfruttano il calore del sole e l’energia della terra, per l’acqua sciolgono la neve dei ghiacciai; sono equipaggiati con pannelli fotovoltaici, collegamenti wi-fi, turbine eoliche e micro-depuratori. Sono i rifugi alpini di terza generazione che stanno colonizzando le vette italiane, talora anche sconfinando oltre le frontiere con Svizzera, Francia e Austria: luoghi da vivere per un breve soggiorno o da visitare
durante una gita soprattutto in estate, prima che le nevicate autunnali rendano
di nuovo inaccessibili ai meno esperti i sentieri che portano in quota.
Quello della montagna ecologica è un trend in costante ascesa che fa leva sull’esigenza di rendere sempre meno inquinanti e “autarchici” sotto il profiloenergetico gli edifici a disposizione degli escursionisti. Al punto che nel 2000 l’Unione europea ha iniziato a premiare con l’Ecolabel, l’etichetta comunitaria di qualità ecologica per prodotti e servizi, anche i rifugi di montagna, primo tra tutti – per l’arco alpino italiano – il “Daniele Arlaud” del Gran Bosco di Salbertrand, in provincia di Torino.

Le prime esperienze

In realtà, l’impiego di materiali a basso impatto ambientale non è una novità assoluta:

basta ricordare il lavoro di Franco Albini per l’Albergo-Rifugio “Pirovano” di Cervinia dove nel 1946 il geniale architetto razionalista riscrisse in chiave contemporanea la tipologia della baita valdostana (il rascard) composta da una base in pietra e un cassero di legno sostenuto da colonne tronco-coniche in sasso.

Pirovano di Cervinia dove nel 1946

Negli stessi anni un altro progettista innamorato dell’alta quota fu Carlo Mollino: di recente è stata rimessa in uso la sua stazione-albergo di
Sauze d’Oulx mentre nel 2008 è stato ripreso un progetto rimasto a lungo negli archivi: la Casa Capriata nel comprensorio sciistico di Weissmatten a Gressoney-Saint-Jean, a oltre 2000 metri di altitudine lungo la Via dei Walser. I disegni della “palafitta” che Mollino presentò alla Triennale di Milano del 1954, oggi sono diventati una costruzione certificata a basso impatto ambientale grazie a una collaborazione tra il Politecnico di Torino,
enti locali e sponsor privati che hanno messo a disposizione impianti e finiture ecocompatibili.

Perché proprio in montagna?

Proprio perché sono un contesto naturale impervio, che richiede di ridurre alminimo sprechi e tempi di realizzazione, le montagne costituiscono un ottimo banco di prova per le più innovative tecniche di costruzione a impatto zero; lo conferma il bivacco di Pian Vadà, a 1700 m di altitudine sulle montagne verbanesi nel Parco nazionale della Val Grande, vincitore nel 2009 del Premio Ischia di architettura (www.pida.it) per la sezione ANAB (www.anab.it), dedicata ai progetti sostenibili: l’edificio, distrutto sotto i bombardamenti del 1944, è stato ricostruito dagli architetti Carlo Ghisolfi, Giancarlo Paolino e Luciano Uccelli di Verbania, utilizzando, come spiega Uccelli, «una struttura energeticamente autonoma a pannelli di legno preparati in provincia di Biella e trasferiti a Pian Vadà in elicottero in una sola giornata, imitando al minimo i tempi di realizzazione e le emissioni dannose nell’ atmosfera».

 

Rifugio Monte RosaIl legno è protagonista anche nel rifugio Città di Mantova sul Monte Rosa, che gli architetti Corrado Binel ed Enrica Quattrocchio di Aosta hanno ampliato con un’aerodinamica copertura in lamellare e la creazione di servizi e docce a ben 3500 m di quota, il tutto alimentato da una vasca di raccolta d’acqua con una capacità di 40mila litri; sempre sul massiccio del Rosa ma in territorio elvetico, la nuova “cabane” affacciata sul Cervino, nata da un progetto congiunto del Club Alpin Suisse e dell’Ecole Polytechnique Fédérale di Zurigo, è attualmente il più grande rifugio in legno delle Alpi svizzere e, grazie alla copertura fotovoltaica, soddisfa in modo
autonomo oltre il 90% del fabbisogno energetico.

In Alta Badia, invece, il designer inglese Ross Lovegrove, celebre per i suoi progetti di gusto “organic- tech”, ha reinventato il concetto di bivacco dandogli la forma di una “capsula” simile a una goccia di mercurio: il mini rifugio di 8 metri di diametro, che può ospitare due persone, è un ovoide in doppio vetro trasparente e nel contempo riflettente che galleggia sopra la neve di Piz la Ila grazie a un campo elettromagnetico, e viene rifornita di energia dalle Solar Plants,

piccoli alberi artificiali che trasformano il vento e raggi solari in corrente elettrica. «Non posso immaginare un modo migliore per svegliarsi la mattina», conferma Lovegrove, magnificando l’esperienza unica di pernottare nella capsula in compagnia della musica filodiffusa nel silenzio delle vette. Ed è ancora sulle Dolomiti che la sperimentazione che avviene in piccolo, nei rifugi, si sta estendendo a strutture ricettive più ampie, come i grandi alberghi: valgano gli esempi del Relais & Chateaux Rosa Alpina di San Cassiano, con un’intera nuova ala in legno certificata da Casa Clima (www.agenziacasaclima.it), o del Crystal di Obergurgl, che grazie a un impianto geotermico risparmia fino a 90mila litri di gasolio. Nel pieno rispetto dell’ecosistema
montano.
The Crystal di Obergurgl

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