Wise Society : Cammino dunque sono…
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Cammino dunque sono…

Dalle testimonianze di due camminatori emergono punti di vista diversi. Mettere un piede davanti all'altro, infatti, è uguale per tutti, ma la spinta a farlo fa storia a sé

Mariella Caruso
15 luglio 2015

Image by CorbisC’è chi lo bolla come una follia, chi non lo farebbe mai e chi, al contrario, ne è affascinato, nonostante non riesca a mettere a fuoco il motivo principale per cui un giorno abbia deciso di mettersi in cammino per affrontare chilometri e chilometri. Quella dei viaggi sostenibili da fare a piedi è più di una moda. «Per me si tratta di un modo per prendermi il tempo per stare con me stesso», spiega Carlo Casoli. Cinquantadue anni, giornalista, Casoli è tornato per il terzo anno consecutivo ad affrontare il Cammino di Santiago. «Ho cominciato con il cammino primitivo, poi sono passato al cammino inglese e al sanabrese», continua il giornalista che camminando ha scoperto una nuova dimensione scandita dalla solitudine. «Dopo i primi tre giorni, che sono stati difficili – sottolinea -, mi sono fatto prendere dal ritrovato rapporto con me stesso e, anche se può sembrare strano, ho cambiato punto di vista su molte cose». Quali? «Il rapporto con la tecnologia che stava invadendo la mia vita, la percezione del tempo, la mia idea sull’ozio che può essere piacevolmente attivo», elenca Casoli. Da sfatare anche l’idea che per affrontare un viaggio a piedi sia necessaria una preparazione specifica, sempreché si parli di un percorso senza troppi dislivelli. «Nel mio primo cammino ho incontrato tutti i giorni una donna di 67 anni più larga che alta, non particolarmente atletica, ma che non faceva alcuna fatica ad andare avanti», sorride. «A darmi molto fastidio, invece, è che fare il Cammino di Santiago sia diventato una moda, mentre dovrebbe essere altro: incontro con la gente, condivisione di vita, un melting pot che passa anche dal condividere le camerate dei dormitori».

Image by CorbisLA VISIONE FEMMINILE  – «Davvero le vacanze a piedi sono diventate di moda?». Elena Della Foglia, 33 anni, chimica, non nasconde il suo stupore. Lei è un’antesignana di questo tipo di “spostamenti” avendo iniziato a camminare nel 2002, quando aveva appena 19 anni. «La prima esperienza l’ho fatta con gli amici sul Cammino di Santiago: 100 chilometri in cinque giorni con un zaino in cui avevo messo anche roba inutile come una confezione di bagnoschiuma da un litro», racconta sorridendo. «Adesso è tutto diverso. Camminare mi ha insegnato il “recupero dell’essenziale”, perché tutto ciò che ti serve deve stare nello zaino che devi portare in spalla», aggiunge Elena. Altri aspetti da non sottovalutare sono il cambio della prospettiva di osservazione, il recupero del rapporto con gli altri, il raggiungimento dell’obiettivo. «Camminare ti permette di osservare il paesaggio in una maniera diversa, soffermarsi su particolari che sfuggono se si viaggia in auto o anche in bicicletta. Camminare ti aiuta anche a parlare con altri, anche se sconosciuti, con più serenità e senza troppi imbarazzi. Inoltre viaggiare con il solo zaino in spalla, ti obbliga a chiedere aiuto ai compagni di viaggio, anche se solo occasionali. Per capirci uno può aver portato ago e filo, un altro il filo per stendere ed è naturale scambiarsi le cose», spiega Elena che, però ammette, di preferire camminare in compagnia, indipendentemente dalla conoscenza dei compagni di viaggio. «Il mio secondo viaggio a piedi, nel 2008, l’ho fatto insieme a un gruppo organizzato dal Pime partendo dall’Abbazia di Tamié sul Monte Bianco – ricorda -. Quando sono partita non conoscevo nessuno, all’arrivo avevo tanti amici. Io non cammino per recuperare il rapporto con me stessa, ma per il piacere di andare avanti mettendo un piede davanti all’altro, per assaporare il piacere dello stare insieme agli altri, non sono una che ama il silenzio e la solitudine». Un altro aspetto da non sottovalutare, secondo Elena, è quello della lentezza. «Rendersi conto del tempo che occorre a fare un percorso è illuminante per chi, come noi, è abituato a ritmi frenetici – conclude -. E se sta diventando una moda, ben venga, uscire dalla propria comfort zone può far bene a chiunque».

 

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