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Per farcela (nello sport come nella vita) ci vuole “resilienza”

È la preziosa capacità di far fronte in modo positivo a difficoltà e ostacoli, mantenendo ottimismo e fiducia in se stessi. Per dare il meglio di sè e raggiungere mete importanti. La parola allo psicologo Pietro Trabucchi

Francesca Tozzi
27 gennaio 2012

Pietro TrabucchiLa parola resilienza indica, nella tecnologia metallurgica, la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate. Trasposto in campo psicologico si riferisce invece a una preziosa risorsa umana. Così la definisce Pietro Trabucchi, psicologo che si occupa da sempre di prestazione sportiva, in particolare di discipline di resistenza, e che al tema ha dedicato di recente un libro dal titolo Perseverare è umano: la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Negli esseri umani la risposta allo stress e alle difficoltà non si realizza solo sotto forma di cambiamenti ormonali e di realizzazione di risposte comportamentali prefissate ma è soprattutto cognitiva. Sta nella capacità di guardare alla realtà in modo diverso e di vedere vie d’uscita dove sembra che non ce ne siano.

L’importanza di avere una forte motivazione

 

Che caratteristiche psicologiche ha una persona “resiliente”?

Cover libroDi solito è un ottimista e tende a  leggere gli eventi negativi come momentanei e circoscritti. Ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda. È fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato. Tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità piuttosto che come una minaccia. Di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza. Il verbo persistere indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Troppo spesso ci aspettiamo che questa motivazione arrivi da qualcosa di esterno a noi: dagli altri, dagli incentivi, dalle tecniche di manipolazione che i guru della motivazione insegnano spesso ai venditori. Si alimenta così un’idea fatalista e passiva della motivazione.

Come nasce in lei l’interesse per la resilienza psicologica?

Questo interesse è antico quanto quello per la psicologia. Mi ha sempre affascinato l’aspetto mentale della prestazione sportiva. Per questo non mi sono dedicato alla psicologia clinica ma ho scelto di seguire gli sportivi professionisti. Ho sempre fatto sport e credo ci sia qualcosa di etico nel considerare la prestazione sportiva al di là del risultato in sé, come processo per migliorare le persone e tirare fuori il meglio da loro, fisicamente e mentalmente.

In che modo il cervello condiziona la prestazione sportiva?

Il cervello è fondamentale sia dal punto di vista fisiologico sia psicologico. Durante una gara estrema ma anche un allenamento molto intenso la fatica che si avverte è una sorta di difesa che il corpo attua per non esaurire il glucosio cerebrale. Il glucosio non viene consumato solo dai muscoli ma anche dal cervello. Ed è sufficiente che il cervello percepisca un leggero calo nel glucosio disponibile per le sue funzioni che subito lancia l’allarme sotto forma di senso di fatica. Quindi il fattore che limita le prestazione di resistenza potrebbe essere il cervello e non l’efficienza muscolare. Se l’efficienza del cervello cala perché non ha energia a sufficienza, il corpo cede. Ma cede anche se non è sostenuto dalla forza mentale. Questo modello spiega in modo concreto e misurabile come mai i fattori motivazionali siano così importanti nelle prestazioni sportive, in particolare in quelle di resistenza.

 

Vince chi è capace di impegnarsi di più e più a lungo

 

Si può rinforzare la mente per diventare resilienti?

mortenhilmer.comIl mondo dello sport estremizza la necessità di resilienza. Dimostra con i fatti che la resilienza psicologica può essere appresa e migliorata. Ecco ciò che rende lo sport interessante per tutta la vita: il fisico, anche se allenato, declina. Ma la forza mentale può continuare a crescere sino all’ultimo. In Italia questo approccio sta crescendo molto in ambito sportivo, forse anche in seguito ai miei studi e libri sull’argomento. Io me ne sono servito per studiare e spiegare le carriere degli sportivi di alto livello. I modelli previsionali classici della prestazione sportiva si basano soprattutto su elementi fisiologici, cioè sulla valutazione del “motore” dell’atleta. Nelle discipline di resistenza, per esempio, un indicatore della cilindrata del motore è la quantità di ossigeno, cioè di benzina, che lo sportivo è in grado di usare. Più i valori sono elevati, più potente è il motore. In realtà la mia esperienza diretta è che molto spesso le previsioni basate esclusivamente sui fattori fisiologi sbagliano. Non sempre finiscono alle Olimpiadi quegli atleti con il “miglior motore”, ma quelli che nel quadriennio di qualifica sono stati capaci di impegnarsi di più, superare crisi, infortuni, errori di programmazione e stagnazione di risultati: i più motivati, i più resilienti cioè più capaci di far durare la motivazione. Anche al Tor des Geants, la gara più dura al mondo tra le corse in montagna, spesso giungono al traguardo persone con un fisico non esattamente scultoreo, mentre atleti dalla macchina molto più possente e prestante si ritirano.

Potenziare la resilienza può aiutarci ad affrontare in modo diverso la vita quotidiana?
Senz’altro. È molto diffusa in noi la sensazione di non riuscire a controllare bene gli eventi della nostra vita e si prova un senso di impotenza. Sviluppare la resilienza può servire a cambiare questo atteggiamento. Immaginiamo un uomo di mezza età, sedentario e in sovrappeso che decide di dedicarsi alla corsa. Arriva a correre 50 minuti tre volte alla settimana. Al’inizio sarà faticoso e frustrante: penserà di non farcela e non ce la farà. Poi riuscirà a correrli tutti senza fermarsi. Magari prenderà qualche autobus al volo mentre prima avrebbe rinunciato. E intanto avrà perso peso e acquistato una sensazione di maggior controllo sulla propria vita. Sembrerà banale ricordarlo, ma non dimentichiamo mai quanto è importante l’impegno. L’idea che qualcuno ce la fa perché ha talento, perché “è dotato” spinge a essere fatalisti, passivi e rassegnati. È molto comodo pensare che il successo dipenda da qualcosa di già scritto, dal destino, dalla fortuna, dal talento, dal patrimonio genetico o dal segno zodiacale. Persone speciali come un Marco Olmo che a 50 anni suonati ha vinto l’Ultra Trail du Mont Blanc, una delle gara di resistenza più importanti al mondo, non devono essere considerate mosche bianche ma modelli ispiratori. Il loro esempio può aiutare la gente “comune” ad aumentare il proprio senso di autoefficacia.

Perché anche il genio ha bisogno di perseveranza

 

Secondo lei, quindi, il talento non esiste?

Non credo si possa negare che alcune capacità umane abbiano delle basi innate. Sebbene sia molto più difficile di quanto cerchi di far credere una certa “genetica da rotocalco” quantificare esattamente il peso di questi fattori. Tuttavia io mi scaglio contro gli effetti culturali dell’uso allargato del concetto di talento: usandolo diffusamente e impropriamente, si crea passività e rassegnazione nelle persone. Perché se tutte le realizzazioni di successo, in campo scolastico, artistico, sportivo e professionale, sono attribuibili al fatto che “quella persona è un talento”, “ha il bernoccolo per”….tutti gli altri hanno a disposizione immediatamente un alibi per non impegnarsi. Le aziende cercano talenti, le federazioni sportive intraprendono “progetti talento”, e così via. In realtà quello di cui la nostra società ha disperatamente bisogno non sono modelli di particolari virtù: ma modelli di impegno. È l’impegno, prodotto della motivazione e quindi della resilienza, il fattore chiave per poter spiegare le grandi realizzazioni umane. Come ha dimostrato anni fa lo studioso svedese Anders Ericcson, senza impegno, anche il talento non arriva ad esprimersi. Si tratta di quella che lui ha definito “legge delle diecimila ore”.

Ci spiega di cosa si tratta?

Al Conservatorio della città tedesca di Lipsia, Ericcson chiese agli insegnanti di dividere gli studenti dell’ultimo anno in tre gruppi: quelli destinati a diventare secondo loro delle star internazionali, i futuri membri di un’orchestra, e quelli infine che al massimo avrebbero potuto insegnare musica nelle scuole. Esaminando i curricula, vide che non c’era una differenza significativa fra i tre gruppi all’inizio della formazione. La differenza più evidente stava nelle ore di esercizio intenzionale, quello non subito passivamente ma voluto e cercato: i migliori avevano circa 10 mila ore di esercizio alle spalle, il secondo gruppo 8 mila mentre i meno bravi non superavano le 5 mila ore. Questo dimostra che l’essere dotato esprime le predisposizioni innate solo in presenza di grande esercizio continuo e quotidiano. Il modello di Ericcson è stato verificato in tantissimi campi, ivi compresa nella biografia del “genio per eccellenza”, Wolfang Amadeus Mozart. Di questi tempi non è più attuale il mito del genio senza fatica. Come dicono gli anglosassoni “l’1 percento è ispirazione, ma il 99 percento è traspirazione”, cioè: sudore ed allenamento.

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