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Elisabetta Antognoni: cinema per l’altro mondo

L'ideatrice di Cinemovel porta il grande schermo in paesi e villaggi africani dove non c'è più o non c'è mai stato. Una magia che affascina adulti e bambini. Che apre loro mondi sconosciuti. Con un linguaggio universale che suscita le stesse lacrime e risate ad ogni latitudine. Così realtà molto lontane possono scoprirsi improvvisamente vicine

di Sebastiano Guanziroli
15 ottobre 2010

Elisabetta Antognoni e Nello FerrieriSembra la scena di un film: un gruppetto di persone arriva con camion e pulmini in un villaggio africano, tira fuori generatori e altre strane attrezzature, quindi alza un grandissimo schermo tra lo stupore dei presenti. Nel frattempo decine di bambini si assiepano tutt’intorno e non si staccano da lì fino a sera, quando finalmente si accende il proiettore e comincia il cinema. Sembra un film ma è tutto vero, perché accade da dieci anni in tanti Paesi africani grazie alla Fondazione Cinemovel, nata a Bologna dall’intuizione di due persone che fanno cinema itinerante così come una volta si faceva con il circo nei più sperduti villaggi. Elisabetta Antognoni, che lavora nella distribuzione cinematografica, insieme al socio Nello Ferrieri, racconta come ha fatto vedere Charlie Chaplin a cinquemila persone nei più sperduti villaggi di Mozambico, Marocco e Senegal.

 

Portare il cinema in Africa… che idea! Come è nata?


Io e Nello abbiamo fatto un viaggio in Madagascar, più di dieci anni fa. Una sera ci è capitato di vedere un film con la popolazione locale: in un bellissimo cinema coloniale, con mille posti a sedere, il film era una pellicola asiatica di kung fu ma lo schermo era una semplice tv messa sul palco! Nonostante questo, la partecipazione fu straordinaria. Lo spettacolo vero era in platea: tutti commentavano, gridavano, prendevano le parti dei buoni. In quel momento ci siamo davvero resi conto di quanto sia potente il cinema.

Cinemovel Senegal

E avete pensato che anche a voi sarebbe piaciuto farlo …


Sì, ma noi non abbiamo inventato niente, perché il cinema è nato nelle fiere di paese, e solo dopo è stato chiuso nelle sale. La nostra idea romantica, all’inizio, era quella di partire con una jeep, le pellicole, e proiettare in luoghi dove il cinema non c’era più o non c’era mai stato. Poi però abbiamo capito che le potenzialità erano molto più ampie, e che grazie al cinema potevamo fare altro

 

Nello Ferrieri al montaggio dello schermoPerchè portare proprio il cinema in un continente dove mancano cose ben più importanti?


Intanto perché io e il mio socio ci siamo sempre occupati di organizzare eventi culturali, e credo che ognuno debba partire dalle proprie esperienze, da quello che sa fare. Ma soprattutto perché durante le proiezioni succede una cosa che è molto importante: si rafforza la comunità. Nella piazza dove proiettiamo convergono speranze, conoscenze e ci si avvicina al resto del mondo. A una nostra proiezione era presente anche Nelson Mandela. Lui ci ha detto: “voi portate il mondo intero in un Paese che poi restituisce al mondo intero altre ricchezze“.

 

Come scegliete i Paesi dove realizzare i vostri progetti?


Dopo il primo, realizzato in Mozambico, pensavamo che tutto sarebbe finito lì, perché noi eravamo volontari e avevamo dovuto prenderci un periodo sabbatico non retribuito per seguire quell’iniziativa. Però il documentario nato in un secondo momento da quella nostra esperienza ha avuto un grande successo, è stato invitato a festival importanti, e così abbiamo intrapreso nuovi progetti. Il secondo Paese dove siamo stati è il Marocco, perché avevo letto di una libraia che proponeva una carovana itinerante di libri nel deserto. Ho voluto conoscerla e abbiamo organizzato un progetto comune con cinema e libri.

 

Come scegliete i titoli?


Ogni sera proiettiamo film di tre generi diversi: un film muto, poi un titolo per bambini in cui il pubblico possa identificarsi, per esempio Kiruku e la strega Karabà o Azur e Asmar, e infine un film sulle tematiche di cui ci occupiamo, come l’Aids, l’emancipazione femminile o l’immigrazione. Per noi il cinema è un mezzo, una piattaforma di comunicazione, non solo intrattenimento. Il nostro obiettivo è fare formazione e informazione: il cinema è uno strumento che arriva sul territorio e coinvolge profondamente le persone. Quindi, oltre a occuparci delle proiezioni, mettiamo in pratica iniziative rivolte alla popolazione locale per metterla in grado di portare avanti da sola altri progetti. Nel prossimo viaggio in Senegal, ad esempio, porteremo con noi alcuni registi italiani perché si confrontino con registi senegalesi su come fare cinema sociale.

 Cosa piace a spettatori così diversi da quelli delle nostre sale? Sono un pubblico difficile?


La cinematografia del Paese in cui ci troviamo ha sempre grande successo, anche perché spesso i film sono girati con persone del luogo che così hanno la possibilità di rivedersi sullo schermo. Ma i titoli che hanno più impatto sono quelli del cinema muto: le risate che ispira Charlie Chaplin sono le stesse in tutto il mondo. La cosa meravigliosa, semmai, è lo stupore con cui guardano tutto: in Mozambico alcuni bimbi sono scappati terrorizzati al suono dei cannoni, così come i primi spettatori scappavano davanti ai treni filmati dai fratelli Lumiere. Bernardo Bertolucci ha detto della nostra esperienza: «credo che questi bambini abbiano la possibilità, in qualche modo, di vivere in una sera soltanto tutta la storia del cinema». E ogni sera è come farla daccapo.

La musica di Chico per Stanlio

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