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Rossella Ghigi: belli e sempre giovani? La sfida è saper dire di no

La sociologa dell'Università di Bologna conferma che sempre più persone, soprattutto donne, ricorrono al bisturi per omologarsi a un ideale di bellezza distorto e illusorio, pericoloso soprattutto per le giovani generazioni

Monica Onore
6 settembre 2011

Rossella GhigiLa società dell’immagine ci vende un’ideale di perfezione estetica e di bellezza irraggiungibile, rendendo sempre più difficile accettare il proprio corpo per quello che è. Non a caso il nostro tempo fa i conti con una profonda sofferenza associata all’immagine fisica, a partire proprio dalle giovani generazioni. Così il corpo diventa sempre più spesso qualcosa che si può manipolare a piacimento per farlo corrispondere ai modelli dominanti. Non solo. Sono in aumento e, sempre più diffusi, anche disturbi alimentari e pratiche di accanimento contro il corpo, dai tatuaggi ai piercing estremi, agli interventi di chirurgia estetica. Rossella Ghigi, ricercatrice di sociologia generale presso l’Università di Bologna, indaga da anni queste problematiche, occupandosi di identità di genere e sociologia del corpo. È autrice del bel saggio: Per Piacere. Storia culturale della chirurgia plastica (Ed. Il Mulino) e ha recentemente pubblicato anche un’interessante ricerca sulla percezione di sé da parte dei giovanissimi: Genere e corpo in adolescenza. L’abbiamo incontrata per saperne di più.

Emerge dai suoi studi che molte persone ricorrono alla chirurgia estetica per sembrare più naturali. Perché secondo lei?

Diversamente da quanto si potrebbe pensare, il desiderio di naturalità è sostenuto sia dai difensori della chirurgia estetica, sia da chi la critica. Ed è questo uno degli elementi che più mi ha colpito di questa indagine. È interessante rendersi conto che anche un corpo modificato da un intervento chirurgico aspiri a essere percepito e vissuto come “naturale”. Mi sarei aspettata un elogio dell’artificio, della plasticità del corpo e della sua modifica. Mentre, invece, quasi tutte le persone intervistate facevano riferimento all’autenticità, al sentirsi più naturali e a proprio agio dopo l’intervento chirurgico. Oggi, come ieri, si ricorre alla chirurgia estetica per sentirsi accettati da se stessi e dalla società, ma l’enorme incremento del numero delle persone che optano per il bisturi per ragioni estetiche rende l’intervento chirurgico un evento ordinario, banalizzato.

Image by © Tim Pannell/Corbis

Sembra che, oltre alla paradossale ricerca di una maggior naturalità, anche il merito sia un elemento che ha sdoganato la chirurgia estetica…può spiegarci meglio?

Sì, molte persone intervistate hanno affermato che l’intervento chirurgico se lo erano “meritato”. Generalmente sostengono di essersi meritato il proprio corpo, le persone che lo scolpiscono in palestra a furia di addominali, sollevamento pesi e allenamento quotidiano. Evidentemente anche chi ricorre al bisturi ha cercato di venire a patti con un’etica del merito. Un esempio significativo è quello della studentessa universitaria che ha lavorato durante i week end per potersi rifare il seno. Alla fine, riuscita nell’impresa, ha affermato con orgoglio che se lo era meritato.

Con qualche sacrificio, quindi, ci si può comprare proprio tutto?

Image by © Push Pictures/CorbisAcquistare un corpo nuovo nel mercato, così come si acquista un frigorifero o un televisore è l’idea più diffusa e trasmessa dalla società del consumo di cui facciamo parte. Proprio per questo, chi si rivolge al chirurgo plastico assomiglia sempre meno a un tradizionale paziente e sempre più a un consumatore. Tutto è mercificato e mercificabile anche quando si tratta del proprio fisico. Nel caso della chirurgia estetica ci si trova di fronte a una forte tensione, perché la promozione lavora su due livelli: quella del paziente in stato di sofferenza, e quella del cliente disposto a comprare una merce sul mercato. Proprio per questa tensione, chi si sottopone a un intervento di chirurgia estetica vive un conflitto forte, da un lato c’è l’esigenza di sentirsi bene anche psichicamente, dall’altro c’è la libertà di potere comprare un intervento. Tutte le società hanno sempre problematizzato la “decenza”, modificato il grado di pudore, che cambia nelle diverse epoche e di società in società, e “spostato” i confini tra ciò che è naturale e ciò che non lo è.


Nella nostra società dei consumi le vittime degli ideali di bellezza sono sempre donne, perché questa differenza di genere?

Le donne pagano a caro prezzo il dovere essere belle e sempre curate, il dover esporre il proprio corpo come segno d’identità femminile. L’esempio più evidente qui in Occidente è il fatto che non si accetti più l’invecchiare del corpo, soprattutto quello femminile. Mentre c’è invece una maggiore accettazione del corpo maschile che deperisce. Secondo una recente ricerca del Censis, in Italia si dice su cento persone che appaiono nei vari media, televisione compresa, solo otto sono donne anziane. Non è  più lecito per le donne invecchiare senza contrastare questo processo e lavorare contro i segni del tempo del proprio corpo. Nella misura in cui è la corporeità che definisce la femminilità, una donna trasandata si definisce meno donna, mentre un uomo trasandato non si definisce mai meno uomo. Le donne devono dimostrare di lottare contro i segni dell’invecchiamento, pena la stigmatizzazione. La vecchiaia è percepita come un segno di non lavoro sul proprio corpo. La responsabilità è individuale e le donne devono corrispondere a un’aspettativa sociale. Per questo devono essere sempre giovani, toniche e sessualmente appetibili. Standard imposti a tutto il genere femminile, purtroppo.

Come resistere a questi modelli culturali?

Cercando, per esempio, di dare ciascuno una risposta nel proprio ambito di competenza. Io e altre colleghe abbiamo formato il Centro Studi sul Genere e l’Educazione presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, perché crediamo fondamentale, per gli adulti di domani, lavorare sui significati di genere e riflettere sul modo di percepire il proprio corpo, di accettarne i limiti e le trasformazioni. L’educazione in questo caso è importante. E forse bisognerebbe iniziare proprio dalla televisione proponendo nuovi contenuti. Non bisognerebbe negare la diversità, ma anzi valorizzare la ricerca di nuovi percorsi d’inclusione sociale senza adeguarsi ad un unico modello “vincente”.

Foto di Cynthia Aesthetic/flickr

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