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Devis Bonanni: la mia scelta di vita? Sostenibile e fuori dal gregge

L'autore del progetto "Pecoranera", da poco anche un libro, è un giovane friulano di quasi trent'anni che ha deciso di tornare alla terra. Riscoprendo le proprie abilità, il valore del tempo e la felicità di vivere con 200 euro al mese

Lia del Fabro
15 ottobre 2012

Denis BonanniDevis Bonanni è un ragazzo di neppure trent’anni che ha messo  in pratica uno stile di vita sostenibile tra le montagne del Friuli, dove è nato. Una scelta coraggiosa e fuori “dal gregge”, tanto da decidere di chiamare il suo progetto Pecoranera,  sintesi riuscita tra attenzione alla natura e anticonsumismo.

In solitudine e tra molte difficoltà, Bonanni è stato capace di realizzare i propri ideali e uno stile di vita che dal 2003 diffonde anche attraverso il blog www.progettopecoranera.it e, più di recente, nel libro Pecoranera. Un ragazzo che ha scelto di vivere nella natura (Marsilio 2012) dove racconta le idee e le esperienze che l’hanno portato alla sua condizione di contadino-filosofo.

 

Niente carne e solo agricoltura bio

 

 

Quali sono le scelte che più caratterizzano il suo modo di vivere?

vivere con lentezza trasporti pubblici Pecoranera Devis Bonanni decrescita cambiare vita bicicletta agricoltura biologicaSoprattutto l’autoproduzione del cibo. Il che ha significato adottare una dieta particolare con l’abbandono della carne, semplicemente perché non mi andava di allevare animali, e arrivare a utilizzare nel corso del tempo pratiche di coltivazione biologiche.

Un’altra scelta, direi significativa, è quella di non usare più l’auto come mezzo di trasporto anche per i percorsi extra urbani, ma la bicicletta, di cui mi sono innamorato in modo intransigente.

Tendenzialmente cerco di acquistare il meno possibile, in casa vivo con un numero limitato di oggetti e possiedo pochi vestiti. Per cucinare, per riscaldare, per avere l’acqua calda ho fatto sempre ricorso alla legna, anche se da poco mi sono convinto di fare l’allaccio all’energia elettrica.

Sono dieci anni che vivo in questo modo, all’inizio quasi in modo selvaggio nella casetta di legno che da poco ho lasciato, e da quattro anni ho concluso definitivamente il precedente lavoro come tecnico informatico.

 

Come si è svolto questo suo percorso ?

All’inizio c’era un ideale molto forte, con alla base spinte di tipo politico, sociale, ecologico. Sono partito anche da motivazioni personali, che sono condivise anche da molte altre persone. Pensavo: abbiamo il progresso tecnologico, scientifico, produttivo, ma non abbiamo il tempo per vivere.

E questo mi dava molto fastidio. In seguito mi sono anche accorto che potevo vivere con poco.  Coltivare per l’autoproduzione alimentare all’inizio era un mezzo, ma poi si è trasformato nel fine. Il contatto con la natura e il prendersi cura delle piante è diventato di per sé l’ideale: l’atto di tornare alla terra è qualcosa che parla da sé, preponderante e centrale rispetto alla teoria.

È stato difficile arrivarci?

Non è stata una scelta improvvisata, ho iniziato a diciassette anni, prima coltivando l’orto di casa, poi ho aggiunto la serra, il pollaio… ma senza avere mai idealizzato la campagna. Il mio cambiamento è stato graduale, partendo dalla necessità primaria di nutrirmi, e si è poi affinato nel corso degli anni attraverso diverse sperimentazioni e comportamenti ecologicamente sostenibili.

Sulla base della mia esperienza, cercare di metabolizzare le nuove scelte è il modo migliore per non rimbalzare contro muri di aspettative mancate. Ci sono state nel tempo delle mediazioni, ho cercato i giusti compromessi e tentato le formule che mantenessero comunque la coerenza delle mie scelte. E so che dovrò trovare delle nuove risposte per altre fasi della vita che non ho ancora affrontato.

Denis Bonanni

 

Il cambiamento si costruisce insieme agli altri

 

 

A distanza di dieci anni la sua è una scelta che funziona?

Denis BonanniFunziona perché non è mai stata una scelta “contro” qualcosa o qualcuno, né di fuga, né improvvisata. Se si decide di lasciare il precedente sistema di vita, penso che il cambiamento non dovrebbe essere fatto con la mentalità da “perdenti”, ma solo dopo aver provato a realizzare qualcosa nei diversi ambiti, professionali e personali.

Pur considerandomi sempre dentro la società in cui vivo, ho deciso di cambiare non per lasciare un lavoro per il quale avevo studiato, ma per sperimentare uno stile di vita diverso. Io non mi sono mosso dal mio luogo di origine, sono sempre rimasto lì, dove sono cresciuto.

 

Pensa che l’abbia aiutato nascere e vivere in un paesino della Carnia?

Sono convinto che sia stato più faticoso perché se vivi in un contesto del tutto differente, penso alla città, è più facile essere attratti dalla natura. Mentre nella mia realtà, la natura è data per scontata, diventa quasi invisibile perché fa parte del consueto e ha meno attrattiva. In questo senso dico che è stato più difficile.

 

Come mai è passato da un progetto individuale a uno collettivo?

Sin dall’inizio Pecoranera è nato come progetto “per coltivare la terra, assieme“.  Questo per dire che a livello individuale è possibile dare risposte di carattere ambientale ed ecologico, ma fino a un certo punto. Poi, come naturale prosecuzione, mi sono sempre più convinto che è necessario collaborare, per esigenze pratiche e anche personali, con altre persone per costruire un’alternativa che sia significativa.

 

 

Un percorso di consapevolezza

 

 

Gli aspetti ambientali che cosa significano per lei?

Denis BonanniC’è un fraintendimento, secondo me, sugli aspetti legati all’ecologia. Sembra che con i nostri comportamenti sostenibili l’obiettivo sia quello di salvare il pianeta.

Ma il pianeta si salva sa sé, perché ha una potenza vitale così elevata da contrastare tutti i danni che siamo capaci di infliggerli. Noi non siamo i padroni della Terra ma viviamo a suo carico e, se lo siamo, allora dobbiamo fare in modo che non esaurisca le sue risorse. Ecologia non è salvare il pianeta, ma è il modo per noi uomini di trovare un sistema di vita che sia ecologicamente sostenibile.

 

La sua famiglia come ha reagito di fronte a scelte così drastiche?

All’inizio erano spaventati, avevo un lavoro stabile e parlavo di tornare a lavorare la terra. Però non mi hanno mai fatto mancare l’aiuto pratico. E nei contrasti sono stati sempre un punto di riferimento.

Mi sono chiesto da dove venisse questa loro paura ancestrale del “morire di fame”: mia nonna ha avuto una vita dura e faticosa e i miei genitori si erano affrancati da quella realtà contadina attraverso la tecnologia.

Proprio parlando con mia nonna ho capito che ciò che volevo fare con il mio piccolo progetto di autodeterminazione alimentare era conciliare l’antico, vale a dire il contatto con la natura, insieme al progresso, che fa riferimento a un modello di sviluppo, ora in crisi.

La soddisfazione dei nostri bisogni primari – nutrirsi, spostarsi, socializzare – è tutta delegata all’esterno e all’uso del denaro, mentre le nostre capacità sono state sostituite da una specializzazione estrema nel tipo di lavoro, penso al mio di tecnico informatico.

Quello che ho cercato di fare con fatica, perseveranza ma soddisfazione, è il recupero delle mie abilità realizzando una serie di comportamenti ecologicamente sostenibili ed evitando certi consumi inutili. Senza fosse la mia intenzione di partenza, sono arrivato al traguardo finale che la casa editrice del libro che ho scritto, ha sintetizzato con lo slogan “come essere felici con 200 euro al mese”. E che io piuttosto definisco  con due concetti: “il saper fare da sé, e il saperne fare a meno”.

Perché ha deciso di scrivere un libro?

Cover libroVolevo comunicare la mia esperienza e l’ho fatto per anni attraverso internet, quasi per lanciare una specie di messaggio in bottiglia. Quando ho iniziato, dieci anni fa, il concetto di orto biologico esisteva poco, erano temi di nicchia.

Avevo quindi necessità di confrontare e condividere questi miei interessi con altri. La casa editrice ha visto il blog e, attraverso un mio amico mi ha contattato, proponendomi di raccontare la mia storia.

Avevo un inverno libero, ho accettato senza però l’intenzione di fare un manuale su come le persone dovrebbero vivere, ma per far arrivare a un pubblico un po’ più ampio questi temi in una forma semplice e genuina.

E l’ho voluto fare anche se so che tanti hanno fatto quello che ho fatto io in Italia e nel mondo, a diversi livelli e anche più di me. In questi ultimi mesi, oltre a coltivare i miei campi, sono impegnato a presentare il libro soprattutto nel nord Italia, cercando di arrivare nei luoghi sempre in bicicletta o con i mezzi pubblici.

L’esperienza mi piace perché non vado in giro a dire alla gente come vivere, ma vado a vedere e sentire cosa sta succedendo… Quello di cui mi sono reso conto è che c’è una nuova e antica sensibilità verso questi temi: come il tenersi un pezzo di terra per procurarsi il cibo.

È questo il comportamento di tipo sostenibile che prende di più, e che risulta centrale per le molte persone che ho incontrato.

 

Ha mai avuto voglia di tornare indietro?

Dalle mie parti tanti hanno l’orto, era però inconsueto lo facesse un giovane di diciassette anni e in quel momento mi sono sentito rivoluzionario e diverso. Ora mi sembra di avere una vita normale e a raccontare quegli anni tutto sembra facile, anche se non lo è stato per niente.

Ma sono un ottimista e non mi piace lamentarmi. Contare solo sulle proprie forze, porta a delle cadute momentanee e un inverno molto difficile bastava a mettermi a dura prova.

La vita che facevo prima era più automatica e proponeva percorsi consueti, la vita di adesso è un’assunzione di responsabilità rispetto a scelte e decisioni che sono mie ma su cui sono comunque sempre critico.

Le difficoltà maggiori sono state quelle di affrontare e risolvere i problemi da solo non tanto fisicamente piuttosto psicologicamente, ma a rientrare nel “gregge” per ora non ci ho mai pensato.

Denis Bonanni

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