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Luca Abete: «Spiego ai ragazzi il valore dell’ottimismo»

L'inviato di "Striscia la notizia" si è fatto portavoce di messaggi positivi tra i giovani che incontra nelle scuole e nelle università con il tour nazionale #noncifermanessuno

Mariella Caruso
24 gennaio 2016

Selfie-1#Noncifermanessuno è l’hashtag preferito da Luca Abete. Avellinese, inviato di Striscia la notizia è stato tra i primi a denunciare lo scempio della Terra dei fuochi nella sua Campania martoriata, da un anno Abete si è fatto promotore della campagna “Non ci ferma nessuno” per portare ai giovani studenti delle scuole superiori e delle Università italiane un messaggio positivo e di incoraggiamento. «È cominciato tutto quando un ragazzo mi ha chiesto perché avevo deciso di rinunciare a fare l’architetto – racconta Luca che, pur avendola pronta, non ha mai discusso la sua tesi di laurea – e cambiare vita diventando una “maschera”».

 

Siamo curiosi anche noi, perché l’hai fatto?

Per guadagnare qualcosa mentre studiavo facevo il clown nelle feste per bambini e negli eventi. Un giorno durante l’inaugurazione di un centro commerciale mi sono accorto che la gente reagiva diversamente se a sorridergli era un clown piuttosto che una persona senza travestimento. Ai sorrisi che elargivo in abiti normali nessuno faceva caso, anzi c’era chi si infastidiva. Erano le stesse persone che, pochi minuti prima, erano disposti a mettersi in gioco solo perché indossavo una maschera. Ho capito che nel mio mondo ideale amavo far ridere la gente, più che pensare a costruire le loro case. Così, prima inconsapevolmente e poi scientemente, ho rallentato lo studio e indossato molto di più i miei costumi. Oggi ho un libretto universitario con trenta esami superati su trenta, la tesi già pronta nel cassetto e racconto ai ragazzi che l’ottimismo è fondamentale nella vita».

Come immagini il tuo mondo ideale?

Se uno pensa al mondo ideale rischia di essere banale, ognuno desidera un mondo dove tutto sia perfetto che possa garantire una vita migliore. A me il mondo in cui viviamo non mi dispiace. A farmi arrabbiare, però, è la consapevolezza che l’indole umana continua ad avere tendenze autolesioniste mentre basterebbe semplicemente che tutti iniziassimo a prenderci la responsabilità di fare le cose per bene, magari partendo dai rapporti e dai piccoli comportamenti di ogni giorno: saper garantire l’ambiente, saper amare, saper bere un alcolico senza eccedere. Del resto l’altruismo non è che una forma bellissima di egoismo perché se ognuno si comportasse meglio, sarebbe più apprezzato socialmente e la reazione a catena migliorerebbe il mondo.

Quali sono le tue buone pratiche giornaliere?

Io non sono diverso dagli altri: ho comportamenti buoni e meno buoni. Ma posso contare sull’educazione coscienziosa datami dai miei genitori e dalla mia esperienza nel mondo dell’associazionismo. Da quest’ultima ho capito la logica dello stare insieme, il fascino del poter fare qualcosa per il prossimo. Ho cominciato giovanissimo a fare l’animatore nelle feste, poi il clown e l’artista di strada imparando il gusto di fare stare bene il prossimo senza tornaconto. Fare stare bene gli altri è una pratica costruttiva e l’ottimismo è la chiave di tutto.

Luca Abete e la sua campagna #noncifermanessuno messaggio positivo e di incoraggiamentoMa il sorriso che strappa un clown, come tu stesso hai detto, non riesce a strapparlo un uomo qualunque. Oggi vige la diffidenza alimentata anche da certi media…

Il problema è che si pensa che la vita degli altri sia sempre migliore della nostra. Quello che racconto agli studenti negli incontri di #noncifermanessuno è la storia della mia vita, di come stando a contatto coi bambini ho capito come si possa godere delle cose semplici facendo tesoro dei loro insegnamenti. Se due bambini sono su una spiaggia e facile che costruiscano insieme un castello di sabbia senza nemmeno presentarsi. Appena crescono, invece, gli viene insegnato di dover sempre competere per diventare i migliori senza prepararli alle sconfitte, invece gli si dovrebbe spiegare che ci si può rialzare e che tutti abbiamo un tesoro dentro. Oggi manca un’educazione alla sconfitta che non è mai definitiva.

Quindi nemmeno i servizi di Striscia la notizia che finiscono con le botte sono sconfitte?

Io intervengo dove c’è un’emergenza e provo a dare una risposta col sorriso, cerco di mettere con umiltà la realtà davanti alle persone, anche chi sbaglia deve essere rispettato nel suo errore. E sono sicuro che valga la pena anche prendere le botte per denunciare e far cambiare le cose.

Ti sei impegnato con l’Unicef in una campagna per l’uso del casco, con l’Aicat per bere responsabilmente, in campagne contro la violenza sulle donne e anche per la salvaguardia dei pigmei della foresta equatoriale congolese. C’è una campagna che vorresti lanciare?

A due passi dalle nostre città si consuma un dramma che nessuno riconosce, quello dell’accanimento contro i rom. Quando si parla di rom si sentono sempre i soliti luoghi comuni. Io nei campi rom ci sono stato, ho preso pietre e bottigliate, ma sono venuto in contatto con una realtà che tutti giudicano senza conoscere. Per questo vorrei lanciare una campagna per i bambini rom che camminano scalzi nel fango anche in inverno, che vivono in baracche riscaldate bruciando arredi impregnati di vernice in recipienti di latta. Se questi bambini non si integrano nella società sin da piccoli cresceranno con la convinzione che l’unica loro possibilità sia continuare a vivere così e che il loro unico destino sia delinquere.

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