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Virgilio Sieni: per essere lungimiranti bisogna aprirsi e non essere abitudinari

La danza è movimento e incontro, spiega il famoso danzatore e coreografo che invita a diventare più consapevoli della propria fisicità, prestando attenzione anche alle nostre parti piccole e marginali. Per diventare più empatici e flessibili

Monica Onore
6 settembre 2011

Virgilio SieniVirgilio Sieni, coreografo e danzatore fiorentino riconosciuto a livello internazionale, si è formato nella danza classica e contemporanea ad Amsterdam, New York e Tokyo: il suo percorso comprende inoltre studi di arti visive, architettura, arti marziali.

Nell’83 ha fondato la compagnia Parco Butterfly, poi trasformata nel 1992 nella Compagnia Virgilio Sieni: attualmente una delle principali realtà coreografiche italiane, legata con solidi rapporti produttivi ai più importanti teatri e festival europei.  In occasione del Festival di antropologia contemporanea Dialoghi sull’uomo (che si è svolto a fine maggio scorso nella città di Pistoia) ha ideato e interpretato un nuovo spettacolo dal titolo Studies of the Human Body. La danza può trascendere il corpo, ma mai prescinderne è uno dei suoi principali assunti.

La danza è movimento e incontro. Perché l’incontro è così importante?

L’incontro è la vita stessa. Anche l’eremita incontra. Il problema non è stare da soli, vivere la solitudine in questa implosione. L’incontro è una forma molto ampia, un pneuma che si espande nell’universo. È importante incontrare le persone, ma anche aprirsi a tutti gli elementi della natura. La forma dell’incontro crea nuove vie di comunicazione dove il tempo, la distanza, gli spazi si riducono in altro.

Perché è importante usare il corpo come fonte di ascolto?

Per creare nuovi percorsi creativi è fondamentale ascoltare il corpo. Solo attraverso l’ascolto è possibile il riconoscimento delle tecniche acquisite, dei ricordi, dell’esperienza. È poi importante scomporre l’acquisito, per rinnovare, attraverso il suo dissolversi, una nuova serie di azioni. Solo se passiamo attraverso questo lavoro ci ripensiamo in modo nuovo e diverso. Il corpo lo intendo come una forza e allo stesso tempo lo considero anche un gioco, che tende a rompere i vari elementi e le strutture prefissate. Gli uomini si sono strutturati secondo abitudini, posture, dislocazioni nello spazio; riuscire con la pratica a riconvertire tutte queste rigidità significa provare tutte le volte a camminare come fosse la prima volta. S’impara ad ascoltare il suono del corpo, il movimento e il collegamento dentro le articolazioni e cosa accade tra l’una e l’altra…

Foto di BrightStarPhoto21/flickr

Lei ha da sempre incluso la cultura orientale nei suoi lavori…come mai?

Sono stato sempre vicino alle discipline orientali, dal Teatro No, alle arti indiane come il Kathakali, o le danzi Odissi o il Kabuki. Ho vissuto anche in Giappone per praticare le arti marziali. La mia esperienza in Oriente è stata educativa e molto importante per il mio lavoro. Tutte queste discipline hanno in comune lo stesso obiettivo: riportare l’uomo all’essenza, a un ascolto che si fa rinnovamento tutte le volte. Le tecniche richiedono rigore, ma non devono irrigidire il pensiero. Anzi, lo sforzo è quello di trovare attraverso le tecniche, un’apertura possibile.

Foto di pdeperio/flickrOltre all’estetica esiste l’etica del corpo?

A me piace pensare al corpo come a un funambolo, un equilibrista che si regge più che sulle grandi muscolature su quelle piccole. Osservare nel corpo la grande muscolatura significa riconoscere che esiste anche una muscolatura più sottile e nascosta. Articolazioni infinitesimali che riportano a una risonanza più intima e profonda. Penso che siano gli elementi marginali a creare una struttura radicale: dalla pelle agli organi e ai liquidi all’interno del corpo. Per essere flessibili, per non ripetere le stesse posture, per non assumere gli stessi atteggiamenti bisogna riconoscere l’importanza dell’apparente marginalità: credo che questo sia un processo da perseguire con determinazione. Oggi, infatti, il riferimento al marginale è sempre più raro.

Nel suo lavoro sul corpo che posto occupa l’empatia?

Tutti i momenti legati alla creazione, alla nascita di qualcosa, corrispondono a dei momenti empatici. Il momento dell’empatia è qualcosa che si collega con altro da te. Certo devi essere predisposto ad accoglierlo e condividerlo. Tante volte succede di essere tacitamente d’accordo con le persone, in intuizioni, percezioni, desideri: questo è un territorio da esplorare continuamente. Bisogna verificare quali sono i momenti e i punti di avvicinamento e quale il nutrimento che ne consegue. L’empatia ci raccomanda di non percorrere certe vie attraverso metodiche prestabilite. Siamo strutturati in modo tale da introiettare le abitudini e pensare che sia naturale per noi affrontare le cose sempre in un certo modo. Non è così, anzi. L’incontro e l’ascolto sono opportunità per cambiare il nostro approccio prestabilito alla realtà.

Nella società del consumo e dell’immagine il corpo ha sempre più importanza eppure aumentano i corpi “inconsapevoli”. Lei cosa ne pensa?

C’è stata una netta frattura nella nostra cultura a essere “in un corpo” quindi ad appartenere ad un corpo. Si dice sempre, non a caso, “io ho un corpo”, creando così una distanza, anziché un’unione. Il mio compito, comprendendo anche lo spettacolo, è quello d’incontrare non solo professionisti, ma anche bambini, adulti e anziani per lavorare sulla consapevolezza e l’ascolto del proprio corpo. Per coinvolgermi e sorprendermi dal primo all’ultimo passo. Mi rendo conto, come sempre accade, che all’inizio sembra di parlare di cose astratte. Invece non è così. Basta poco per entrare e immergersi nel corpo e capire come guardarsi, ascoltarsi. Bisogna avere speranza. Credere che l’umanità possa arrivare a forme di ascolto “sottili” e profonde per riportare se stessa alla capacità di guardare oltre.

Looking beyond, foto di Vince Alongi/flickr

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