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Stefano Bollani: imparare ad amare la musica per non sentirsi mai soli

Sognava di fare l'attore o il cantante. Poi la passione per il piano ha preso il sopravvento ed è diventato uno dei più acclamati jazzisti italiani. Per lui la musica è gioia profonda: un vero antidoto contro la tristezza. Ed è riuscito a portarla anche in Tv, con uno spettacolo tutto suo in onda la domenica sera su RaiTre

Vincenzo Petraglia
19 settembre 2011

Stefano BollaniÈ in assoluto uno dei jazzisti italiani più acclamati nel mondo. Un talento naturale, il suo, che lo ha portato a fare del pianoforte un mezzo straordinario per esprimere il suo eccezionale estro musicale. Un talento a cui si affianca un’incredibile personalità che a tratti trasforma Stefano Bollani in un irresistibile showman: fra originali rivisitazioni di noti brani del passato e parodie di altri colleghi musicisti, non ha veramente nulla da invidiare a provetti e navigati cabarettisti. I suoi concerti sono, infatti, sempre un gran divertimento sia per la qualità della musica sia per l’atmosfera che si crea durante lo spettacolo.  Una musica che non di rado Bollani mette a disposizione anche di cause sociali ed esperienze finalizzate a stimolare nuovi talenti musicali, come, per esempio, di recente in Sicilia, a Piazza Armerina, dove nel corso del Festival Piazza Jazz la località siciliana è trasformata in un’autentica cittadella artistica dove dalla mattina alla sera giovani musicisti provenienti da diverse parti d’Italia hanno avuto la possibilità di stare a tu per tu con i loro miti e suonare anche insieme.

Com’è avvenuto il suo incontro con la musica?

È stato tutto un po’ casuale. Non ho musicisti in famiglia, ma quand’ero piccolissimo sognavo già di stare sul palco, mi guardavo allo specchio facendo imitazioni, cantavo e facevo il playback. Di fatto volevo fare il cantante o l’attore, poi ho iniziato a suonare il pianoforte per potermi accompagnare. Ma proprio il piano è diventato inaspettatamente una grande passione che ha preso il sopravvento sulle altre.

Se non avesse fatto il musicista cos’altro avrebbe voluto fare?

Non ne ho la più pallida idea L’attore o il cantante oppure il giornalista o lo scrittore. Tutti gli altri mestieri non li ho mai neppure immaginati perché, avendo iniziato a studiare pianoforte a sei anni, non ho mai dovuto sognare un altro lavoro.

Qual è l’insegnamento più grande che le ha dato la musica?

A dire il vero non lo so, ma sono sicuramente consapevole del fatto che mi ha sempre tenuto una mano sulla spalla e non mi ha mai tradito. Gli amici, la vita, le illusioni ti possono anche tradire, la musica no. Per me rimane in assoluto un punto fermo, tutto fra noi si è sempre svolto e continua a svolgersi nella gioia.

Stefano Bollani mentre si esibisce al Festival Piazza Jazz

Cosa differenzia la musica da tutte le altre forme d’arte?

La musica non ha bisogno di traduzione, come, per esempio, avviene per la letteratura, il che non è poco. È più difficile parlare di un brano musicale, o descriverlo, che ascoltarlo. E questo perché la musica è ineffabile e non ha la pretesa, come hanno la letteratura o molta arte figurativa, di raccontare per forza la realtà e parlare di un argomento preciso da un certo punto di vista. Questo vale nel jazz ma anche nella musica strumentale classica, tranne che per le opere e i poemi sinfonici, per cui viene lasciato molto più spazio all’interpretazione dello spettatore. Proprio per questo in fondo ognuno può vedere nello stesso brano musicale cose diverse.

Da dove vengono le sue composizioni? Ha dei rituali, dei luoghi particolari per l’ispirazione?

Non ho abitudini particolari come, per esempio, sedermi nello stesso posto e allo stesso orario della giornata. Ogni cosa è lasciata alla massima libertà: quando capita capita.

C’è un musicista che rappresenta per lei un modello a cui ispirarsi?

Miles Davis è sicuramente un artista che amo molto perché per quarant’anni ha continuato a cambiare stile e musicisti, non per restare al passo con i tempi ma semplicemente per soddisfare la sua curiosità e la sua voglia mettersi in gioco e sperimentare.

Come mai in un Paese come il nostro, con alle spalle una grande tradizione musicale, oggi la buona musica è essenzialmente patrimonio di pochi?

Non lo so e non lo capisco, perché se anche si fosse insensibili alla musica in sé non lo si dovrebbe essere nei confronti almeno del fatturato che produce… Mi spiego meglio: a ben guardare la musica è anche un introito economico e, infatti, continuano a venire in Italia da tutto il mondo persone desiderose di ascoltare la nostra musica, che sia alla Scala di Milano o all’Arena di Verona. Eppure non si fa abbastanza per creare un vero indotto economico e soprattutto quest’arte continua a essere da noi la Cenerentola delle arti mentre all’estero non è affatto così.

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Da cosa può dipendere secondo lei questo approccio poco oculato?

Penso innanzitutto che purtroppo sia un argomento che non interessa a nessuno e sul quale non c’è educazione. Azzardo una possibile spiegazione: nel ‘900 i nostri intellettuali non si sono mai interessati molto di musica, lasciandola sempre un po’ da parte, come se non riuscissero a trovare un legame fra la musica e il resto delle arti. Gli unici che ci hanno provato sono stati i futuristi, ma dopo di loro nessun altro. Eppure in altri Paesi, come per esempio la Francia, gli scritti dei surrealisti e di grandi come Sartre o Camus sono intrisi di musica. Da noi no e questo ha probabilmente contribuito a dar vita alla situazione che ci troviamo a vivere adesso in campo musicale.

Secondo lei la musica può essere terapeutica?

Certo che sì. Se la musica, come dicevo prima, non ti abbandona mai e ti dà solo gioia, allora non può essere che terapeutica. Personalmente per qualsiasi problema abbia avuto nella vita mi sono spesso rifugiato nella musica traendone sempre aiuto e conforto. Credo che questo sia un discorso che vale più o meno per tutti, quindi non solo per chi fa il musicista ma anche per i semplici appassionati. Sia che si parli di cose del quotidiano, come per esempio l’effetto benefico che può avere sull’umore l’ascolto di un brano del proprio autore preferito, sia che si parli di tematiche più profonde e complesse come può essere la musicoterapia, la cui efficacia terapeutica è riconosciuta dal mondo scientifico.

Lei non di rado presta la sua immagine e la sua musica per campagne a favore di cause sociali, come, per esempio, ha fatto ultimamente con Emergency…

Ci sono molti artisti che si danno da fare per organizzazioni che si occupano dei più deboli fra le quali appunto Emergency, di cui mi piace molto l’avere a cuore le persone più innocenti della Terra, quelle cioè che si trovano coinvolte in violenze e conflitti loro malgrado. Penso che i volontari di Emergency facciano un lavoro davvero importante per sostenere proprio questi individui, che altrimenti non avrebbero altri a cui rivolgersi.

Cover CDCosa “bolle in pentola” per lei in questo periodo?

Un’esperienza del tutto nuova: proprio da questo mese di settembre parto con un programma che andrà in onda su Rai Tre (per sei puntate la domenica sera, alle 23.30). S’intitola Sostiene Bollani e avremo molti ospiti di vari generi musicali e navigheremo un po’ a vista perché sono anni che non c’è un programma di musica in tivù. Sempre in questo periodo esce anche Orvieto, il mio nuovo disco inciso insieme con Chick Corea. E di entrambe le cose sono molto contento.

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Una risposta a Stefano Bollani: imparare ad amare la musica per non sentirsi mai soli

  1. carlo pignati

    bollani produce genialità e la genialità e genialità e basta!

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