L’introduzione di una tassa sugli alimenti ultraprocessati potrebbe essere una valida soluzione per orientare i consumatori verso scelte più salutari, ridurre l’incidenza delle malattie croniche legate alla cattiva alimentazione e garantire nuove risorse economiche per sostenere i crescenti costi della sanità pubblica
La Commissione Europea sta valutando una proposta destinata a segnare una svolta nelle politiche alimentari e sanitarie: l’introduzione di una tassa sul cibo ultraprocessato. L’obiettivo è finanziare i crescenti costi del sistema sanitario pubblico, sempre più gravato dall’aumento di malattie legate a cattive abitudini alimentari. Secondo dati recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il consumo eccessivo di alimenti ultraprocessati è associato a circa 7.000 decessi al giorno a livello globale. La proposta arriva in un momento in cui la salute pubblica richiede misure efficaci per contrastare l’epidemia silenziosa dell’obesità, del diabete e delle patologie cardiovascolari legate all’alimentazione. Scopriamo insieme cosa sono i cibi ultraprocessati, quali sono i rischi per la salute legati al loro consumo e quali sarebbero le criticità ed i benefici dell’introduzione di questa tassa.

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Cosa sono i cibi ultraprocessati e perché potrebbero essere tassati
I cibi ultraprocessati sono prodotti alimentari industriali ottenuti attraverso una trasformazione intensiva che ne modifica in modo significativo la composizione originaria. Parliamo di alimenti che sono ogni giorno sulle nostre tavole, come patatine fritte, hamburger, merendine, oppure tutti quei piatti pronti che basta scaldare in forno o in padella, o ancora snack, gelati o prodotti dolciari confezionati, formaggio fuso, creme spalmabili, bevande energetiche… e via dicendo, l’elenco è davvero lunghissimo.
Questi alimenti contengono ingredienti come zuccheri aggiunti, grassi saturi e trans, sale in quantità elevate, oltre a numerosi additivi quali aromi artificiali, emulsionanti, conservanti e coloranti chimici, il cui scopo è imitare le qualità sensoriali dei cibi più genuini. Questi prodotti sono generalmente poveri di nutrienti essenziali come fibre, vitamine e minerali e possono risultare difficili da riconoscere, tanto che non di rado vengono consumati nella convinzione che siano alimenti salutari.
I rischi per la salute legati al consumo di cibi ultraprocessati
In una dieta corretta gli alimenti dovrebbero essere lavorati il meno possibile, e mangiati al naturale, invece purtroppo il consumo dei cibi processati e ultraprocessati aumenta sempre più a livello globale, modificando profondamente le abitudini alimentari delle popolazioni, con conseguenze sulla salute pubblica: sono infatti diversi i Paesi europei in cui gli alimenti ultra elaborati coprono una quota significativa dell’apporto calorico giornaliero medio. In particolare, alcuni Stati registrano percentuali superiori al 40%, mentre nel Regno Unito e negli Stati Uniti si va oltre il 50%.
Un’ampia letteratura scientifica ha documentato i rischi associati a un consumo elevato di cibi ultraprocessati: tra le principali conseguenze vi sono un aumento significativo di obesità, cancro, malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e anche declino neuro cognitivo. Il rischio si evidenzia in particolare quando l’assunzione di cibi ultraprocessati avviene in quantità elevate e continuative ed è combinata all’abuso di alcolici, al fumo di sigaretta e a uno stile di vita poco salutare e sedentario.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che il consumo eccessivo di alimenti ultraprocessati è un fattore determinante di circa 7.000 decessi giornalieri a livello globale, con un totale che supera 19 milioni all’anno.
Queste evidenze rendono urgente l’adozione di politiche mirate per limitare l’esposizione a tali alimenti e ridurre l’onere sanitario ad essi collegato.

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La proposta di una tassa sul cibo ultraprocessato
A tal proposito, la Commissione Europea sta valutando di introdurre una tassa sugli alimenti ultraprocessati, con l’intento di arginare il fenomeno e di finanziare la crescente domanda di servizi sanitari. L’obiettivo infatti è duplice: da un lato orientare i comportamenti dei consumatori verso scelte più salutari e dall’altro di creare un sistema di responsabilizzazione economica per chi consuma prodotti ad alto rischio sanitario, in particolare quelli ricchi di zuccheri, grassi saturi e sale.
L’idea, simile all’approccio adottato per il tabacco, è che i consumatori di prodotti considerati a rischio contribuiscano finanziariamente al sistema sanitario, del quale è più probabile che abbiano bisogno: le entrate derivanti da questa tassa sarebbero destinate esclusivamente alla sanità pubblica, e non utilizzate per coprire altre spese di bilancio, proprio allo scopo di incrementare i finanziamenti specifici per affrontare le malattie correlate ad un’alimentazione scorretta.
Oltre a rappresentare una misura di contrasto ai danni sanitari, la tassa si inserisce coerentemente nella strategia europea “Farm to Fork”, che promuove un sistema agricolo e alimentare integrato, volto a coniugare salute pubblica, sostenibilità ambientale e un accesso più equo al cibo.
La Commissione europea ha inoltre sottolineato la necessità di sviluppare strumenti oggettivi per misurare il grado di trasformazione degli alimenti, così da distinguere con chiarezza quelli ultraprocessati: la scelta degli alimenti da tassare potrebbe basarsi su strumenti che valutano il livello di lavorazione dei cibi, come per esempio la piattaforma Truefood, pensata per misurare quanta elaborazione industriale sia stata applicata a un determinato prodotto e per individuare nei supermercati gli alimenti meno trasformati.
L’idea è che l’ammontare della tassa sia calcolato in proporzione al grado di elaborazione del prodotto: in tal modo dunque i cibi sottoposti a processi più invasivi verrebbero tassati maggiormente rispetto a quelli meno lavorati.
Criticità, motivazioni e potenziali benefici
La proposta di una tassa sul cibo ultraprocessato non è esente da critiche e sfide: in primo luogo, la definizione legale di “cibo ultraprocessato” risulta complessa e può dare luogo a contenziosi giuridici e culturali, motivo per cui serve un criterio chiaro e condiviso – come il sopracitato modello Trefood – per evitare che la misura sia percepita come arbitraria o discriminatoria.
Un’altra criticità riguarda l’impatto economico, specialmente sulle fasce di popolazione più vulnerabili e a basso reddito, che potrebbero subire un aggravio dei costi alimentari senza adeguate misure compensative o di sostegno. D’altro canto, la tassa rappresenta un modo per far pagare a chi consuma questi prodotti i costi sanitari che quasi certamente dovrà sostenere nel futuro, contribuendo così a rendere più sostenibile il sistema sanitario. La misura può inoltre fungere da incentivo per scelte alimentari più salutari, riducendo l’incidenza delle patologie correlate.
Paola Greco

