Wise Society : I fissati dello sport
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I fissati dello sport

Si chiama vigoressia ed è l'ossessione per la prestazione atletica. Colpisce soprattutto uomini di mezz'età, infervorati per la maratona o per la mezzofondo in bicicletta. Potremmo definirla il lato oscuro del fitness. Che da buona pratica quotidiana si trasforma in nevrosi

di Gea Scancarello
31 maggio 2010

Businessman lifting weights in office, Creasource/Corbis

Quarantacinquenne, libero professionista, bell’aspetto, amante dell’aria aperta e sensibile all’ecologia. Niente di meglio dalla vita? Se non fosse per un dettaglio: ossessionato dallo sport. E non si parla del derby in Tv o delle tanto noiose quanto innocue discussioni tra amici sul calciomercato e le cilindrate delle moto: il fenomeno emergente dell’uomo che si avvia alla mezza età è la vigoressia, un’iperattività patologica che, secondo gli specialisti, rappresenta per il sesso maschile quello che per le donne è il ricorso al bisturi. Ovvero: il sogno dell’eterna giovinezza.

«La condizione si verifica normalmente in soggetti che fino a una certa età erano tutt’altro che sportivi, trasformandosi di colpo in maniaci dell’attività fisica. Si può leggere come una reazione alla scoperta dei limiti del proprio corpo, limiti che, ovviamente, a trent’anni ancora non si fanno sentire e vengono a galla più in là con l’età», spiega Elena Campanini, psicologa dello sport. Ecco quindi che un tenero pigrone con qualche chiletto di troppo arrivato ai quarant’anni si infervora con la maratona o le mezzofondo in bicicletta, dedica un paio d’ore quotidiane all’allenamento e inizia a fare girare la propria vita intorno ad appuntamenti sportivi irrinunciabili.

Sporting heroes, album di law_keven/flickr

Fino a un certo limite, ovviamente, non c’è nulla di male; il motto mens sana in corpore sano non è certo una novità. Quella che è nuova, però, è la nevrosi sottostante, che si traduce nella tendenza a voler superare a tutti i costi i propri limiti – a volte anche in modo inconsapevole – inseguendo risultati e sfide non sempre salutari. «L’atteggiamento è diffuso soprattutto nei maschi e in coloro che per lavoro devono dimostrare di essere sempre reattivi, tenaci, energici: nello sport si riproducono infatti dinamiche simili a quelle che si affrontano quotidianamente nella professione»,  spiega Alberto Cei, psicologo dello sport, che aiuta atleti professionisti a raggiungere i propri obiettivi. «C’è una componente narcisista», aggiunge la dottoressa Campanini, «per cui conta il risultato e non importa se per ottenerlo bisognerà sforzarsi oltre quello che sarebbe consigliato per il proprio corpo».

I dati Istat confermano questa descrizione: a praticare sport in modo intenso sono soprattutto gli uomini tra i 35 e 54 anni (il 40,1 per cento in questa fascia d’età), mentre solo il 26 per cento delle donne coetanee risulta essere particolarmente attivo. Tra i vigoressici esiste anche una piccola parte che ricorre allo psicologo dello sport: «È difficile quantificare quanti siano, soprattutto perché chi lo fa si vergogna, e difficilmente vuole finire in qualche statistica», puntualizza Campanini. «In realtà non solo non c’è nulla di cui vergognarsi, ma è invece rincuorante: se è infatti vero che loro vengono per aumentare le proprie prestazioni, quello che noi cerchiamo di fare è prima di tutto insegnare a rispettare il proprio fisico».

Lo psicologo dello sport è infatti la figura professionale che «aiuta ad allenare la mente e fornisce il giusto atteggiamento psicologico ed emotivo per affrontare gare impegnative» spiega Cei. Parte fondamentale del lavoro è però anche quella di invitare l’atleta, professionale o amatoriale che sia, anche a non esagerare, perché «come tutte le attività, anche lo sport può diventare ossessione e dare dipendenza». I casi più frequenti sono quelli della maratona o del fondo, e comunque di tutti gli sport di fatica che richiedono allenamenti prolungati ed enorme disciplina. «Esiste qualche caso estremo di professionista che ha perso il lavoro perché incapace di pensare ad altro che allo sport», conclude la professoressa Campanini.

Non è certo un buon motivo per demonizzare lo sport, ma di certo fa scattare qualche capannello d’allarme nei confronti di chi si è dimenticato il dolce piacere dell’ozio.

 

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