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Per salvarci la salute arriva lo stressometro

Sono diventate operative le norme del testo unico per la sicurezza sul lavoro, che considerano lo stress uno dei fattori di rischio importanti, causa di molte patologie per il nostro benessere. Ora tutte le aziende, grandi e piccole, lo dovranno misurare. Anche con nuovi strumenti: dai focus group ai questionari su misura

di Francesca Tozzi
26 gennaio 2011

Men Designing a Workstation, autore Barton Stabler/Images.com/CorbisLa tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori non nasce di certo oggi così come la normativa che regola la valutazione dei fattori di rischio: per esempio l’utilizzo di macchinari pericolosi e il contatto con sostanze chimiche tossiche. Oggi però la legge dà uguale importanza anche ai rischi immateriali come lo stress professionale e, dal 31 dicembre 2010, impone ai datori di lavoro di valutarne i livelli e intervenire per ridurne le cause. In caso contrario possono scattare pesanti sanzioni economiche, (da 2.500 a 6.400 euro) e in alcuni casi anche la reclusione da tre a sei mesi.

Troppo stress in azienda

 

Il mondo del lavoro è molto cambiato nell’ultimo decennio. Contratti a progetto e a termine, lavoro dipendente mascherato da collaborazioni occasionali e quindi privo di qualsiasi garanzia, lavoratori licenziati dall’oggi al domani e non sempre tutelati da adeguati ammortizzatori sociali. Situazioni ormai generalizzate in tutti i settori che la crisi economica ha reso sempre più frequenti, con una drammatica conseguenza: una forte crescita dei livelli di ansia e depressione, tra la popolazione italiana e degli altri Paesi d’Europa. Anche chi ha ancora un lavoro stabile e contrattualizzato non se la passa meglio: i dipendenti risentono spesso di iperattività perché i carichi di lavoro sono eccessivi o mal distribuiti, perché la turnistica è male organizzata, perché le competenze specifiche non corrispondono alle reali mansioni o perché il rapporto con i capi è teso e logorante.

Risultato di tutto questo: più del 20 percento dei lavoratori europei accusa sintomi da stress, una vera e propria malattia che costa ogni anno alle aziende 20 miliardi di euro. Da qui la necessità di correre ai ripari. «In Italia non è stata fatta una normativa ad hoc: abbiamo recepito una direttiva nata anni fa e fonte di molte polemiche a causa della difficoltà di valutare il cosiddetto stress lavoro correlato e i relativi rischi», spiega Sergio Iavicoli, medico del lavoro e Direttore del Dipartimento di Medicina del Lavoro dell’INAIL (Istituto nazionale infortuni sul lavoro). «Da sempre si sa, però, che lo stress mina sia la salute del lavoratore che la sua produttività: non è un caso, infatti, che nelle aziende mal gestite ci sia un tasso elevato di assenteismo e una maggior incidenza delle malattie, molte delle quali rappresentate da disturbi muscolo-scheletrici dovuti a tensioni e somatizzazioni e legati spesso a un lavoro mal eseguito», continua Iavicoli. «Un esempio? Se un lavoratore deve compiere dei movimenti ripetitivi e li fa in uno stato d’animo di rabbia o nervosismo sbaglierà la procedura e accumulerà tensioni di varia natura».
Businessman waving white flag from behind cubicle, Monalyn Gracia/Corbis
Cosa dice la legge

 

Per questo, dopo una lunga diatriba, l’Europa ha affidato alle parti sociali (sindacati e associazioni dei datori di lavoro) l’incarico di arrivare a un accordo, quello del 2004, che è stato poi recepito a livello nazionale quattro anni dopo, con il Decreto Legislativo 81 del 2008. L’accordo firmato a Bruxelles l’8 ottobre del 2004 stabilisce una base di partenza, la definizione dello stress come “una condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale ed è conseguenza del fatto che taluni individui non si sentono in grado di rispondere alle richieste o aspettative riposte in loro“, nell’ambito del posto di lavoro. Il passo successivo è stata la normativa del Testo unico 81 del 2008 che da una parte ha imposto alle aziende la valutazione di tutti i rischi, compresi quelli dovuti allo stress lavoro correlato e dall’altra ha istituito (presso il Ministero del Lavoro) una Commissione consultiva permanente per la salute e la sicurezza sul lavoro con il compito fornire indicazioni per il corretto adempimento della legge e indicazioni utili alle aziende. I lavori della commissione hanno portato alla stesura di una circolare disponibile sul sito del Ministero (www.lavoro.gov.it) con le indicazioni di metodo per la valutazione dello stress lavoro correlato, dove sono specificati gli interventi minimi.

Dalle parole ai fatti

 

«L’uscita del decreto ha creato una situazione di caos perché le aziende non sapevano da che parte cominciare e hanno cominciato a ricevere offerte di ogni tipo» continua Sergio Iavicoli, «dalle proposte delle singole Regioni ai servizi di consulenza proposti da agenzie private fino a cd rom venduti in Rete con dentro “la soluzione” a tutti i problemi. Per questo abbiamo cercato di improntare le linee guida della circolare alla massima semplicità e fattibilità». In pratica non esiste uno strumento chiamato “stressometro”: c’è, invece, un metodo uniforme e applicabile a tutte le realtà aziendali che prevede la valutazione di diversi parametri. «La prima fase obbligatoria consiste nella misurazione e analisi di indicatori oggettivi e verificabili su gruppi esposti a rischi dello stesso tipo o che svolgono mansioni simili, per esempio gli operatori dei call-center», continua Iavicoli, «il datore di lavoro fa una check-list della percentuale di assenze per malattia, infortuni, turn over, specifiche lamentele formalizzate da parte dei lavoratori ed eventuali sanzioni a loro carico (parametri oggettivi). Vengono poi analizzati i cosiddetti fattori di contenuto ovvero i carichi e i ritmi di lavoro, gli orari e i turni e la corrispondenza fra le competenze dei lavoratori e i requisiti professionali richiesti: questa analisi coinvolge tutti: dipendenti e Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS/RLST). Lo stesso vale per il monitoraggio dei fattori contestuali: il ruolo del lavoratore e la chiarezza dei compiti a lui assegnati, l’efficacia della comunicazione ma anche l’autonomia decisionale e i livelli di controllo, i conflitti interpersonali e gli avanzamenti di carriera», spiega ancora il medico.
Stressed man with head down on desk, photo by Jamie Kingham/cultura/Corbis
La fase di approfondimento

Se da questa valutazione preliminare non emergono rischi da stress lavoro correlato il datore di lavoro stenderà sulla base dei risultati un documento di valutazione del rischio e un piano di monitoraggio. Altrimenti si dovrà mettere in atto una serie di interventi correttivi. Se i problemi non si risolvono e non c’è accordo fra le parti si passa a una seconda e più complessa fase di approfondimento: l’analisi degli indicatori soggettivi attraverso focus group fra lavoratori e questionari proposti loro in forma anonima. Si tratta di analizzare la percezione del lavoratore in merito al carico di lavoro, che lui può ritenere eccessivo in base al tempo a disposizione, al rapporto con superiori e colleghi e alle proprie principali fonti di ansia: «il questionario è uno strumento molto snello» sottolinea Iavicoli, «il datore di lavoro può raccogliere le risposte in un foglio excel e confrontare i risultati con quelli di altre aziende del suo settore. Un software applicativo gli spiega come analizzare i dati e come intervenire per correggerli», continua l’esperto. Questa è una fase più onerosa perché richiede l’appoggio di figure esterne come lo psicologo del lavoro, ma è obbligatoria solo nel caso in cui le misure correttive risultino inefficaci. «Va detto che i datori di lavoro sono comunque liberi di rivolgersi a figure professionali specifiche, o utilizzare personale interno adeguatamente formato», conclude Iavicoli, «soluzione quest’ultima meno dispendiosa e con una marcia in più: la conoscenza dei processi interni all’azienda stessa».

Hand Holding Businesspeople, autore Richard Schneider/Images.com/Corbis

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