Wise Society : Microplastiche: come evitarle nel nostro quotidiano e come eliminarle dall’organismo

Microplastiche: come evitarle nel nostro quotidiano e come eliminarle dall’organismo

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12 Dicembre 2025

Sono ormai ovunque, anche nel sangue, nel cervello e in altri organi vitali. Ecco un vademecum completo su come proteggere la nostra salute, depurare il nostro corpo e contribuire in prima persona a ridurre (anche a Natale) la diffusione dei microresidui della plastica nell'ambiente

Quando negli anni ’50 la plastica ha cominciato a diffondersi in modo massivo entrando nelle case, negli arredi, negli imballaggi e nei contenitori, negli utensili e negli elettrodomestici, nei vestiti e in pratica in ogni ambito della vita quotidiana, nessuno poteva immaginare la “catastrofe” ambientale che a distanza di qualche decennio avrebbe provocato. Quello delle microplastiche e delle nanoplastiche, particelle derivanti dalla frammentazione e dal decadimento di materiali plastici più grandi, a causa di processi fisici, chimici e biologici, rappresenta, infatti, oggi uno dei problemi più drammatici del nostro tempo. 

Un problema che impatta in maniera significativa sulla salute dei mari e del pianeta certamente, ma anche, conseguentemente, sulla salute degli esseri umani, considerato che si stima che ogni anno ciascuno di noi “mangi” in modo del tutto inconsapevole una quantità di plastica pari addirittura a una carta di credito. Come? Per esempio, attraverso il cibo che portiamo sulle nostre tavole e l’acqua che beviamo. Non è un caso che le microplastiche vengano trovate ormai dappertutto nel nostro organismo, persino negli organi vitali, nel sangue, nelle cellule del cervello.

microplastiche

Foto: Shutterstock

Le possibili conseguenze delle microplastiche sulla nostra salute

Ma andiamo con ordine. Se fino a pochi anni fa la plastica rappresentava soprattutto un’emergenza ambientale, oggi il tema si è spostato direttamente dentro di noi. Le microplastiche e le nanoplastiche – frammenti inferiori a 5 millimetri, le prime, e inferiori al micrometro le seconde – sono nell’acqua che beviamo, nell’aria che respiriamo, negli alimenti che consumiamo quotidianamente. Proprio la loro invisibilità le rende tanto diffuse quanto insidiose.

Le evidenze scientifiche più recenti mostrano che queste particelle riescono ad attraversare le barriere biologiche del nostro organismo durante la digestione, raggiungendo tessuti delicati come intestino, polmoni, cervello, apparato riproduttivo e sistema cardiovascolare. Ad esempio, una review pubblicata nel 2024 sul New England Journal of Medicine ha confermato la presenza di microplastiche nel 50% delle placche carotidee analizzate, associate a un rischio quasi cinque volte maggiore di infarto, ictus o morte nei tre anni successivi.

Oggi sappiamo che l’esposizione costante può contribuire a processi infiammatori cronici, stress ossidativo, squilibri endocrini e alterazioni del microbiota intestinale. È un inquinamento silenzioso che accompagna ogni gesto quotidiano e che, proprio per questo, richiede nuove strategie di prevenzione.

Dove si trovano le microplastiche e come entrano nel nostro organismo

L’immagine più immediata è quella delle bottiglie che galleggiano nei mari. Eppure, le principali fonti di esposizione non arrivano solo dagli oceani. Le microplastiche si liberano dai tessuti sintetici durante il lavaggio, dagli pneumatici che si consumano sull’asfalto, dai cosmetici esfolianti, dalle bustine del tè, dalle pellicole alimentari, fino a utensili da cucina, mestoli, taglieri e cucchiai in nylon.

Ingeriamo microplastiche quando mangiamo pesce, soprattutto di piccola taglia, riso, frutta e verdura coltivate in suoli contaminati, sale marino, miele, zucchero o quando beviamo acqua imbottigliata. E ne respiriamo altre quando siamo in ufficio, in auto, persino in casa, perché arredi, moquette, vernici e stampanti contribuiscono alla dispersione di microframmenti nell’aria.

Le stime internazionali più accreditate parlano di oltre 45.000 particelle ingerite all’anno solo attraverso cibo e bevande. Il numero supera quota 120.000 se si includono quelle inalate. È una vera e propria esposizione quotidiana, involontaria e inevitabile, che può avvenire persino attraverso la pelle, che spesso dimentichiamo essere l’organo più esteso del corpo umano.

bottiglie di plastica

La plastica è ovunque intorno a noi e si stima che ogni anno ciascuno di noi ingerisca una quantità di microplastiche pari addirittura a una carta di credito (foto: courtesy Guna)

Come possiamo difenderci e ridurne l’assorbimento

La prevenzione comincia dalla consapevolezza. Non è necessario stravolgere il proprio stile di vita, ma orientare le abitudini verso scelte più sicure per la salute e per l’ambiente. La misura più efficace è evitare il contatto tra plastica e calore: molti contenitori rilasciano microplastiche quando vengono riscaldati, soprattutto nel microonde. Anche utensili graffiati, bottiglie esposte al sole, pentole e padelle con superficie antiaderenti intaccata o stoviglie usurate possono contribuire alla migrazione di particelle nei cibi. La cucina è dunque un luogo critico: utilizzare vetro, acciaio o ceramica riduce in modo significativo il rischio, sebbene microplastiche siano state rinvenute anche in bevande in bottiglie di vetro.

Anche la selezione dei prodotti da bagno può fare la differenza. Molti cosmetici contengono polimeri come polyethylene o polypropylene sotto forma di microgranuli. Scegliere detergenti solidi e cosmetici a base naturale riduce la quantità di plastiche rilasciate nell’ambiente e assorbite dalla pelle.

Un altro fronte importante è rappresentato dai tessuti sintetici. Un singolo ciclo di lavatrice può liberare fino a 700.000 microfibre. Prediligere capi in fibre naturali e usare filtri o sacchetti specifici aiuta a ridurre la dispersione.

Proteggersi significa anche interagire meglio con l’ambiente indoor:  ridurre la plastica usa e getta, preferire oggetti durevoli in materiali naturali, limitare gli alimenti ultraprocessati che possono contenere fino a trenta volte più microplastiche rispetto agli equivalenti freschi, come emerge da vari studi.

contenitore in plastica per cibo

Riscaldare il cibo direttamente nei contenitori di plastica non è una buona abitudine, in quanto favorisce il rilascio di microplastiche, che quindi finiamo poi con l’ingerire insieme agli alimenti (foto: courtesy Guna).

SOS contenitori per il cibo: il problema del riscaldamento nella plastica

Con l’arrivo dei mesi freddi aumenta il consumo di piatti pronti, zuppe in vaschetta e cibo riscaldato direttamente nei contenitori di plastica. È una pratica rapida e comoda, ma anche una delle principali vie di esposizione alle microplastiche.

Il calore altera la struttura polimerica dei contenitori, provocando il distacco di frammenti microscopici che finiscono direttamente nel cibo. Le pietanze grasse, molto calde o acide, come vellutate, sughi e passate, favoriscono ancora di più il rilascio. A questo si aggiungono utensili in nylon, pellicole alimentari, vaschette usa e getta graffiate o superfici sintetiche usurate.

Le industrie alimentari stanno tentando di ridurre il problema investendo in packaging più stabili, riducendo il peso degli imballaggi e sperimentando bioplastiche compostabili. Tuttavia, la transizione è lenta: molte bioplastiche non sono realmente biodegradabili a temperatura ambiente, altre necessitano di impianti industriali specifici e alcune non resistono alle alte temperature dei cibi caldi, rilasciando anch’esse microframmenti.

La direzione è quella giusta, ma al momento la scelta più sicura rimane quella domestica: riscaldare solo in vetro o acciaio, trasferire sempre il cibo prima di metterlo nel microonde e sostituire contenitori graffiati o deformati.

Regali di Natale

Foto: Shutterstock

Regali di Natale e packaging: come ridurre la plastica durante le feste

Il periodo natalizio, oltre a essere un momento di festa, è anche uno dei picchi annuali di produzione di rifiuti. Le stime indicano un aumento medio del 30% dei rifiuti domestici, soprattutto a causa di packaging, decorazioni, stoviglie usa e getta e materiali non riciclabili. Molti “simboli” del Natale sono fatti di plastica: nastri lucidi, carte metallizzate, palline sintetiche, glitter, fiocchi e confezioni. Ridurre l’impatto non significa rinunciare allo spirito delle feste, ma reinterpretarlo in chiave sostenibile. È possibile decorare un albero con materiali naturali.

Anche nei pacchetti regalo c’è grande margine di scelta. Carta di giornale, spartiti musicali, fumetti, tessuti e sacchetti riutilizzabili possono sostituire carta plastificata e nastri sintetici; bastoncini di cannella, rafia e corda prendono il posto delle coccarde in plastica. E quando si scartano i doni, è meglio non strappare selvaggiamente: una confezione integra può essere riutilizzata decine di volte. O, ancora, perché non fare propria l’antica tecnica giapponese del furoshiki ? Un metodo che permette di impacchettare i regali senza alcuno spreco, usando la stoffa, lasciando perdere il classico scotch e diventando peraltro l’involucro a sua volta un dono.

A Natale si può essere sostenibili anche negli acquisti: optare per shopper riutilizzabili, regali utili e non superflui, oggetti in materiali naturali, oppure esperienze, donazioni e adozioni simboliche di specie a rischio. Tutte scelte che riducono il carico di plastica e aumentano il valore del gesto.

Ricerca scientifica: un nuovo integratore alimentare per depurare l’organismo dalle microplastiche

Piccoli gesti quotidiani e strategie che possono contribuire a ridurre l’esposizione dell’organismo alle microplastiche. Accanto ad essi, la ricerca scientifica sta studiando come supportare l’organismo nell’eliminazione delle microplastiche già ingerite e, in questo contesto, assume valore il chitosano, una fibra naturale derivata dalla chitina presente nel guscio del gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii).

Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Foods e coordinato dal professor Umberto Cornelli della Loyola University di Chicago ha dimostrato che il chitosano, associato ad acido tartarico, può formare nello stomaco strutture molecolari in grado di legare lipidi e microplastiche, riducendone l’assorbimento e favorendone l’eliminazione

confezione PLASTIKDREN di Guna

L’integratore alimentare PlastikDren sviluppato da Guna è stato ideato per sostenere l’organismo nel processo di eliminazione delle particelle plastiche – Foto Guna

I risultati mostrano un aumento del 45% dell’espulsione fecale di microplastiche assunte durante un pasto standard. Da questa scoperta è nato Plastikdren, un integratore alimentare innovativo sviluppato da Guna, ideato proprio per sostenere l’organismo nel processo di eliminazione delle particelle plastiche, intrappolando le microplastiche nel tratto gastrointestinale, riducendone l’assorbimento e favorendone appunto l’eliminazione. Un approccio di prevenzione interna, dunque, complementare alle scelte quotidiane e coerente con una visione di salute integrata e sostenibile. Un passo importante per fronteggiare una delle emergenze ambientali e di salute pubblica più sfidanti del nostro tempo.

 

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