Una zona di mezzo tra la depressione vera e propria e il benessere totale. Nella zona grigia si sopravvive, senza vivere pienamente, e quasi tenendo in stan by le emozioni. Ecco come riconoscere il languishing e mirare al flourishing
Una sensazione di vuoto e stasi. Non si tratta di esaurimento o disperazione, ma di uno stato in cui si percepisce che la propria vita non stia procedendo come dovrebbe. Il termine languishing (tradotto in italiano come languire) descrive una condizione psicologica particolare che indica quasi un galleggiamento… Nulla di grave, apparentemente. Se non fosse che vivere la vita senza gioia può portare a una progressiva perdita di entusiasmo per la propria esistenza. Approfondiamo il tema capendo meglio cos’è il languishing, le differenze con la depressione e alcuni dei modi per reagire.

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Che cos’è il languishing
Coniato dal sociologo Corey Keyes e utilizzato molto durante la pandemia Covid-19 dallo psicologo Adam Grant, il languishing indica dunque l’assenza di benessere totale e di entusiasmo per le cose che di solito fanno star bene.
Non solo, a questo stato di assenza di entusiasmo, si associa la mancanza di scopo e la sensazione di sentirsi come se si stesse semplicemente sopravvivendo invece di vivere attivamente la propria esistenza. Questa condizione, diversa comunque anche dal burnout, ha poi come risultato la difficoltà di concentrazione e un vero e proprio senso di apatia e indifferenza vero il futuro e i propri obiettivi.
Per capire meglio dove si colloca il languishing, basta pensare a una situazione di mezzo tra la depressione vera e propria (quella che presenza di sintomi clinici, tristezza profonda, senso di inutilità e che risulta come la prima causa di disabilità a livello mondiale) e il benessere vero e proprio: uno stato in cui ci si sente energici, connessi e pieni di scopi e voglia di fare. A metà, in una sorta di di zona grigia c’è proprio il languishing: in questo stato vige soprattutto l’assenza, sia di patologia che di vitalità.

I sintomi del languishing
E’ proprio nel concetto di assenza che risiede il problema principale legato al languishing, ovvero la difficoltà nel riconoscerlo.
I sintomi del languishing sono infatti subdoli perché non si manifestano come quelli dell’ansia o della depressione (con pianti improvvisi o attacchi di panico), ma con una lenta e silenziosa deprivazione della vitalità. Man mano ci si può ritrovare a non sapersi concentrare, a passare continuamente da un compito all’altro senza riuscire a immergersi in nulla in modo profondo, sempre sentendo una sorta di vuoto emotivo e scarsa voglia di reagire.
Tra i comportamenti che indicano il trovarsi in uno stato di languishing c’è sicuramente la procrastinazione passiva ovvero il rimandare le cose perché non si ha l’energia mentale per iniziare oppure il sentirsi in una situazione di stagnazione e blocco, fino all’alterazione dei ritmi quotidiani e a un progressivo ritiro sociale: non si evitano in modo plateale gli altri, ma non si cerca nemmeno il contatto.
Il languishing è pericoloso?
Quanto alla sua pericolosità, il mondo accademico non considera il languishing come un disturbo clinico in sé, ma lo identifica come un fattore di rischio critico per diversi motivi:
- È l’anticamera dei disturbi mentali
Le ricerche di Keyes hanno dimostrato che chi si trova in uno stato di languishing ha una probabilità da 2 a 3 volte superiore di sviluppare un episodio di depressione maggiore o disturbi d’ansia nei dieci anni successivi rispetto a chi è in uno stato di benessere moderato. È, di fatto, un terreno fertile per la psicopatologia. - Compromissione del funzionamento sociale e lavorativo
Sebbene chi “languisce” riesca solitamente a presentarsi al lavoro e svolgere i propri compiti, la scienza evidenzia un calo drastico della produttività e della capacità decisionale. A differenza della depressione, che può portare all’assenteismo, il languishing causa spesso presentismo: sei presente fisicamente, ma cognitivamente ed emotivamente scollegato. - Rischi per la salute fisica
Esiste una correlazione tra bassi livelli di benessere psicologico (languishing) e un aumento del rischio di malattie cardiovascolari e infiammazioni croniche. La mancanza di “scopo” riduce la resilienza biologica dell’organismo.
Come distinguere il languishing dalla depressione?
Parlando di languishing non si possono non nominare le differenze con la depressione, se non altro per imparare a distinguere questi due stati così affini ma altrettanto diversi. Bisogna innanzitutto indagare la sintomatologia: nella depressione i sintomi sono generalmente pesanti e invalidanti, mentre nel languishing ci si sente abbastanza bene ma mai “bene” del tutto. Mentre la depressione si alimenta di presenza (la presenza di tristezza, dolore o disperazione), il languishing è assenza: di entusiasmo e, appunto, di gioia. Non si è tristi, sei semplicemente “spenti”.
Il languishing, inoltre, è altamente funzionale. Chi ne soffre continua ad andare al lavoro, pagare le bollette, sorridere agli amici e fare la spesa. Esternamente non sembra esserci nulla che non va davvero, ma internamente, tutto langue e manca la vitalità. La depressione, al contrario, può portare ad assenteismo e chiusura totale nei confronti del mondo.
Spesso il languishing è poi una risposta a un periodo di stress prolungato o incertezza (come è stato, appunto, per molti durante la pandemia). Il cervello, per proteggersi dal dolore o dalla delusione, “abbassa il volume” di tutte le emozioni ma smorza così anche la gioia e l’entusiasmo.

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Dal languishing al flourishing: come tornare a vivere pienamente
La differenza tra languishing e flourishing è quella che esiste tra il “sopravvivere” e il “vivere pienamente”. Questi due concetti rappresentano i due poli opposti dello spettro della salute mentale secondo il modello del sociologo Corey Keyes.
Mentre il languishing è l’assenza di benessere, il flourishing è la sua massima espressione. Non si tratta di “essere felici” e quindi di un’emozione passeggera, ma è uno stato di benessere duraturo. La scoperta più interessante di Keyes è che la salute mentale non è l’assenza di malattie mentali. Insomma, si può non essere depressi clinicamente, ma trovarsi comunque nel languishing. Ma c’è un modo per lasciarsi il languishing alle spalle per provare a vivere pienamente e con senso?
Secondo il modello di Martin Seligman, padre della psicologia positiva, il flourishing si basa su 5 pilastri, detti Perma:
- Positive Emotions (emozioni positive): provare regolarmente gioia, gratitudine e speranza.
- Engagement (coinvolgimento): perdere la cognizione del tempo in ciò che si fa (lo stato di Flow).
- Relationships (relazioni): avere legami autentici e profondi.
- Meaning (significato): sentire di far parte di qualcosa di più grande di se stessi.
- Accomplishment (realizzazione): porsi degli obiettivi e impegnarsi per raggiungerli.
Il passaggio, chiaramente, non è immediato, ma avviene attraverso piccoli spostamenti e strategie. Gli esperti suggeriscono alcune strategie per passare dal “languire” al “fiorire”:
- immergersi in un’attività che sfida ma che si ama (un hobby, un progetto creativo, uno sport)
- Perdere la cognizione del tempo aiuta a ritrovare slancio
- Importante anche porsi dei piccoli obiettivi: non cercare di cambiare vita in un giorno ma raggiungere piccoli traguardi quotidiani aiuta a riprendersi un senso di controllo.
Infine, un consiglio su tutti è quello di proteggere il proprio tempo ed evitare, soprattutto quando ci si dedica ai propri hobby, le interruzioni costanti (notifiche, email) così da permettere al cervello di concentrarsi profondamente su una cosa sola.
Maria Enza Giannetto

