Ipertensione, fumo e inquinamento sono i primi tre fattori di rischio per la salute nel mondo. Curare non basta più: occorre intervenire a monte con politiche pubbliche lungimiranti e multisettoriali. Lo dimostra la nuova edizione del Global Burden of Disease Study
Sono cambiate tante cose dal 1950. Cose che spesso non vediamo e, dunque, non apprezziamo a dovere. Per esempio il fatto che, a livello globale, l’aspettativa di vita sia cresciuta di oltre vent’anni. Sempre a partire dal 1950, il tasso di mortalità standardizzato per età (cioè al netto delle differenze demografiche tra popolazioni) è crollato in media del 67%, con cali in tutti i territori che è stato possibile studiare. Lo segnala la nuova edizione del Global Burden of Disease Study, pubblicata a ottobre attraverso tre diversi studi nella rivista medica The Lancet e discussa al World Health Summit di Berlino.

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Lo stato di salute degli esseri umani
È lo studio più corposo che abbiamo a disposizione sullo stato di salute della popolazione, perché analizza dati e stime su 375 malattie e lesioni e 88 fattori di rischio tra il 1990 e il 2023, suddividendoli per età e per sesso, in 204 Stati e territori. Le ultime evidenze raccolte, riferite al 2023, dimostrano che i passi avanti sono tanti. Al tempo stesso, ci sono condizioni su cui è indispensabile alzare il livello di attenzione: il suicidio e gli abusi di sostanze tra i giovani, le patologie croniche non trasmissibili, i problemi di salute mentale (a partire da ansia e depressione).
Le principali cause di morte tra i giovani
Per quanto riguarda le fasce più giovani della popolazione, ci sono alcuni dati positivi. A cominciare dal fatto che la mortalità infantile, cioè al di sotto dell’anno di età, tra il 2011 e il 2023 ha visto un declino più marcato rispetto a qualsiasi altra fascia di età. Anche per la mortalità al di sotto dei cinque anni ci sono dati positivi, come il meno 68% segnato nell’Asia orientale nello stesso periodo.
Il merito è di una commistione di fattori: un’alimentazione adeguata, la disponibilità di vaccini, i sistemi sanitari più solidi. Restano nel mondo i fattori di rischio che ormai conosciamo: malnutrizione materna e infantile, inquinamento atmosferico, mancanza di acqua e servizi igienico-sanitari sicuri.
I segnali più preoccupanti si ravvisano nelle fasce d’età successive. Sempre tra il 2011 e il 2023, i decessi tra i 5 e i 19 anni sono aumentati nella regione dei Caraibi, nell’Europa orientale (con il picco dell’Ucraina in guerra) e anche in una regione benestante come il Nordamerica. Sempre in Nordamerica si assiste a un incremento allarmante dei giovani adulti tra i 20 e i 39 anni. Le cause? Suicidio e abuso di alcool e sostanze. Questioni sociali, prima ancora che sanitarie.
Diffusione di malattie legate agli stili di vita
Tornando a ragionare sulla popolazione globale, di qualsiasi fascia di età, si scopre che nel 2021 il Covid-19 è stato al primo posto assoluto tra le cause di morte. Un dato che, da solo, fa intuire la portata straordinaria della pandemia che abbiamo attraversato. Fortunatamente ce la siamo lasciata alle spalle: già l’anno successivo il coronavirus era al terzo posto e nel 2023 è sceso al ventesimo.
In generale, le malattie infettive fanno meno paura. Quasi i due terzi dei decessi e delle disabilità sono imputabili alle cosiddette Non-communicable diseases (NCDs), un’espressione con cui ci si riferisce alle patologie croniche non trasmissibili. Al primo posto in assoluto c’è infatti la cardiopatia ischemica, che si manifesta attraverso episodi di angina, aritmie o, nei casi più gravi, infarto. Al terzo posto troviamo l’ictus cerebrale, al quinto il diabete e al nono il dolore lombare (che non è causa di morte ma peggiora la qualità della vita, comporta assenze del lavoro ed è estremamente diffuso).
I fattori di rischio più diffusi
Guardando non alle malattie ma ai fattori di rischio, al primo posto c’è l’ipertensione, seguita dal particolato atmosferico e dal fumo. Quelli esaminati sono in tutto 88 e, per la grande maggioranza, sono evitabili. Evidenze del genere dimostrano come sia indispensabile un ripensamento delle politiche pubbliche: non ci si può accontentare di curare la patologia quando si è già manifestata, ma bisogna lavorare a monte per prevenirla. Come sottolinea il Global Burden of Disease Study, gran parte delle morti premature e delle disabilità nel mondo “potrebbe essere evitata attraverso strategie di prevenzione mirate e multisettoriali”.
Una pandemia di ansia e depressione
Tra le malattie non trasmissibili che hanno vissuto l’incremento più netto negli ultimi dieci anni ce ne sono due che non ci si aspetta di vedere in questa classifica, perché afferiscono alla sfera mentale e non a quella fisica. Si tratta di ansia e depressione, la cui prevalenza (numero di persone affette) e incidenza (nuovi casi) risultano in crescita in numerosi contesti e fasce d’età. Nel mondo si stima che nel 2019 circa 301 milioni di persone convivessero con disturbi d’ansia e circa 280 milioni con la depressione, numeri saliti nel 2021 rispettivamente a circa 332 milioni e 357 milioni.
Le categorie più esposte sono donne e giovani. Anche il contesto incide: nei Paesi con un livello socio-economico più alto c’è una maggiore prevalenza e incidenza dei disturbi d’ansia, in quelli più svantaggiati della depressione. Il carico dei disturbi mentali si manifesta meno nelle morti dirette e molto di più nella riduzione della qualità della vita.
Questo perché tali condizioni spesso sono croniche, ricorrenti e limitano la possibilità di portare avanti le proprie attività abituali. Soprattutto nei Paesi a basso reddito, inoltre, è più raro che vengano prese in carico prontamente e con terapie efficaci. Da qui la necessità, divenuta ormai evidente, di integrare pienamente anche la salute mentale nelle strategie di sanità pubblica.
Valentina Neri

