Wise Society : Dagli spazi chiusi ai luoghi alti: le fobie più comuni si possono sconfiggere
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Dagli spazi chiusi ai luoghi alti: le fobie più comuni si possono sconfiggere

In testa ci sono claustrofobia e agorafobia, a pari merito con l'impossibilità di utilizzare i mezzi di trasporto. Ma queste forme d'ansia sono più circostritte e prevedibili degli attacchi di panico

Francesca Tozzi
29 Settembre 2011

Image by © Tomas Rodriguez/CorbisTachicardia, tremori, sudorazione eccessiva: chiunque saprebbe riconoscere in questo i sintomi della paura, ma come distinguere una fobia da un DAP (disturbo da attacco di panico)? «La persona fobica sviluppa sintomi ansiosi che possono arrivare al panico, ma solo in presenza di uno stimolo “fobigeno” ovvero di un qualcosa che scatena la crisi», spiega Sara Benetello psicologa e psicoterapeuta a Venezia e Bologna (nonché consulente Lidap), specialista in psicoterapia cognitivo-comportamentale e costruttivista, che si occupa da tempo dei disturbi d’ansia. La paura da fobia è per così dire circoscritta ad una specifica situazione ed è prevedibile mentre l’attacco di panico può esordire in qualsiasi momento e di solito le crisi sono inaspettate. Chi, per esempio, soffre di agorafobia, la sensazione grave disagio che si prova quando ci si ritrova in ambienti aperti, affollati e non familiari, sarà portato naturalmente a privilegiare i luoghi chiusi e protetti per evitare una crisi. Restando sempre in ambito di fobie c’è da distinguere tra specifica e sociale.

 

In che cosa si differenziano?

La prima è sempre legata a un oggetto, una situazione o a un pensiero particolare che scatena una reazione d’ansia, mentre la seconda coinvolge la sfera dei rapporti interpersonali. Fobia specifica può essere la paura delle altezze e dei luoghi elevati (acrofobia) o dei luoghi chiusi e ristretti (claustrofobia) come ascensori, camerini, sotterranei, vagoni della metropolitana, e di tutti i luoghi angusti in cui il soggetto si ritiene accerchiato e privo di libertà spaziale attorno a sé, quindi impotente. La stessa impotenza, ma di segno diverso che prova chi, soffrendo di agorafobia, si trova in un luogo aperto, affollato o desolato, comunque percepito come pericoloso: teme di non riuscire a controllare la situazione e durante un attacco cerca una via di fuga immediata verso un luogo da lui reputato più sicuro. «Ma si può avere paura anche dei propri pensieri e provare ansia visualizzando certe immagini, di tipo sessuale per esempio», spiega ancora Benetello, «la fobia può essere legata a una parola scatenante o a un rumore come succede soprattutto nei bambini».

 

Le forme più diffuse

Tra le fobie specifiche legate a una situazione precisa, le più comuni vedono protagonisti i mezzi di trasporto: in primis la paura di prendere l’autobus, molto diffusa; seguono il treno e l’aeroplano, in questo ordine solo perché il secondo si prende più spesso del primo. Quando si è in auto, a scatenare ansia sono tunnel e ponti. Quando non si viaggia è l’ascensore l’oggetto quotidiano più fobigeno. Insetti e animali vengono subito dopo: questo tipo di fobia tende a esordire nell’infanzia. Abbastanza frequenti anche i timori legati alla “natura” come la paura dei luoghi alti, dei temporali e dell’acqua la cui vista spesso basta a scatenare una reazione ansiosa e il tipo sangue-iniezioni-ferite, legato anche a visite o procedure mediche invasive. Tra le fobie sociali, invece, la più diffusa è quella del parlare in pubblico e coinvolge in modo invalidante tutte le età, dal bambino che in classe ammutolisce quando la maestra gli fa una domanda o non riesce a leggere davanti ai compagni, al manager che si blocca al momento di cominciare una presentazione o a qualsiasi lavoratore che non riesce a partecipare a una riunione di lavoro. Il tutto è complicato da una fobia che di solito è trasversale a molte di queste: l’ereutofobia, la paura di arrossire. Ma c’è anche chi non riesce scrivere in pubblico e ne soffrono molti giovani che interrompono il loro percorso di studi proprio perché incapaci di affrontare un esame. E chi non può mangiare o bere di fronte a estreanei o non riesce a usare i bagni pubblici. Le fobie sociali, quali che siano, condizionano sempre pesantemente la vita di chi ne soffre.

Credit, Pierre Perrin/Zoko/Sygma/Corbis

 

Cosa c’è dietro

«Le fobie possono manifestarsi in qualunque periodo della vita, anche se di solito cominciano a partire dall’età scolare», precisa Benetello. È vero anche però che spesso non si fa troppo caso alle paure dei bambini perché tendono a essere transitorie, mentre nell’adolescenza risultano evidenti e a volte si manifestano per la prima volta in età adulta. «Non esiste una sola causa scatenante, ma più del 50 percento di chi soffre di una fobia riferisce di un evento specifico accaduto nel passato. Dietro una fobia c’è quasi sempre o un condizionamento diretto traumatico o un condizionamento cumulativo che sfocia nel disturbo», continua la psicologa. Nel primo caso può essere un fatto casuale: per esempio, un bambino che da piccolo si perde in una piazza affollata, magari a causa di una distrazione dei genitori, potrebbe sviluppare un’agorafobia. Oppure, al contrario se rimane chiuso in ascensore, può diventare claustrofobico, o ancora se gli amici lo gettano in piscina con uno spintone, anche se per gioco, potrebbe avere problemi con l’acqua. Una bocciatura seguita da critiche e da un altro evento spiacevole potrebbe creare problemi nei successivi esami. «Anche l’educazione ha la sua importanza: un genitore instabile o dal comportamento incoerente e imprevedibile porta il bambino a essere iperemotivo e ansioso in molte situazioni della vita adulta, con la probabilità di sviluppare  fobie specifiche». Dietro a quelle sociali, spesso c’è in origine uno stile genitoriale ipercritico, per cui nelle relazioni interpersonali l’ex bambino diventato adulto non riuscirà a parlare in pubblico se si sentirà al centro dell’attenzione e penserà di non esserne all’altezza. «In altri casi le paure sono state trasmesse: un genitore che strilla e scappa in presenza di insetti avrà probabilmente un figlio che farà lo stesso perché se l’adulto scappa, il bambino impara che quella è una situazione di pericolo: l’apprendimento osservativo fa parte dei condizionamenti diretti».

 

Image by © CJ Burton/CorbisScegliere la terapia adatta a sè

 

Come per tutti i disturbi legati all’ansia gli approcci terapeutici sono diversi. L’approccio psicodinamico, che affonda le sue radici nella psicoanalisi, tende a rielaborare i termini di un conflitto rappresentato dall’oggetto temuto e risale alle questioni non accettate che determinano lo stato conflittuale nel paziente: per esempio, la paura dell’acqua può essere simbolicamente legata all’utero materno e nascondere un difficile rapporto con la figura materna. In questa dimensione simbolica la fobia legata a un oggetto “cattivo” può essere superata interiorizzando un oggetto “buono” per cui in questo esempio potrebbe essere la relazione con la terapeuta o con un’altra figura femminile positiva a cambiare la conflittualità con la madre e la fobia ad essa legata. Sara Benetello sottolinea che dagli studi comparativi sull’efficacia delle terapie è risultato che quelle più adatte al trattamento delle fobie sono risultate essere le terapie comportamentali e le cognitivo-comportamentali. Le prime si basano sull’esposizione graduale agli stimoli e alle situazioni temute, proposte in una situazione di relax e protezione: in pratica si insegnano al paziente delle tecniche di rilassamento per aiutarlo a gestire l’ansia e da applicare prima dell’avvicinamento alla situazione che egli ritiene claustrofobica o agorafobica. Il rilassamento è importante anche per affrontare bene l’esposizione che è graduale e progressiva perché a volte i sintomi si manifestano con la stessa intensità anche soltanto immaginando la situazione fobica. Prima la situazione viene solo immaginata, poi viene riprodotta nella realtà: il terapeuta, per esempio, accompagnerà il paziente a mangiare fuori o in ascensore o su un mezzo pubblico. «Ancora più efficace e completo risulta l’approccio cognitivo-comportamentale cui da tempo mi dedico», spiega la psicologa, «perché al training specifico si uniscono l’analisi e l’auto osservazione dei pensieri e delle convinzioni di base che accompagnano una fobia: mentre salgono la paura e l’ansia, una serie di pensieri negativi e automatici attraversa la mente; sono così veloci che quasi non ce ne rendiamo conto. È invece importante coglierli per poterli mettere in discussione. Neutralizzando convinzioni come “sono debole, non sono capace, sono inadeguato” cambia di conseguenza anche la percezione del pericolo», continua la psicologa. Molto utile nella cura della fobia sociale si sta dimostrando il Social Kill Training, detto anche “Training di Assertività”, un trattamento trasversale che integra diversi approcci terapeutici e consiste in un lavoro di gruppo. «Vengono simulate diverse situazioni sociali con un grado crescente di complessità, dal confronto a due alla riunione di lavoro, il paziente fobico li sperimenta in ambiente protetto e riceve feedback immediati dagli altri membri del gruppo», conclude Sara Benetello, «e questo lo aiuta a cambiare la percezione di sé, favorendo la soluzione dei conflitti».

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Image by © Louie Psihoyos/Science Faction/Corbis

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