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Burnout: cosa sapere sullo stress da lavoro

La sindrome di burnout ricorre sempre più spesso come “malattia professionale”. Ma è davvero così? Cosa è bene sapere e chi può colpire

Andrea Ballocchi
6 Agosto 2020

Stress da lavoro, come forse è più genericamente conosciuto o codificato, il burnout è un fenomeno che ha cominciato a far parlare di sé più sempre più spesso. È ancora complesso fornire numeri o stime per comprendere quante persone riguardi. Si sa che si accompagna spesso a un deterioramento del benessere fisico, a sintomi psicosomatici come l’insonnia e psicologici come la depressione. E oggi si sa che depressione, ansia e stress implicano pesanti conseguenze alle persone che ne sono colpite, ma anche un costo pesante alla società.

Secondo uno studio condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è stato stimato che depressione e disturbi d’ansia costano all’economia globale 1 trilione di dollari l’anno in termini di perdita di produttività. Solo in Europa, il costo annuale stimato supera i 140 miliardi di dollari. Rispetto ad altre condizioni di salute, la depressione e i disturbi d’ansia impongono un pedaggio del 30% in più al datore di lavoro e all’economia (a causa di periodi mediamente più lunghi di assenza dal lavoro). “Il benessere sul posto di lavoro influenza la salute e la produttività, e un ambiente di lavoro negativo può portare a problemi di salute fisica e mentale, al consumo di alcol e all’abuso di sostanze”, segnala sempre l’OMS.

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E’ stato stimato che a causa a causa di periodi mediamente più lunghi di assenza dal lavoro, la depressione e i disturbi d’ansia impongono un pedaggio del 30% in più al datore di lavoro e all’economia. Foto: iStock

Il burnout ha a che fare con l’ambito lavorativo ed è uno dei disturbi di cui si parla di più negli ultimissimi anni. Ma cos’è precisamente, quali sono i sintomi e come è bene affrontarlo e intervenire? In collaborazione con Olga Solmi, psicoterapeuta e psicologa del lavoro, proviamo a fare chiarezza su questo fenomeno.

Cos’è e cosa significa burnout?

«Il termine “Burn out” è stato utilizzato per la prima volta dallo psicologo Herbert Freudenberger nel 1974, applicandolo ai lavoratori volontari di un ospedale pubblico, quale effetto di un’assunzione eccessiva di sostanza stupefacente», spiega Solmi.

L’OMS ha ufficialmente riconosciuto il burnout come sindrome, precisando che non si tratta di una vera e propria malattia, ma di “problema associato alla professione”. Si riferisce esclusivamente alle figure professionali che svolgono il loro lavoro nell’ambito sanitario, sociale ed educativo, professioni quindi volte all’aiuto, alla cura della relazione umana, costantemente a contatto con persone in stato di bisogno.

«Nell’elenco dei nuovi disturbi medici dell’OMS che sarà “operativo” dal gennaio 2022, verranno riconosciute altri tipi di disturbi come ad esempio l’utilizzo eccessivo dei videogiochi ovvero i disturbi da dipendenza, insieme al gioco d’azzardo e alle droghe come la cocaina», sottolinea la psicoterapeuta e psicologa del lavoro.

Quali sono i principali sintomi della sindrome da burnout?

Secondo la psicologa Christina Maslach, tra le personalità più importanti sul tema, il burnout è una sindrome multidimensionale caratterizzata principalmente dalla comparsa di tre componenti:

  1. esaurimento emotivo
  2. depersonalizzazione
  3. mancata realizzazione personale

Le tre componenti si sviluppano progressivamente partendo da uno stadio embrionale di quotidiane incongruenze e squilibrio tra le richieste dell’ambiente lavorativo e le risorse del lavoratore, fino a uno stato depressivo – differente dalla depressione – che presenta spossatezza sul luogo di lavoro, cinismo, isolamento o in generale sentimenti negativi ed efficacia professionale ridotta.

I fattori che predispongono alla comparsa dell’esaurimento da lavoro

Esistono fattori professionali propri dell’organizzazione del lavoro che possono favorire la comparsa di questo fenomeno, come: lo stile della leadership e della gestione, la cultura dell’organizzazione, la stessa flessibilità dell’orario di lavoro. Ci sono poi fattori professionali indipendenti dall’organizzazione del lavoro: tra questi la percezione dell’impegno professionale richiesto, l’esigenza di aggiornamento continuo, il sostegno sociale da parte del gruppo, il livello di autonomia e di controllo sul proprio operato, la  soddisfazione economica, la frustrazione, e i timori di conseguenze legali del proprio operato.

Come accorgersi di essere vittime del burnout

Alcuni “sintomi” possono riguardare la perdita di motivazioni e di aspettative, la difficoltà di adattamento, la progressiva perdita di energia, ideali, obiettivi.

A questi dobbiamo considerare alcune caratteristiche individuali definite “predisponenti”, come: idealismo, perfezionismo, timidezza, insicurezza, instabilità emotiva; oltre a insicurezza, sensi di colpa, esagerato senso di responsabilità, sensazione di “non fare mai abbastanza”; l’equivoco fra “egoismo” e “sano interesse per se stessi”.

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Foto: iStock

Burnout e vita famigliare: c’è un legame? 

Il peso della gestione familiare, i conflitti con il partner e un mancato supporto familiare possono accelerare l’insorgenza del burnout.

«Maslach ha tracciato un profilo personologico del “candidato” al burnout, descrivendolo come: “una persona che è spesso incapace di esercitare un controllo della situazione e si rassegna passivamente alle richieste che essa gli pone anziché limitarle alla propria capacità di dare: in questo soggetto è facile il sovraccarico emozionale e pertanto elevato è il suo rischio di esaurimento emotivo”», illustra Solmi.


Sindrome da burnout: le attività ad alto rischio 

Presentano un alto rischio attività che comportano un elevato impegno professionale, un elevato carico decisionale, un forte rischio di coinvolgimento emotivo con il paziente, un alto grado di insuccesso e quindi di delusione professionale, uno scarso “ritorno” da parte del paziente.

Burnout: che implicazioni ha sull’organizzazione lavoro?

Il burnout non è un problema unicamente del lavoratore, ma di tutta l’organizzazione lavorativa, si manifesta comunque nel “bruciarsi”, “consumarsi” del lavoratore che esposto al rischio proveniente dal malfunzionamento del sistema lavoro.


Cure e rimedi 

Il burnout non è un “disturbo/malattia”, ma una posizione che il lavoratore assume di fronte agli obiettivi e alla struttura organizzativa del lavoro. È l’indicatore di una disfunzione del sistema-lavoro e segnala la necessità di una riorganizzazione e riprogettazione. «Ribadisco: non è un problema unicamente del lavoratore ma di tutta l’organizzazione. Infatti in presenza di burnout non rimosso non è possibile raggiungere gli obiettivi dell’organizzazione di lavoro», segnala la psicoterapeuta. Per questo motivo è consigliabile agire a diversi livelli:

  1. individuale, in modo da dare un “contenitore” allo stato di malessere;
  2. organizzativo, programmando azioni mirate alla condivisione delle problematiche e delle situazioni che accadono sul posto di lavoro, affidandosi a consulenti competenti in materia di benessere lavorativo.

Questi due livelli di azione richiedono l’attivazione di risorse proprie e quelle dell’ambiente lavorativo.

Consigli e suggerimenti per chi è a rischio burnout

A livello individuale è necessario sviluppare una maggiore consapevolezza rispetto al confine più o meno marcato, tra lavoro e vita privata: permette di circoscrivere maggiormente la situazione senza che vada a intaccare altri settori di vita. Saper “chiudere” o meglio “raggruppare” le situazioni lavorative e quelle di vita personale senza mescolarle è un primo passo per nulla scontato.

A livello lavorativo, le strutture sanitarie o le aziende devono concretizzare una collaborazione con un psicologo esterno che svolga attività periodiche di monitoraggio e sostegno nel momento del bisogno.

Come tenere lontano lo stress lavorativo

«Di solito invito le persone a pensare a come si sentono prima di iniziare il turno, nei corsi per le professioni sanitarie tengo una lezione dedicata al loro rapporto con la sofferenza e a eventuali situazioni vissute che potenzialmente possono essere metterli in difficoltà nel gestire il “confine sano” tra ruolo professionale e persona. A questo aggiungo un incontro sulla capacità di comunicazione-ascolto e una sull’osservazione delle dinamiche del gruppo di lavoro», spiega la psicologa-psicoterapeuta.

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