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Antibiotici? In Italia se ne fa un uso eccessivo

A lanciare l’allarme è il nuovo report sulla resistenza agli antibiotici dell’OMS: con un consumo medio di 27,8 dosi ogni mille abitanti l'Italia è in testa alle classifiche

Fabio Di Todaro
15 Novembre 2016

Il tema è dibattuto da anni, ma evidentemente fa meno paura di quanto dovrebbe. Forse non ce ne accorgiamo, ma noi italiani siamo «imbottiti» di antibiotici. Ecco spiegato perché, nel giro di dieci anni, i batteri resistenti ai medicinali nati per combatterli sono più che raddoppiati lungo la Penisola: dal 16 al 34 per cento. A lanciare l’allarme è il nuovo report sulla resistenza agli antibiotici dell’Organizzazione mondiale della sanità.

flaconi di antibiotici

In Italia negli ultimi 10 anni la resistenza dei batteri verso gli antibiotici è raddoppiata, Image by iStock

Uso degli antibiotici in Italia: è eccessivo

Nel Belpaese c’è un utilizzo sconsiderato di antibiotici. Nei Paesi Ocse il consumo medio, pur in costante crescita, è di 20,5 dosi ogni mille abitanti. In Italia, invece, il dato sale a 27,8. Peggio di noi, nel mondo, ci sono soltanto la Turchia, la Grecia, la Corea, la Francia e il Belgio.

Un’ulteriore iniezione avviene attraverso gli alimenti prodotti negli allevamenti intensivi in cui è stato fatto (e si fa tuttora) largo uso di antibiotici. In questo caso, nella classifica mondiale, soltanto la Spagna è messa peggio. Sul banco degli imputati, oltre ai medici, ci sono dunque anche veterinari e allevatori, che per cinquant’anni hanno somministrato gli antibiotici agli animali, sia a scopo preventivo sia come promotori di crescita. Si tratta delle stesse molecole (macrolidi, tetracicline, chinoloni, betalattamici, aminoglicosidi) impiegate per trattare e prevenire le infezioni batteriche che appartengono nell’uomo: ecco perché è possibile che gli animali acquisiscano batteri resistenti ad antibiotici impiegati anche contro le infezioni umane.

E non solo: alcune specie resistenti associate agli alimenti – come campylobacter e salmonella – possono essere trasmessi dall’animale all’uomo attraverso il cibo. Si spiega così il raddoppio della resistenza agli antibiotici in dieci anni.  Una situazione che espone gli italiani più di altri all’attacco dei superbatteri resistenti e che ha un costo mica da ridere, se l’Oms stima una spesa tra dieci e quarantamila dollari per curare un paziente «attaccato» da un batterio resistente. «La resistenza è un fenomeno inevitabile, entro certi limiti – spiega Roberto Mattina, ordinario di microbiologia all’Università Statale di Milano -. I batteri si sono sempre adattati all’ambiente, altrimenti non sarebbero arrivati fino a oggi». Il problema è che, nel tempo, hanno imparato a prendere le misure anche agli antibiotici. E, dato che da quindici anni le case farmaceutiche non ne producono uno nuovo, le armi di cui dispongono gli specialisti sono sempre più spuntate. Il rischio, quindi, diventa drammatico: tornare di colpo all’era pre-antibiotica, quando una banale infezione batterica poteva risultare fatale.

antibiotico in allevamento intensivo

Consumo eccessivo di antibiotici: sul banco degli imputati, oltre ai medici, anche veterinari e allevatori, Image by iStock

Come nasce la resistenza agli antibiotici

Esistono diversi meccanismi attraverso i cui microrganismi sviluppano la resistenza: alcuni modificano il patrimonio genetico, altri provvedono a «scambiarsi» i geni della resistenza. Inoltre l’inopportuna esposizione agli antibiotici – ricorda Mattina – «induce una selezione naturale tra i batteri: i più sensibili vengono eliminati, quelli “forti” sopravvivono e si riproducono. È così che originano ceppi in grado di eludere l’intervento degli antibiotici».

Sono molti i patogeni che oggi spaventano: tra questi, Escherichia coli, lo stafilococco aureo meticillina resistente e la Klebsiella pneumoniae. L’allerta è alta negli ospedali, dove si stima che a causa delle infezioni contratte durante i ricoveri muoiano almeno cinquemila persone ogni anno (solo in Italia): soprattutto pazienti reduci da interventi chirurgici.

Servono nuovi investimenti nella ricerca

Come ricordato anche dall’esperto, a questo punto si è arrivati pure perché le case farmaceutiche hanno da tempo abbandonato la ricerca in questo campo. L’ultima nuova classe realmente innovativa, denuncia il report, è stata scoperta nel 1987. «Dal 2000 solo cinque nuove classi di antibiotici sono state messe sul mercato e nessuna di queste era rivolta contro i batteri gram-negativi, che sono spesso mortali», si evince dal dossier. L’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ha appena inserito nella lista dei farmaci mutuabili una nuova arma conto i batteri resistenti (gram negativi). Ma il problema è che il mercato da solo non fornisce sufficienti inventivi alla costosa ricerca di nuovi ritrovati. A «Big Pharma» conviene di più lavorare sui farmaci oncologici, che su banali quanto salvavita antibiotici.

Twitter @fabioditodaro

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