Wise Society : L’Alzheimer avanza ma la cura non si trova
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L’Alzheimer avanza ma la cura non si trova

In Italia si stima che la demenza colpisca oltre 1,2 milioni di persone, che rischiano però di diventare 1,6 e 2,3 milioni, tra il 2030 e il 2050.

Fabio Di Todaro
21 settembre 2018

Demenza è un termine usato per descrivere diverse malattie cerebrali che comportano l’alterazione progressiva di alcune funzioni – memoria, pensiero, ragionamento, linguaggio, orientamento, personalità e comportamento – di severità tale da interferire con gli atti quotidiani della vita. La malattia di Alzheimer – di cui oggi 21 settembre si celebra la giornata mondiale – è la più comune causa di demenza: arrivando a rappresentare il 50-60 per cento del totale dei i casi. È un processo degenerativo che colpisce progressivamente le cellule cerebrali, provocando quell’insieme di sintomi che va sotto il nome di «demenza»: cioè il declino progressivo e globale delle funzioni cognitive e il deterioramento della personalità e della vita di relazione.

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I farmaci per combattere l’Alzheimer prodotti negli ultimi tempi hanno disatteso le aspettative: di questo passo si calcola che nei prossimi decenni i malati di questa malattia possano raddoppiare, Image by iStock

I NUMERI E I COSTI DELLA MALATTIA – Il Rapporto Mondiale Alzheimer 2015 rileva che ci sono nel mondo 46,8 milioni di persone affette da una forma di demenza (nel 2010 se ne stimavano 35 milioni), cifra destinata quasi a raddoppiare ogni vent’anni. I nuovi casi di demenza sono ogni anno oltre 9,9 milioni, vale a dire un nuovo caso ogni 3,2 secondi. Gli attuali costi economici e sociali della demenza ammontano a 818 miliardi di dollari e risultano cresciuti del 35 per cento rispetto ai 604 miliardi di dollari calcolati nel Rapporto Mondiale 2010. Questo significa che, se l’assistenza per la demenza fosse una nazione, sarebbe la diciottesima economia nel mondo e il suo valore economico supererebbe quello di aziende come Apple (742 miliardi) e Google (368 miliardi). In Italia si stima che la demenza colpisca oltre 1,2 milioni di persone, che rischiano però di diventare 1,6 e 2,3 milioni, tra il 2030 e il 2050.

GLI ULTIMI «FLOP» A CACCIA DI UNA TERAPIA – L’Alzheimer è uno dei maggiori crucci degli scienziati. Le cause sono in buona parte note, anche se sui meccanismi molecolari ci sono ancora diversi tasselli da mettere al proprio posto. Soltanto nell’ultimo anno, due possibili nuovi farmaci (bapinuzumab e interpiridina) hanno disatteso le aspettative. Non si tratta dei primi insuccessi, anzi. In entrambi gli ultimi casi, le molecole avevano l’obiettivo di eliminare le placche di beta amiloide dal cervello, uno dei marcatori della più comune forma di demenza. Il fine, probabilmente, sarebbe anche azzeccato. Ma non tutte le persone rispondono allo stesso modo, perché una volta rimossa l’amiloide, molti cervelli non tornano al punto di partenza. Segno di un danno che, una volta compiuto, è irreversibile. Dal momento che la malattia inizia molto prima che si manifesti, più di un indizio porta a pensare che i farmaci sopracitati, se somministrati prima o all’inizio del deposito dell’amiloide, possano porre un argine al progredire dell’Alzheimer. Questo è l’obiettivo che gli esperti si sono prefissati con «Interceptor», un progetto su cui il Ministero della Salute e l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) sono pronti a investire quattro milioni per «individuare il biomarcatore o l’insieme di molecole più accurato a completare una diagnosi di declino cognitivo lieve, in modo da fornire poi a tutti i cittadini libero accesso a questa modalità di screening preventivo ed, eventualmente, a una cura», dichiara Paolo Maria Rossini, responsabile della struttura complessa di neurologia del Policlinico Gemelli di Roma e coordinatore scientifico del progetto, pronto a partire arruolando 400 pazienti (50-85 anni) attraverso venti strutture italiane.

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La malattia di Alzheimer – di cui oggi 21 settembre si celebra la giornata mondiale – è la più comune causa di demenza: arrivando a rappresentare il 50-60 per cento del totale dei i casi, Image by iStock

COSA FARE PER IL DECLINO COGNITIVO LIEVE? – Le persone già colpite da una forma di declino cognitivo lieve non hanno la certezza di ammalarsi di Alzheimer, ma convivono con un rischio significativamente più alto». Le persone colpite incontrano qualche difficoltà a ultimare alcuni compiti complessi: occuparsi dei propri affari finanziari, preparare un pasto oppure fare la spesa. Come intervenire, a quel punto? «Ci sono alcuni dati che evidenziano il beneficio apportato da una stimolazione cognitiva continua: perciò consigliamo a questi pazienti di leggere molto, continuare a studiare e praticare con regolarità attività fisica – chiosa Claudio Mariani, ordinario di neurologia all’Università degli Studi di Milano e presidente dell’Associazione per la Ricerca sulle Demenze (Ard) -. È sicuramente da evitare la sospensione di queste attività, che non è infrequente a seguito della pensione». Nel convegno annuale organizzato dalla Federazione Alzheimer Italia per il 14 settembre a Milano, si è parlato anche dell’importanza nell’evitare i fattori di rischio cardiovascolare: ipertensione, diabete, ipercolesterolemia, fumo e alcolismo. Sono sempre più solide le evidenze che correlano queste condizioni a un aumentato rischio di ammalarsi di Alzheimer.

Twitter @fabioditodaro

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