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Coaching: come scegliere le parole giuste al momento giusto

Dall'uso corretto del linguaggio deriva la possibilità di avere successo e creare relazioni positive. Ecco perché è quanto mai importante utilizzare le parole adatte per ogni situazione, imparando anche a dire no. I consigli del coach Gianluca Ferrauto

Gianluca Ferrauto, coach e consulente per la formazione comportamentale*
12 Ottobre 2020

La lingua italiana è ricca di parole (oltre 200.000), molte possono assumere significati diversi a seconda dei contesti. Ad esempio “porta” è sia sostantivo che verbo. Una persona di cultura medio-alta conosce e utilizza quasi 50.000 parole ma nell’uso comune se ne usano circa 6.500, che ci consentono di coprire oltre il 90% dei discorsi. Proviamo adesso a immaginare i doppi sensi che hanno parole come alto (in alta montagna o in alto mare) così come cacciare, curioso, avanti e molte altre ancora. Ma quello che più conta è l’uso corretto delle parole, come usiamo le parole per evitare fraintendimenti o incomprensioni. Anche da questo possono, infatti, derivare i nostri successi e insuccessi e relazioni positive o negative con gli altri.

lettere

Foto: Yyan Wallace / Unsplash

“Sì” e “No”, le parole più brevi ma più difficili da gestire

“Le due parole più brevi e più antiche al mondo sono quelle che richiedono maggiore riflessione” diceva Pitagora. E in effetti “Sì” e “No” sono due monosillabi che utilizziamo da sempre, ma sono forse anche le più difficili da dire.

Se fossimo autorizzati a dire sempre di sì, d’altronde, nel mondo regnerebbe il caos più totale e pericoloso. Durante la guida di un auto i segnali stradali ci aiutano a rispettare le regole e le precedenze anche grazie ai segnali che dicono “No”, direzione vietata o accesso vietato. Ma un segnale non è come un collega, un capo, un venditore o una persona qualsiasi che dice no.

La paura di scontentare o il gusto di farlo, la timidezza, la vergogna o l’arroganza, entrano in gioco e prendono il sopravvento condizionando i nostri comportamenti.

Uso corretto delle parole: imparare a dire no

Dire no è davvero difficile, eppure usiamo spesso questa parola per iniziare un discorso; tuttavia, così facendo mal predisponiamo il nostro interlocutore. All’invito che ci viene fatto con un semplice “Dimmi pure, cosa volevi dirmi” o “Prego, dimmi la tua idea” alcuni iniziano dicendo “No, niente, cioè volevo dire…” o “No, no, sì in effetti…”.

La sensazione che diamo è di non essere pronti, confusi, e, senza disturbare i sostenitori del power of positive thinking che dicono di iniziare ogni discorso ma soprattutto ogni trattativa con tre domande che prevedano il sì come risposta, il no è negativo, è una negazione o ancora peggio un rifiuto o un abbandono.

Non possiamo accettare o negare tutto quello che ci viene chiesto o proposto. Valutiamo bene cosa ci compete, cosa ci farà stare bene e, quindi, diremo sì o no per realizzare i nostri sogni, raggiungere i nostri obiettivi correttamente e magari a beneficio anche di altri.

Le tante sfumature del linguaggio: conoscere ciò che si dice prima di dirlo

Molti degli errori che si fanno usando in modo improprio alcuni termini derivano da ignoranza, dal non sapere esattamente quale sia la differenza tra un termine e l’altro oppure, più gravemente, non conoscendo il significato del termine.

gianluca ferrauto

Gianluca Ferrauto, coach e consulente per la formazione comportamentale e docente alla RM Moda e Design di Milano.

Se camminando, senza volerlo colpisco con la spalla (anche lievemente) una persona che mi viene incontro, le dirò mi spiace o mi scusi? Ovviamente “mi scusi” perché è colpa mia, sebbene involontariamente sono stato io a causare il contatto. Viceversa, se vedendo una persona che sbatte contro una porta o un muretto facendosi male il mio commento sarà “mi spiace”, poiché non ne sono responsabile in nessuna maniera.

Il dispiacere è un sentimento che possiamo provare per qualcuno che non conosciamo ma del quale abbiamo a cuore le sorti anche se totalmente estraneo perché ci coinvolge emotivamente senza coinvolgerci attivamente/fattivamente. Diverse sono le scuse o, in modalità più estrema, il perdono che dobbiamo a chiunque se responsabili direttamente del suo dolore, di un danno procurato o di una qualsiasi problematica che ci ha visto coinvolti.

Allo stesso modo possiamo distinguere i termini guardare da vedere, sentire da ascoltare. Tutte le volte che guardiamo la televisione, la vetrina di un negozio o il cielo stellato non è scontato che in quel momento vengano stimolate le nostre emozioni: in caso positivo allora staremo vedendo e non solo guardando.

A una persona si potrebbe dire “guardo nei tuoi occhi e vedo tanta felicità”, quindi non basta guardare per avere o stimolare emozioni. Anche sentire e ascoltare hanno significati molto diversi. Possiamo sentire la radio accesa in sottofondo senza comprendere le parole che vengono dette, mentre se ci mettiamo in ascolto di qualcuno, di una canzone o di una intervista attiveremo una modalità tutt’altro che passiva. Potremmo dire che guardare e sentire sono modalità passive, mentre ascoltare e vedere attive.

 Uso corretto delle parole: dalla lettura un valido aiuto

Bere o dissetarsi, mangiare o alimentarsi, stare o essere, capire o comprendere, fare o agire, capacità o competenza, gentile o cortese. Possiamo, quindi, condividere che l’uso improprio di alcune parole, oltre che sbagliato, è rischioso, può indurre incomprensioni e lasciare una cattiva impressione. Leggere è un metodo molto valido per imparare a parlare, anche leggere e comprendere cosa si è letto non è sempre facile e spesso dipende da chi scrive.

*Gianluca Ferrauto, coach e consulente per la formazione comportamentale e docente alla RM Moda e Design di Milano

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