La Commissione europea contesta il design di TikTok. Il caso può aprire la strada a regole più stringenti sulle funzioni che incentivano l’uso compulsivo dei social
A chi non è mai capitato di scrollare all’infinito su TikTok, salvo poi rendersi conto – dopo decine e decine di minuti – di non ricordarsi pressoché nulla? Il fatto di non riuscire a staccare gli occhi dallo schermo non è una casualità né una “colpa” dell’ignaro utente: la piattaforma è progettata allo scopo di trattenere l’attenzione il più a lungo possibile. Le istituzioni dell’Unione europea, però, promettono di vederci chiaro. E, soprattutto, di tutelare cittadini e cittadine da questa forma di manipolazione.

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Il procedimento formale della Commissione europea contro TikTok
L’iter inizia a febbraio 2024, quando la Commissione avvia un procedimento formale per verificare se TikTok sia conforme alle disposizioni del Digital Services Act, la normativa europea che vuole rendere più trasparenti e sicuri gli spazi digitali. Dopo due anni di indagini, arrivano le conclusioni preliminari. E sono tutt’altro che tenere, perché puntano il dito contro il design della piattaforma, pensato per creare dipendenza.
La stessa offerta di contenuti a ciclo continuo, si legge, sarebbe pensata per portare il cervello degli utenti in modalità “pilota automatico”. In più, TikTok “non ha valutato adeguatamente in che modo queste funzionalità addictive possano danneggiare il benessere fisico e mentale dei suoi utenti, inclusi minori e adulti vulnerabili”.
Pur avendo a disposizione dati puntuali sul comportamento di ogni singolo utente, infatti, il social network cinese avrebbe trascurato i segnali di uso compulsivo, come il tempo che i minori trascorrono a guardare video in piena notte o la frequenza con cui le persone aprono l’app. Esistono strumenti di gestione del tempo e di parental control ma, sottolinea la Commissione, non sono abbastanza efficaci.

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Il Digital Services Act entra in azione per la prima volta sul design addictive
A partire da queste considerazioni, la Commissione europea rivolge a TikTok una serie di richieste ben precise che colpiscono al cuore i motivi del suo successo. Chiede infatti di disattivare lo scroll infinito, introdurre delle “pause” obbligatorie (anche durante la notte) e modificare il sistema di raccomandazione dei contenuti.
Il procedimento è ancora in corso e TikTok ha il diritto di difendersi, esaminando la documentazione raccolta dalla Commissione e rispondendo per iscritto alle conclusioni preliminari. Se queste verranno confermate, potrà andare incontro a una sanzione con un importo massimo fino al 6% del suo fatturato annuo globale.
È la prima volta in cui la Commissione europea prende posizione sul design di una specifica piattaforma ai sensi del Digital Services Act, precisa la testata Politico. Ma potrebbe non essere l’unica: anche Facebook e Instagram, entrambe parte del gruppo Meta, sono soggette a un’indagine analoga. Questo caso può rappresentare un precedente anche perché il Digital Services Act chiede alle piattaforme di valutare e mitigare i rischi per i propri utenti, ma descrive in modo sommario in cosa consistano realmente questi rischi. Finora, dunque, non era ben chiaro dove i regolatori avrebbero tracciato il confine.

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Le lobby di Big Tech contro le future regole europee sui social media
Per le multinazionali che gestiscono queste piattaforme social, però, la capacità di tenere le persone incollate allo smartphone è il motivo stesso del loro successo. E non sembrano disposte a rinunciarvi facilmente. Corporate Europe Observatory (CEO) ha pubblicato una dettagliata inchiesta su come queste potentissime aziende hanno messo all’opera le loro lobby contro una seconda normativa europea, il Digital Fairness Act, ancora in fase di discussione.
Mentre il già citato Digital Services Act riguarda la responsabilità delle piattaforme nei confronti degli utenti, il Digital Fairness Act vuole garantire equità nella concorrenza digitale, impedendo alle grandi piattaforme dominanti di sfruttare il loro potere per penalizzare i concorrenti o limitare le scelte degli utenti.
Fin da subito, spiega CEO, le principali lobby del settore si sono scagliate contro il Digital Fairness Act, attraverso interlocuzioni con le istituzioni, pubblicazioni e lettere aperte. Solo nel 2025, i registri ufficiali segnalano 96 incontri sul tema con gli alti funzionari della Commissione. D’altra parte, l’industria tech può contare su una nutrita squadra di circa 900 lobbisti attivi a Bruxelles, per una spesa complessiva che è arrivata a superare i 150 milioni di euro l’anno. Da sola, Meta spende 10 milioni di euro l’anno, dando lavoro a 30 lobbisti (di cui sette con un badge di accesso permanente al Parlamento europeo).
Oltre l’engagement: un design diverso per i social media è possibile
Il tema dell’impatto psicologico e cognitivo dei social media esiste e ha dimensioni importanti. Svariati studi accademici dicono, per esempio,
- che il consumo rapido di video brevi riduce la soglia di attenzione e la capacità di controllo degli impulsi, soprattutto nei giovani;
- che l’esposizione precoce a contenuti così frenetici può compromettere lo sviluppo della corteccia prefrontale;
- che i social media portano a maturare un’idea distorta della propria immagine corporea e a risentirne sono l’autostima e il benessere psicologico complessivo;
- che l’uso dei social media spesso è a scapito del sonno e dell’attività fisica, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Ma un’alternativa è possibile, sostiene un white paper pubblicato dal movimento People vs Big Tech insieme alla Panoptykon Foundation. E non può basarsi solo sulla verifica dell’età degli utenti che, pur essendo importante, presuppone un ruolo attivo dei genitori che non sempre può essere dato per scontato. Per esempio, il feed dovrebbe basarsi sulle indicazioni che l’utente dà esplicitamente (like, interessi dichiarati, “mostrami di più/di meno”) e non sull’osservazione dei suoi scroll e clic. L’algoritmo, poi, dovrebbe privilegiare i contenuti rilevanti, con fonti credibili e capaci di creare un dibattito – non quelli che incrementano il tempo passato sulla piattaforma. Andrebbero disabilitate anche le notifiche attivate di default, lo scroll infinito, l’autoplay automatico, i contatori di like.
Queste e altre misure possono rivelarsi realmente trasformative perché agiscono sulle impostazioni di base. Oggi gli spazi social sono ottimizzati per l’engagement; applicarle, sostiene lo studio, li potrebbe trasformare in spazi incentrati sull’essere umano e rispettosi dei suoi diritti.
Valentina Neri
