Wise Society : Scuola post Covid: democratica o con più disuguaglianze?
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Scuola post Covid: democratica o con più disuguaglianze?

Mentre si discute su come riaprire a settembre, una cosa è certa: la pandemia ha cambiato profondamente la vita di ragazzi e famiglie. E la didattica a distanza, se da un lato ha aiutato, dall'altro rischia di creare nuove discriminazioni

Modesta Abbandonato*
24 Giugno 2020

La scuola è al centro del dibattito in questi giorni fra proposte e proteste sulle modalità di riapertura a settembre e ancora tante incertezze. Una cosa però rimane certa: la pandemia ha cambiato profondamente la vita di ragazzi e famiglie e il modo di insegnare. Con la sospensione delle attività didattiche in presenza, infatti, per via dell’emergenza sanitaria, nella scuola italiana ha ufficialmente debuttato la DaD (acronimo di Didattica a Distanza), anche se forme di apprendimento e di formazione a distanza non rappresentano una novità nel nostro sistema educativo.

Didattica a distanza: sì o no? Il dibattito è aperto

Le attività di insegnamento-apprendimento legate alla DaD hanno suscitato un acceso dibattito tra sostenitori e detrattori di questa modalità di fare scuola (nel dibattito si inseriscono anche posizioni molto più estreme, refrattarie a qualsiasi utilizzo di tecnologie didattiche).
I detrattori, generalmente, sono espressione di una visione tradizionale della scuola, basata in primis sulla lezione frontale e sui libri di testo. I sostenitori, al contrario, sono animati da uno spirito di rinnovamento delle pratiche didattiche e riconsiderano il ruolo della scuola in maniera propulsiva rispetto alle trasformazioni tecnologiche e culturali della società. Nel mezzo si collocano coloro che, pur avendo apprezzato vantaggi e potenzialità della DaD in periodo di pandemia, auspicano un ritorno alla didattica in presenza.
Il periodo, circoscritto, di utilizzo della DaD non consente, al momento, di tracciare bilanci definitivi sull’efficacia della stessa, ma permette di descriverne caratteristiche, potenzialità e limiti.

Ragazza davanti al pc

Foto: JESHOOTS.COM/Unsplash

La tecnologia strumento utile per l’apprendimento, a patto che…

Analizzare la didattica a distanza, enfatizzandone l’elemento di distanziamento fisico tra docente e studente, risulta fuorviante e riduttivo. Torna utile richiamare un passaggio della Nota del Miur prot.388 del 17 marzo 2020, in cui si afferma: «La didattica a distanza, in queste difficili settimane, ha avuto e ha due significati: da un lato, sta servendo a mantenere viva la comunità di classe, di scuola e il senso di appartenenza, combattendo il rischio di isolamento e di demotivazione. Dall’altro lato, è essenziale per non interrompere il percorso di apprendimento».
Nella medesima Nota ministeriale sono illustrate le modalità con cui declinare la DaD e vengono indicate prassi educative, meccaniche e acritiche, da evitare: «Il collegamento diretto o indiretto, immediato o differito, attraverso videoconferenze, videolezioni, chat di gruppo; la trasmissione ragionata di materiali didattici, attraverso il caricamento degli stessi su piattaforme digitali e l’impiego dei registri di classe in tutte le loro funzioni di comunicazione e di supporto alla didattica, con successiva rielaborazione e discussione operata direttamente o indirettamente con il docente, l’interazione su sistemi e app interattive educative propriamente digitali: tutto ciò è didattica a distanza. Il solo invio di materiali o la mera assegnazione di compiti, che non siano preceduti da una spiegazione relativa ai contenuti in argomento o che non prevedano un intervento successivo di chiarimento o restituzione da parte del docente, dovranno essere abbandonati, perché privi di elementi che possano sollecitare l’apprendimento».

Scuola a distanza fra innovazione e possibili discriminazioni

Ma quali sono gli elementi materiali ed immateriali necessari per la DaD? Essa è una metodologia democratica o generatrice di disuguaglianze? Quanto il processo di insegnamento-apprendimento è favorito dalla presenza di risorse economiche e tecnologiche?
Possedere un computer di ultima generazione è diverso dal possedere un semplice smartphone; ma, lo stesso computer di ultima generazione, se condiviso con altri conviventi, limita l’accesso a reti e piattaforme e di conseguenze limita le opportunità; un collegamento in 5G ha prestazioni imparagonabili con un collegamento hot-spot; il cablaggio presente nel centro delle grandi città è altra cosa rispetto a zone montane nelle quali è impossibile usare lo smartphone o seguire i canali della Rai.

La scuola digitale rischia di lasciare indietro gli studenti di origine straniera e quelli diversamente abili?

La DaD ripropone, pertanto, l’annosa questione del divario digitale, divario amplificato da ulteriori variabili, quali, per esempio, etnia, genere, età e livello di istruzione. Si pensi per esempio agli studenti non italofoni e alle difficoltà nel seguire le lezioni per problemi di audio, o agli studenti diversamente abili, privati della presenza degli insegnanti di sostegno, spesso, unico collante con gli altri docenti e con il gruppo classe. Anche l’età diventa fattore discriminante se si confrontano le competenze digitali possedute da bambini delle primarie rispetto ad adolescenti delle scuole superiori.
La nuova dimensione tecnologica e virtuale ha coinvolto, seppur con gradazioni differenti, studenti e classe docente. I primi, comunemente definiti “nativi digitali” (termine che non implica necessariamente il possesso delle competenze digitali, le quali dovrebbero essere apprese e sviluppate proprio a scuola), si sono mostrati quasi sempre a loro agio con gli strumenti tecnologici della DaD; la classe docente (costituita principalmente da donne) invece, pur presentando al suo interno livelli eterogenei di conoscenze e competenze digitali, ha reagito in generale in maniera responsabile e resiliente, adattandosi, velocemente, alle peculiarità della DaD, peculiarità che hanno destrutturato categorie spazio-temporali, annullando le differenze tra tempo pubblico e privato, tra ambiente domestico e lavorativo.

Computer per e-learning

Foto: Gerd Altmann/pixabay

Nuove tecnologie e inclusività: la sfida della scuola post Coronavirus

Un’analisi sulle tecnologie didattiche di cui la DaD si sostanzia implica, necessariamente, il ripensamento dei modelli didattico-pedagogici in toto, modelli che dovranno mettere in relazione più soggetti, ridefinendone ruoli, spazi e relazioni sociali, nella consapevolezza che la presenza fisica dell’altro è elemento imprescindibile.
È indubbio quanto l’utilizzo di tecnologie e metodologie didattiche innovative, supportate spesso dalla Rete, determini un innalzamento della qualità del sistema formativo, sistema nel quale dovranno necessariamente convivere analogico e digitale, ambiente fisico e virtuale.
Diventa fondamentale ripensare alla figura del docente e del discente, ripensare, inoltre, al processo di valutazione che non dovrà solo misurare i risultati in termini di conoscenze raggiunte da ciascun discente, ma dovrà riflettere sul processo di apprendimento stesso.
Le nuove tecnologie applicate alla didattica dovranno far dialogare teoria e pratica, favorire abilità e competenze necessarie per operare nei contesti in continua evoluzione. Esse dovranno favorire pratiche didattiche di inclusività, valorizzando le differenze di ciascuno e soddisfacendo i bisogni di tutti. Solo un ruolo attivo di chi insegna e di chi apprende governerebbe le “minacce” derivanti da un uso passivo della tecnologia che, lungi dal creare il cittadino critico e consapevole, produrrebbe pensiero conformista, annullando ogni aspetto legato alla socializzazione, e ingabbierebbe gli studenti in una virtualità fatta di realtà multiple e conflittuali.

* Modesta Abbandonato, insegnante

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