Licenziamenti illegittimi, contratti a termine, responsabilità del committente negli appalti e cittadinanza: sono i temi al centro dei referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno 2025
Si torna alle urne: domenica 8 e lunedì 9 giugno sono in programma cinque referendum su questioni che ci riguardano tutti e tutte, vale a dire il lavoro e la cittadinanza italiana. Per arrivare preparati a questo importante appuntamento, uno dei pochi in cui possiamo esercitare la democrazia diretta, ecco una breve guida alle modalità di voto e ai cinque quesiti referendari.

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Come si vota (anche fuori sede) ai referendum di giugno
I seggi sono aperti dalle 07:00 alle 23:00 di domenica 8 giugno e dalle 07:00 alle 15:00 di lunedì 9 giugno. Bisogna presentarsi con un documento di identità e la tessera elettorale che riporta gli estremi della propria sezione di appartenenza. Chi l’ha smarrita o ha esaurito gli spazi può chiederne una nuova al proprio Comune: in occasione delle elezioni, gli uffici preposti organizzano delle aperture straordinarie.
Voto fuorisede e italiani all’estero
Una grande novità sta nel fatto che i cosiddetti fuorisede, cioè coloro che si sono trasferiti in una provincia diversa rispetto a quella dove risiedono ufficialmente, non sono più obbligati a tornare al Comune d’origine per votare. Questo, però, purché abbiano fatto richiesta entro il 4 maggio. Questa opportunità era già prevista per le elezioni europee di giugno 2024, ma all’epoca valeva soltanto per gli studenti: ora è stata allargata anche a chi si è spostato per motivi di lavoro o cure mediche.
Gli italiani residenti all’estero, iscritti all’Aire, hanno ricevuto prima del 21 maggio il plico con le schede e le istruzioni per votare per posta. Chi invece è all’estero temporaneamente per motivi di studio, lavoro o salute, anche insieme alla propria famiglia, può votare per corrispondenza soltanto se ha fatto richiesta entro il 7 maggio.
Il quorum
Fondamentale, per decretare l’esito di qualsiasi referendum, è il quorum. Facciamo un passo indietro: tolti i referendum territoriali, la nostra Costituzione prevede che i referendum su scala nazionale possano essere di due tipi, abrogativi o costituzionali. Quelli dell’8-9 giugno sono referendum abrogativi, il che significa che permettono di cancellare – del tutto o in parte – una legge o un atto avente forza di legge. Chi vota sì esprime l’intenzione di cancellare la norma in questione; viceversa, chi vota no la vuole mantenere.
Come prevede l’iter, dunque, sono stati presentati raccogliendo almeno 500mila firme e risultano validi soltanto se vota almeno il 50% più uno degli aventi diritto (nel conteggio rientrano anche le schede bianche o nulle). In mancanza del quorum il referendum non è valido, indipendentemente dal suo risultato. L’8 e 9 giugno i quesiti sono cinque e gli elettori sono liberi anche di ritirare solo alcune schede, non tutte: il che significa che, tecnicamente, alcuni potrebbero raggiungere il quorum e altri no.

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Per cosa si vota ai referendum dell’8 e 9 giugno
Dopo aver visto come si vota ai referendum dell’8 e 9 giugno, passiamo a esaminare per cosa si vota. Di seguito proponiamo una spiegazione semplice e schematica dei cinque quesiti su lavoro e cittadinanza, rimandando al sito del Ministero dell’Interno per la documentazione e i fac simile delle schede. In tutti questi casi, trattandosi di referendum abrogativi, descriviamo cosa succederebbe se vincesse il sì. Se invece vince il no, oppure se non si raggiunge il quorum, rimane tutto com’è adesso.
Quesito 1 (scheda verde): licenziamenti illegittimi e contratto a tutele crescenti
Il primo dei referendum sul lavoro chiede di abrogare un decreto attuativo del Jobs Act, la riforma del lavoro voluta un decennio fa dal governo di Matteo Renzi. Nel cosiddetto contratto a tutele crescenti, se una persona viene licenziata e un giudice stabilisce che i motivi erano ingiusti o infondati, il datore di lavoro è tenuto soltanto a riconoscerle un risarcimento economico che va da 6 a 36 mensilità di stipendio a seconda dell’anzianità di servizio. Tutto ciò se l’azienda ha più di quindici dipendenti.
Chi vota sì chiede di cancellare questa disciplina sui licenziamenti e ritornare al precedente articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, così come era stato modificato dalla Legge Fornero del 2012. Se così fosse, in determinate circostanze il datore di lavoro sarebbe nuovamente obbligato – come accadeva in passato – a reintegrare in organico la persona ingiustamente licenziata.
Quesito 2 (scheda arancione): indennità in caso di licenziamento nelle piccole imprese
Anche il secondo referendum riguarda il lavoro ma, a differenza del primo, si concentra sulle imprese che hanno meno di 16 dipendenti (e che in Italia, secondo i dati della Cgil, messe insieme raggiungono i 3 milioni e 700 mila dipendenti). Ai sensi dell’articolo 8 della legge 604 del 15 luglio 1966, chi viene licenziato in modo illegittimo da una piccola impresa può ottenere al massimo sei mensilità di risarcimento.
Chi vota sì chiede di abrogare queste disposizioni: così facendo, sarebbe un giudice a definire di volta in volta il giusto indennizzo, valutando i vari fattori in gioco.
Quesito 3 (scheda grigia): contratti a termine
Con il terzo referendum dell’8-9 giugno si torna al Jobs Act, nello specifico a una parte di un decreto attuativo (articolo 19 del d.lgs. 81 del 15 giugno 2015) che è stato più volte modificato negli anni. La legge che è attualmente in vigore permette di stipulare contratti a termine, fino a 12 mesi, senza indicare una causale.
Chi vota sì vuole che i datori di lavoro siano obbligati a mettere nero su bianco il motivo per cui quello specifico contratto è a tempo determinato e non indeterminato (ad esempio perché il lavoro è stagionale, oppure legato a un progetto specifico che ha un inizio e una fine).
Quesito 4 (scheda rossa): responsabilità solidale negli appalti
Il quarto quesito, l’ultimo che riguarda il lavoro, chiede di abrogare una parte del decreto legislativo 81 del 9 aprile 2008 che parla della responsabilità solidale nei contratti di appalto. La normativa attuale prevede che committente, appaltatore e subappaltatore siano responsabili in solido per gli infortuni o le malattie professionali subiti dai lavoratori delle imprese appaltatrici o subappaltatrici. Tuttavia, esiste un’eccezione: se l’infortunio è causato da rischi specifici propri dell’attività dell’appaltatore o subappaltatore, il committente non è responsabile.
Chi vota sì chiede di cancellare questa eccezione e far sì che ci sia sempre una quota di responsabilità del committente.
Quesito 5 (scheda gialla): cittadinanza italiana
Con il referendum sulla cittadinanza si passa a un tema totalmente diverso, al centro di un fervente dibattito politico e mediatico. Attualmente la principale fonte normativa sul tema è la legge 91 del 1992, successivamente corretta e integrata da altri provvedimenti. Questa prevede che una persona maggiorenne, se è nata al di fuori dell’Unione europea, possa chiedere la cittadinanza italiana soltanto dopo almeno dieci anni di residenza stabile e regolare nel nostro Paese. A quel punto, può trasmetterla anche ai figli minorenni.
Chi vota sì chiede che gli anni non siano più dieci ma cinque; va sottolineato come spesso a questa tempistica minima si aggiungano anche le lungaggini dovute al lungo iter burocratico. Anche in caso di vittoria del sì, resterebbero inalterati tutti gli altri requisiti: l’aspirante cittadino italiano deve – tra le altre cose – conoscere la lingua almeno a un livello B1, avere un reddito stabile e commisurato alla presenza di coniuge o figli a carico, non essere stato condannato né avere procedimenti in corso per reati gravi.
Valentina Neri
