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A Pantelleria l’uomo è riuscito a plasmare la natura rispettandola

Muretti a secco, costruzioni come i dammusi fatte apposta per raccogliere l'acqua e l'umidità dai tetti, viticoltura hanno permesso agli abitanti di Pantelleria di vivere rispettando la natura

Mariella Caruso
17 settembre 2019

Eroica. È questo l’appellativo riservato alla viticoltura di Pantelleria. E non si tratta di un aggettivo scelto per caso. Pantelleria è un’isola senz’acqua e battuta dai venti dove, da secoli, natura e uomo collaborano per pennellare un inaspettato paesaggio. Lentisco, rosmarino, mirto, capperi. E vigneti conosciuti in tutto il mondo tanto che la pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello, tipica dell’isola di Pantelleria nel 2014 è diventata patrimonio immateriale dell’umanità.

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Panorama dell’entroterra dell’isola di pantelleria con i suoi celebri muretti a secco in primo piano, Foto: Mariella Caruso

A dispetto dell’assenza di sorgenti Pantelleria è un’isola Giardino che è scrigno di biodiversità. Fenici, saraceni, arabi, bizantini, che nell’Isola hanno vissuto, hanno lasciato testimonianze indelebili nell’isola, battezzata Bent el Riah ovvero “figlia del vento”. Un vento che, insieme alla scarsità – più vicina all’assenza – di risorse idriche ha esortato i panteschi a realizzare tecniche e accorgimenti per preservare il territorio e garantire la sopravvivenza sull’Isola. A renderla così fertile è stato, col passare dei secoli, il lavoro degli uomini che l’hanno abitata con l’aiuto della sua natura vulcanica, del gioco delle correnti umide e dei dammusi, le abitazione tipiche dell’Isola più vicina alla Tunisia, dalla quale dista 65 chilometri, che alla Sicilia distante 110.

L’acqua che rende fertile e verde Pantelleria, infatti, è quella raccolta nelle cisterne collegate ai tetti tondeggianti e lisci dei dammusi, il più importante lascìto degli arabi, sui quali l’umidità della notte si condensa. Poi ci sono i muretti a secco che i contadini utilizzano a sostegno dei terrazzamenti che ospitano le coltivazioni. La regina delle colture pantesche è l’uva zibibbo che, dopo l’appassimento al sole e la sgrappolatura, viene trasformata in vino passito dalle aziende aderenti al Consorzio Volontario di Tutela e Valorizzazione dei vini a DOC dell’Isola di Pantelleria. Non tutta l’uva coltivata a Pantelleria, che non è soltanto zibibbo, diventa passito. Ognuno dei 7 soci imbottigliatori e vinificatori (Cantina Basile, Cantine Pellegrino, Coste Ghirlanda, Donnafugata, Emanuela Bonomo, Marco De Bartoli, Salvatore Murana e Vinisola), infatti, trasforma le uve pantesche con tecniche diverse ottenendone anche vini bianchi secchi e spumanti.

pantelleria, uomo, natura, biodiversitàLa vocazione vitivinicola di Pantelleria fa sì che il mese di settembre, che è quello della vendemmia, sia il migliore per visitare l’Isola, ma fino a ottobre il clima è mite. La coltura ad alberello, con le viti che crescono ognuno nella propria conca e i grappoli che rasentano i terreni, è un’unicità nelle pratiche enologiche. Anche gli ulivi sono bassi e anche in questo caso i rami quasi sfiorano la terra. E poi ci sono i giardini panteschi, vere e proprie fortificazioni con un’unica stretta apertura per accedervi e piccole aperture secondarie per consentire il passaggio di acqua piovana, a difesa di pochi alberi d’agrumi che, in epoche più lontane, erano particolarmente preziosi per la popolazione in quanto i loro frutti spesso venivano utilizzato come medicamenti per la loro concentrazione di vitamine. Un antico e ingegnoso sistema agronomico autosufficiente che permette di produrre condizioni microclimatiche capaci di soddisfare l’esigenza idrica anche in assenza di irrigazione. Da visitare il Giardino Pantesco Donnafugata di Khamma donato dall’azienda vitivincola al Fondo Italiano per l’Ambiente.

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