Wise Society : Libri da non perdere: due saggi illuminanti sulle nuove solitudini dei nostri giorni
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Libri da non perdere: due saggi illuminanti sulle nuove solitudini dei nostri giorni

Ci sono pagine che fanno riflettere in un mondo dominato dal sovraccarico di informazione che spesso non ci lascia il tempo di farlo. Come quelle di Mattia Ferraresi e Matt Haig che offrono interessanti spunti per una nuova visione di se stessi e della società

Carmine Castoro*
2 Dicembre 2020

Dall’uso di droghe alle patologie dell’alimentazione, dalla recessione sessuale ai robot di compagnia con cui “dialogare” senza l’obbligo di rispettarsi, modello Chucky la bambola assassina. Dall’auto-appartarsi per mesi dell’hikikomori che scivola dalla sua stanzetta nell’infinito virtuale dei videogame, fino all’attentatore radicalista e al celibato sanguinario di giovani folli femminicidi. È tutto un pullulare di tentativi di non far ritorno al Totum del patto sociale, di ripudiare la massificazione, di astenersi dal giudizio del vicino, di non scendere a compromessi con le prove del reale, di sterilizzare le relazioni interpersonali rinserrandosi in una specola auto-compiaciuta o pre-suicida da cui poter osservare con distacco e disprezzo la complessità, aspra e contagiosa, del mondo esterno.

Un libro di Mattia Ferraresi dedicato alle nuove solitudini di oggi

Con una scrittura esemplare, levigata e travolgente per scelte lessicali e sviluppo della ricerca, Mattia Ferraresi in questo suo Solitudine. Il male oscuro delle società occidentali (Einaudi) ci fa scendere i gradini dell’inferno di un liberalismo che ormai non significa più fratellanza, spirito comunitario e appartenenza, ma solo malinconico esaltato irredentismo dell’ego. 

Solitudine_Il male oscuro dell’Occidente_libro Ferraresi

Solitudine_Il male oscuro dell’Occidente_libro Ferraresi

E giustamente trova le basi malferme, le radici malate di questo decalage antropologico in quelle rivoluzioni borghesi che ci hanno salvato da dogmatismi, gerarchie e oscurantismi vari, ma all’interno delle quali, nel tempo, si è solo edificato il santuario dell’Io, emancipato sì ma anche emaciato, senza più rapporti e rimandi a una Cosa collettiva, svincolato da responsabilità, sfibrato da moti di sfiducia e spirali vendicative verso l’altro da sé, compulsivamente attaccato a una pulsantiera di chance di acquisto e connessione che ne hanno solo demolito l’equilibrio in termini di appagamento solipsistico e conduzione patologica della propria biografia, elettrizzata, ma svuotata.

Ecco che allora ci troviamo di fronte a un minimalismo sventurato, opaco e osceno al contempo, bicefalo: quello di un’oggettività pilotata dai mercati, dai media mainstream e da uno Stato paternalistico e burocratizzato, incline a un’inautenticità che ci sagoma e scolora, dentro la quale siamo intrappolati come consumatori, spettatori, imitatori di modelli eterodiretti, e quello del ripiegamento, delle orme che si allontanano dal consorzio umano, del farsi-alone, icona di sconfitta ma anche alea discreta di un nuovo ritorno e di un trionfo vero, un’energia disseminata in attesa di essere nuovamente riattivata.

Narcisismo contro solidarismo, dualismo dei nostri tempi

Riprendendo il sociologo Christopher Lasch, Ferraresi ci dice che siamo di fronte a un individualista non più “acquisitivo” in previsione futura come accadeva per l’economia politica ottocentesca, ma che “esige una gratificazione immediata e vive in uno stato di inquietudine e di insoddisfazione perenne”. Porzione monouso contro desco familiare. Narcisismo contro solidarismo. La libertà “da” tutto quanto storicamente ci opprimeva e limitava che prende il sopravvento sulla libertà “di”, poiché stracciate le bandiere, disarcionate le autorità e disgregati i legami non si può far altro che decidere senza requie vacanze, shopping, canali, partiti, automobili, cibi, ma in un gioco di specchi con noi stessi che stressa e frantuma.

Ecco allora che la téchne prende terreno, costruisce le cattedrali della sua hybris, tracima sulle volontà, la società diventa automatica, gira vorticosamente su se stessa, non mette in questione più nulla, si auto-appaga, l’Intelletto generale si disfa, e barbarie, loneliness e dissociazione si impongono come dettato esistenziale. La convivenza implode in convalescenza. I social, il marketing, le istituzioni a pezzi, le ritualità spente, dunque, come un roccioso Idra che espropria e controlla, ma che soprattutto ci ha abituati a una precisa modalità dell’essere-al-mondo affossata di incomunicabilità, sbriciolamento dell’antagonismo e raffreddamento dei processi storici, cui rispondiamo debordianamente con le pseudo-soluzioni delle mode, dei like, di un ego delirante e di un noi fittizio.

Il libro di Matt Haig Vita su un pianeta nervoso per esplorare l’omologazione come risposta alla paura della solitudine

Con tutte le negatività che ci appiccica ai cuori e alle menti una modernità-Moloch tutta ancora da domare, come amaramente sottolinea Matt Haig nel suo Vita su un pianeta nervoso (Edizioni e/o) dove il grande tema è che per non soffrire la solitudine, insomma, e per non essere mal considerati, l’omologazione è vissuta come sopravvivenza. Il cronometro totalizzante delle abitudini, delle etichette, delle inclinazioni in cui tutti si ritrovano è visto come una coreografia globalizzata, come un grande sincronizzatore delle tonalità, delle diversità comportamentali e affettive.

La polis trasformata in un colossale gioco di ruolo, o in un ancora più inquietante Risiko, grazie alla piccola efficace stregoneria di una censura preventiva: meglio soli che mal accompagnati, ma che vale anche al rovescio con i rintocchi sinistri di una finta socievolezza.

Elogio della gentilezza e rispetto delle proprie ed altrui paure: un patrimonio umano da recuperare

Vita su un pianeta_Haig

Vita su un pianeta

La gentilezza degli atti, la concentrazione della meditazione, il rispetto delle paure di chi ci è vicino, il silenzio, l’accoglienza dei bisogni altrui, la dolcezza e la pazienza nel non accomiatarci dai nodi inquietanti di coscienze problematiche, sono un patrimonio che, in nome di un pathos arcaico e non di una razionalità ordinatrice, dobbiamo recuperare nella nostra prossimità, nella nostra politica, ci ammonisce Haig, evitando quanto più possibile il carico di una digitalizzazione e ipermediazione coatta delle nostre ore pubbliche e private, scollegandoci talvolta da tutto, perché no?, news, Facebook, spot, notifiche, squilli e click.

Ciò che, allora, tendiamo a rimuovere o a localizzare solo in dualità di tipo sanitario – chi rispetta la “normalità” e chi vi si sottrae – diventa segno di un Logos collettivo che ha otturato, dimenticato, obliterato la fioritura delle lacrime e dei sorrisi, dei volti e degli sguardi, del dolore e delle nostalgie, delle estenuazioni strazianti e dei progetti mancati: unica cifra vitale dove ciascuno perde e ritrova se stesso nella nudità dello stare al mondo, nello slancio protettivo del simile. Il segreto, dice Haig, sta “non nel diventare antisociali, ma nel non aver paura di stare da soli”. L’eremita felice si sposa finalmente al classico bravo cittadino disincantato, e anche un po’ depresso.

Carmine Castoro, scrittore e filosofo della comunicazione

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