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Il Kilimangiaro: un trekking da ricordare

È una delle vette più famose del globo. Attira ogni anno migliaia di appassionati. Che affrontano in una settimana un'ascesa impegnativa. Per arrivare a seimila metri e spaziare con lo sguardo nel cuore dell'Africa. E dell'umanità

Gea Scancarello
29 Giugno 2010

Per qualcuno è una scommessa, per qualcun altro una sfida con se stesso, per altri ancora l’occasione di un contatto unico con la natura. In tutti i casi forza di volontà e voglia di emozioni estreme non mancano a chi sceglie di avventurarsi in un trekking sul Kilimangiaro, la montagna più alta del continente africano e una delle più affascinanti del mondo intero. Un fascino che nasce dal suo alone di mistero, dalla posizione unica e, oltretutto, dalla (relativa) accessibilità: l’ascesa a 5895 metri fino Uhuru Peak, il punto più alto raggiungibile, è alla portata di tutti, o quasi.


kilimangiaro, foto di Sergio MariniBen consapevole della straordinaria attrattiva che la montagna esercita su turisti e appassionati di tutto il mondo, la Tanzania ha infatti prima delimitato l’area come Parco Nazionale, e poi studiato una serie di percorsi per ascendere alla sommità in modo da rispondere a esigenze e capacità molto diverse tra loro. I percorsi sono 5 e vanno dalla notissima Marangu Route – nota come Coca Cola Route proprio perché la più facile e quindi popolare – alla Umbwe Route, la più dura, diretta e spettacolare. Per arrivare in cima è normalmente necessario considerare una settimana di tempo imparando da guide e portatori una lezione fondamentale: il miglior alleato è la calma.

 

Al di là dell’allenamento di base necessario per affrontare l’impresa, il peggiore nemico di chi arriva alle falde del maestoso Kilimanjaro è il mal di montagna: un malessere difficilmente prevenibile – in commercio esistono delle pillole, ma cultori e habitué di trekking e scalate si dividono sulla loro efficacia – che porta come primi sintomi nausea, vomito e stanchezza diffusa, e in quelli più gravi diarrea, disidratazione e febbre anche molto alta. Impossibile stabilire a priori chi si ammalerà, ma esiste invece un rimedio universale: salire con moltissima tranquillità. Il mal di montagna è infatti collegato all’altitudine: fino a 3mila metri difficilmente si fa sentire, ma passata quella quota può arrivare all’improvviso, rendendo impossibile l’ascesa. L’unica soluzione è salire molto lentamente, prendendosi il tempo necessario e senza forzare le tappe, per dare modo al fisico di abituarsi: una lezione che i giovani difficilmente vogliono ascoltare, rendendo il Kilimangiaro una delle vette curiosamente conquistate più dai cinquantenni che dai trentenni.

kilimangiaro, foto di Sergio Marini

La lentezza consente inoltre di godere dello straordinario paesaggio e della ricchezza naturalistica della montagna: l’ascesa al cratere è come un viaggio attraverso ecosistemi e climi, passando da foreste rigogliose e incontaminate al deserto senza vita, fino ad arrivare a un universo di ghiaccio e neve dove la temperatura si attesta intorno ai meno quindici gradi. È questa varietà, oltre all’immensa bellezza di una montagna che si erge solitaria sovrastando l’Africa Orientale, a esercitare il richiamo su coloro che decidono di scrollarsi di dosso i panni del professionista o della madre di famiglia per tornare alle origini, dedicando una settimana alla fatica e al piacere della scoperta, rinunciando all’acqua per lavarsi, a cibo caldo, a ore di sonno e a tutte le comodità cui siamo abituati.

 

kilimangiaro, foto di Sergio MariniIl prezzo (in denaro) per poterlo fare dipende molto dalla soluzione che si sceglie; esistono pacchetti turistici già pronti, ma molti preferiscono arrivare in Tanzania e organizzare da lì la propria escursione. Per fare i conti a spanne, comunque, è bene sapere che la permanenza all’interno del Parco Nazionale costa 100 dollari al giorno e che l’ascesa alla vetta deve essere fatta accompagnati da una guida – non è possibile andare da soli – e dai portatori, coloro cioè che si fanno carico di tende, cibo e tutto l’equipaggiamento che non può andare negli zaini perché li renderebbe troppo pesanti. Guide e portantini hanno una tariffa, cui va aggiunta una mancia, praticamente obbligatoria, e la consuetudine di regalare loro al termine della scalata un po’ del proprio equipaggiamento tecnico, che difficilmente già possiedono (ma per i turisti esistono centri nei pressi del Kilimangiaro in cui è possibile affittare tutto il necessario, nel caso il desiderio della conquista della vetta dovesse sopraggiungere inaspettato). Includendo il volo aereo, si può quindi approssimativamente calcolare una spesa tra 1500 e 2000 euro per una settimana di trekking.

 

È invece più difficile da calcolare l’allenamento necessario per affrontare la montagna; gli esperti sono concordi nel dire che non si tratta di una vetta particolarmente difficile, ma il paragone è ovviamente fatto con altri 6mila metri in giro per il mondo. Per provare la scalata è necessario avere un po’ di familiarità con il trekking, ma soprattutto un buon allenamento fisico complessivo e molto fiato: correre una mezz’ora tutti i giorni è un buon modo per mettersi alla prova.

kilimangiaro, foto di Sergio Marini

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