Wise Society : Quando neppure le migliori menti riescono a trovare il loro posto nel mondo

Quando neppure le migliori menti riescono a trovare il loro posto nel mondo

di Vincenzo Petraglia
3 Gennaio 2022

In Italia, si sa, si fa molta fatica a valorizzare i giovani, che pure potrebbero dare tanto al Paese. Ne abbiamo parlato con Giulia Bignami, giovane autrice del libro tutto da leggere "La zattera astronomica. Come sopravvivere a un papà scienziato"

Ci sono libri che sono delle piccole chicche e che con i loro racconti ci trasportano in mondi lontani o situazioni particolari, a volte emozionanti, altre volte esilaranti. Come quello scritto da Giulia Bignami, figlia dell’astrofisico scomparso Nanni Bignami e lei stessa scienziata, che racconta la sua infanzia incredibile, a volte traumatica, spesso fantastica, con tanti divertenti aneddoti vissuti con gli occhi di una bambina che ha avuto la fortuna/sfortuna di crescere circondata da astronauti, scienziati e premi Nobel. 

La zattera astronomica Come sopravvivere a un papà scienziato (Baldini + Castoldi, 2021, 16 euro) di Giulia Bignami, classe 1990, figlia di due astrofisici, Giovanni Bignami appunto e Patrizia Caraveo, e oggi ricercatrice clinica in Scozia, è un piacevole mix tra romanzo di formazione, saggio pop e irriverente racconto di vita. Wise Society ha intervistato l’autrice, che, oltre a conversare sulla sua storia e sul suo libro, ha parlato anche del nostro Paese, della difficoltà dei giovani a trovare il loro posto nel mondo, di quello che chiedono al mondo adulto, per poter dare il proprio contributo alla costruzione di una società migliore.

giulia bignami_foto di dino sidoti

L’autrice del libro “La zattera astronomica. Come sopravvivere a un papà scienziato” Giulia Bignami (foto di Dino Sidoti).

Giulia, intanto com’è nata l’idea di questo libro?

Credo di avere avuto in testa l’idea per molto tempo prima di iniziare effettivamente a scrivere, ma solo durante la pandemia ho avuto il tempo fisico e mentale per mettere su carta, o meglio nel computer, le prime idee, anche se all’inizio non credevo sarebbero diventate un libro. Solo alla fine, riguardando tutto quello che avevo scritto, ho capito che avevo costruito la mia zattera astronomica.

Come si sopravvive a un papà scienziato?

Imparando a non prendersi troppo sul serio, come si capisce dal tono e dallo spirito che anima tutto il libro. Molto spesso l’ambiente scientifico, e accademico in generale, può finire con l’essere drammaticamente autoreferenziale, e La zattera astronomica è un ottimo antidoto a tutto questo.

Quando si ha un genitore importante o che ha fatto qualcosa di grande, è sempre un po’ difficile riuscire a vivere fuori dalla sua ombra… In cosa il suo essere figlia di un astrofisico così importante come Nanni Bignami è stata al tempo stesso un’esperienza dura e meravigliosa?

Diciamo che solo dopo essere sopravvissuti ad ore e ore di conferenze su stelle di neutroni, traversate nel mare ligure minacciati da Canadair, cene con premi Nobel antipaticissimi e colazioni con astronauti narcisisti, si riesce ad apprezzare la fortuna di aver potuto vivere tutto questo e, allo stesso tempo, di aver imparato moltissimo.

Mi racconta un aneddoto che le è rimasto particolarmente impresso nella memoria?

Copertina libro Giulia Bignami

Il libro della Bignami è il racconto a tratti esilarante e a tratti commovente di un’infanzia vissuta fra scienziati

Certamente la caccia ai satelliti, il secondo capitolo del libro, per me è stato e rimane una delle più belle e divertenti esperienze estive vissute in compagnia di mio padre.

Si tratta di una caccia in piena regola, con regole e classifiche, ma l’obiettivo è semplice: riuscire ad avvistare il maggior numero di satelliti, e occasionalmente stelle cadenti, nelle serate estive.

Si tratta di un’attività più complicata di quanto non sembri perché i satelliti non sono così facili da avvistare, ma mio papà mi ha insegnato tutti i segreti e tutte le estati, quando ho l’occasione di tornare nella casa al mare in Liguria, mi stendo sul terrazzo per andare a caccia. 

Quanto pensa i suoi genitori e l’ambiente in cui ha vissuto da bambina abbiano influito sulle sue scelte professionali, di diventare cioè a sua volta una scienziata?

Moltissimo. Essere cresciuta completamente immersa nell’ambiente scientifico è stata una grande fortuna e un elemento determinante nella formazione della mia visione del mondo.

È un dato di fatto che non di rado tendiamo a essere sempre un po’ la proiezione dei nostri genitori, di ciò che magari in alcuni casi loro non sono riusciti a essere nelle loro vite e dove vorrebbero invece riuscissimo noi… Cosa consigli ai genitori che, consciamente o inconsciamente, cercano di indirizzare un po’ troppo i propri figli? Dalle scelte di studio a quelle professionali, eccetera…

In realtà credo ci sia poco da consigliare, nel senso che i figli a un certo punto prendono in ogni caso la loro strada, a prescindere da quanto condizionamento venga imposto. Certo l’ideale sarebbe che i genitori, ma anche il resto delle figure di formazione come insegnanti e professori, svolgessero solamente un ruolo di guida, evitando imposizioni o condizionamenti.

Come se ne esce? Come si trova il giusto equilibrio trovando la propria personale strada al riparo dalle “ingerenze”, magari anche inconsce, dei nostri genitori?

Capendo che le uniche cose che ci rendono veramente felici sono quelle che vogliamo fare noi e non quelle che ci impongono gli altri. 

Com’è cambiata la vita sua e dei suoi coetanei con questa pandemia? Pensa vi (e ci) abbia insegnato qualcosa questo periodo o è stata un’occasione mancata?

A me ha insegnato il valore del tempo che credevo di non avere: sono riuscita a fare molte più cose e soprattutto a pensare di più senza le distrazioni degli spostamenti e dei viaggi. Certo ci sono anche stati molti, troppi, lati negativi in tutta questa situazione, ma preferisco concentrarmi su quello che ho scoperto di positivo.

Cielo stellato

Foto: Vincentiu Solomon / Unsplash.

Cosa chiede con maggiore urgenza la sua generazione al mondo degli adulti?

Un serio investimento, che prenda in considerazione le esigenze della nuova generazione, su tutti i piani. Bisogna tenere sempre conto che ogni investimento mancato sui giovani oggi si trasforma in mancanze nella potenziale classe dirigente di domani.

L’Italia paga ancora troppo lo scotto di una presenza ancora troppo massiccia e poco avvezza a cedere il testimone delle teste grigie nelle stanze dei bottoni del Paese?

Nelle stanze dei bottoni ci devono essere le persone con le giuste competenze. Non ci devono essere discriminazioni di età o sesso nella scelta delle persone giuste, ma bisogna assicurarsi che le persone giuste siano al posto giusto.

È anche per questo che lavora in Scozia?

Come dico spesso, io non sono un cervello in fuga, ma un cervello cacciato via. Consapevole dell’investimento che l’Italia ha fatto nella mia istruzione (vent’anni di scuola pubblica dalla materna alla laurea magistrale), ho provato dopo il mio dottorato a tornare in Italia, ma senza successo. Il grosso problema dell’Italia è che non attira talenti e fa andare via anche quelli che vorrebbero tornare.

Di cosa si occupa esattamente lì?

Sono una ricercatrice clinica e mi occupo dello sviluppo di protocolli clinici nell’ambito della diagnostica di patologie della retina. Per me si è trattato di un cambio abbastanza radicale dalla mia formazione chimica in ambito accademico, ma è un’opportunità molto stimolante che mi permette di vedere gli effettivi e reali risultati della ricerca sulla vita delle persone.

Pensa che in questa specifica fase storica la scienza non goda della fiducia che invece meriterebbe? Penso ai vaccini anti-Covid o agli allarmi, ancora non pienamente ascoltati a livello globale, degli scienziati rispetto all’ambiente e ai cambiamenti climatici…

Più che assenza di fiducia nella scienza penso che si dia voce a troppe persone che non hanno le competenze scientifiche per parlare. La ricerca scientifica e i ricercatori, spesso in Italia sottopagati e sottovalutati, sono e saranno l’unica speranza di combattere la pandemia. Non c’è altra soluzione, il resto deve o dovrebbe farlo la politica.

Una società saggia, “wise” appunto, su quali pilastri secondo lei dovrebbe poggiare?

Sull‘istruzione e sulla ricerca e quindi sui giovani perché i saggi vivono nel presente, ma pensano al futuro.

Vincenzo Petraglia

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