In occasione della Giornata mondiale della gentilezza, l’esperta Martina Cassani spiega come alcune pratiche quotidiane possono trasformare clima, relazioni e risultati nelle organizzazioni
In un tempo segnato da ritmi frenetici, relazioni sempre più digitali e una comunicazione spesso impulsiva e violenta (anche nelle parole), poco incline all’ascolto, all’empatia e al rispetto, la gentilezza sembra orami un gesto fuori moda. Eppure, proprio in questo contesto, torna a essere una risorsa preziosa e necessaria. Non solo un tratto di cortesia, ma una vera e propria competenza relazionale e organizzativa, capace di generare benessere, fiducia e coesione.
Numerosi studi internazionali hanno dimostrato come comportarsi in modo gentile produca effetti positivi sul nostro equilibrio psicologico e sulle relazioni sociali, innescando un circolo virtuoso che si riflette sulla nostra vita di tutti i giorno e anche sulla qualità del lavoro e sulla produttività.
Non è un caso che si sia sentita la necessità di istituire il 13 novembre la Giornata mondiale della gentilezza, che evidentemente risponde a un’esigenza di cui molti di noi avvertono il bisogno, un’occasione per ricordare che ogni piccolo gesto di attenzione può contribuire a costruire ambienti più umani e collaborativi.
Ne abbiamo parlato con Martina Cassani, psicoterapeuta e Senior consultant in Stimulus Italia by Telus Health, società di consulenza italiana specializzata nello sviluppo organizzativo, che aiuta le aziende a integrare il benessere psicosociale e la salute mentale nei contesti lavorativi per rendere i luoghi di lavoro più inclusivi, sostenibili e performanti. La dottoressa Cassani ha, infatti, individuato 5 pratiche per introdurre e allenare la gentilezza nei contesti professionali, che ci racconta in questa intervista.

Martina Cassani, psicoterapeuta e Senior consultant in Stimulus Italia by Telus Health
Perché oggi è importante riscoprire la gentilezza e perché è così importante, anche dal punto di vista strategico?
Perché non è solo un gesto individuale, ma una vera competenza collettiva. La gentilezza orienta i comportamenti, migliora la comunicazione e rafforza la coesione nei gruppi di lavoro. È una forma di intelligenza condivisa che favorisce benessere e performance. In fondo, la gentilezza è un elemento fondante della cultura organizzativa: aiuta le persone a sentirsi parte di un progetto comune, fa crescere la fiducia e crea le condizioni per un successo sostenibile.
Ci spiega il concetto di “nudging”? Di cosa si tratta esattamente e come può essere applicato al lavoro?
Il termine “nudging”, coniato da Thaler e Sunstein, significa letteralmente “dare una spinta gentile”. È un modo per orientare le scelte delle persone in maniera naturale, senza imposizioni o obblighi. Applicato al lavoro, questo approccio aiuta a promuovere comportamenti salutari e collaborativi, senza bisogno di regole rigide.
Ci fa un esempio?
Un esempio concreto può essere la visibilità delle buone pratiche di benessere: quando vediamo colleghi che si prendono cura di sé, che gestiscono bene il tempo o comunicano in modo costruttivo, siamo più inclini a fare lo stesso. Anche le micro-formazioni integrate nel flusso quotidiano — brevi momenti di confronto su stress, emozioni o collaborazione — sono un ottimo strumento di nudging. Persino la disposizione fisica degli spazi conta: organizzare aree comuni e sedute in modo da favorire la conversazione contribuisce a un clima più positivo. In questo senso, la gentilezza si traduce in un modo di progettare ambienti e relazioni che stimolino partecipazione e cura reciproca.

Foto: Kelly Sikkema / Unsplash
In che modo la comunicazione gentile può fare la differenza nei team?
Spesso si pensa che essere gentili significhi evitare i conflitti, ma è esattamente il contrario. Una comunicazione gentile non si misura dal tono della voce, ma dall’intenzione che c’è dietro: vuol dire ascoltare davvero, riconoscere il punto di vista dell’altro e scegliere parole che costruiscono invece di ferire. Nei team, questo si traduce in dialoghi più chiari, consapevoli e assertivi. Promuovere una comunicazione empatica riduce incomprensioni e tensioni, aumenta la fiducia e favorisce la collaborazione. Anche nei momenti di confronto o di difficoltà, un messaggio espresso con rispetto può trasformare la distanza in connessione, come pure dare e chiedere supporto.
Lei parla di “dare e chiedere supporto” come gesto di gentilezza. Non è sempre facile farlo, soprattutto nei contesti professionali…
È vero, spesso nei luoghi di lavoro si tende a pensare che chiedere aiuto sia un segno di debolezza. In realtà è esattamente il contrario: è un atto di fiducia e di umanità. Essere gentili significa tanto offrire il proprio aiuto quanto sentirsi liberi di chiederlo. Creare spazi di ascolto, gruppi di peer support o reti di Wellbeing ambassador è un modo per diffondere una cultura del sostegno reciproco. Quando le persone percepiscono che il benessere non è solo un obiettivo personale, ma una responsabilità condivisa, cresce il senso di appartenenza e diminuiscono stress e isolamento. In questo contesto, la gentilezza diventa un collante sociale, capace di unire il gruppo intorno a valori comuni.
Qual è il legame tra gentilezza e competenza emotiva, intesa come capacità di gestire le emozioni?
La gentilezza nasce dalla consapevolezza emotiva. Non possiamo essere gentili se non sappiamo prima di tutto riconoscere e accogliere le nostre emozioni e quelle degli altri. Imparare a leggere ciò che proviamo ci permette di affrontare meglio tensioni e cambiamenti, e di reagire con maggiore equilibrio. Promuovere percorsi sull’intelligenza emotiva — anche brevi — aiuta a sviluppare empatia e autoregolazione. Quando un’azienda incoraggia questo tipo di consapevolezza, le persone si sentono più autentiche e libere di esprimersi. Un ambiente che accoglie le emozioni è anche più inclusivo, perché riconosce la complessità di ciascuno: pensieri, sentimenti e vissuti diventano parte integrante del lavoro. È così che la gentilezza si trasforma in una competenza organizzativa, e non più in un gesto occasionale.
Parliamo di leadership: che cosa significa oggi essere un leader gentile?
Un leader gentile non è un leader “morbido”, ma un leader attento. Significa unire fermezza e ascolto, avere la capacità di guidare senza controllare, di affrontare i conflitti con rispetto invece di evitarli. Attraverso piccoli gesti — come un riconoscimento sincero, un momento di confronto o un feedback costruttivo — i leader gentili costruiscono fiducia e senso di appartenenza. La gentilezza, nella leadership, non è debolezza: è un modo per generare motivazione e benessere diffuso. Un team guidato con attenzione e rispetto si sente valorizzato e, di conseguenza, lavora meglio. Questo approccio migliora non solo il clima organizzativo, ma anche i risultati complessivi.
Vincenzo Petraglia

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