Wise Society : Gender gap: ci vorranno 135 anni per colmarlo

Gender gap: ci vorranno 135 anni per colmarlo

di Maria Enza Giannetto
8 Marzo 2022

Sembra sempre che le distanze si stiano accorciando, eppure, il gender gap non è così semplice da estinguere. Anzi. Secondo il “Global Gender Gap Report 2021” del World Economic Forum, si allungano di 36 anni i tempi per l’annullamento delle differenze tra uomini e donne e ci vorranno quindi ben 135 anni per superare gli ostacoli e arrivare alla parità di genere. E tra  Giornata internazionale delle donne e Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne (che non è solo fisica ma anche economica e psicologica) è il momento di confrontarsi e sciogliere un nodo molto importante: come è possibile che a vent’anni dal secondo millennio, un’altra generazione di donne dovrà aspettare ancora e ancora per la parità di genere?

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I risultati del Global Gender Gap Report 2021

Il Global Gender Gap Report 2021 parla chiaro. I risultati, le interpretazioni e le conclusioni del Report sono stati anche alla base del confronto nato in seno all’Advisory Board del Women’s Equality Festival: prima manifestazione nazionale sulla parità di genere in Italia che si è tenuta a Lecce nell’ottobre 2021. In particolare, la ricerca si è basata proprio sulla raccolta del punto di vista delle organizzazioni rispetto alla cultura di genere, per approfondire e arricchire la conoscenza delle principali strategie di azione ed evidenziare best practices, fattori critici di successo e potenziali ostacoli nello sviluppo delle azioni mirate a rafforzare la Gender Equality nel mondo del lavoro.

Gender gap: è maggiore in Economia e Politica

Secondo le varie ricerche, il gender gap complessivo si azzererà, quindi, solo tra 135 anni, mentre quello strettamente economico richiederà ancora di più. Difatti, se il Gender Gap relativo a Salute e Sopravvivenza e quello relativo all’Educazione sono quasi chiusi (rispettivamente con il 96% di gender gap chiuso a livello globale sul primo ed il 95% sul secondo), il progresso sul fronte della partecipazione economica e accesso alle opportunità da parte delle donne è ancora lento.

In particolare, la lentezza su questi parametri è dovuta all’effetto combinato di due trend opposti: la proporzione di donne fra le “skilled professionals” continua ad aumentare, così come si riscontrano progressi rispetto alla parità salariale ma le disparità rispetto al reddito totale sono lungi dall’essere risolte e si continua a riscontrare mancanza di donne nelle posizioni di leadership (solo il 27% di donne ricopre posizioni manageriali). Inoltre, il Gender Gap si intensifica nei settori che richiedono forti competenze tecnologiche: nei campi legati all’Intelligenza Artificiale, ad esempio, le donne rappresentano il 32% della forza lavoro mentre nel Cloud Computing la percentuale scende al 14%. D’altra parte come sottolinea l’esperta Mara Gualandi “Le donne nella ricerca sono poche e discriminate. E ancora, come emerge dal parametro creato in collaborazione fra il WEF ed il team LinkedIn Economic Graph, le donne hanno più difficoltà ad entrare in  campi nei quali sono sottorappresentate, come, appunto, il Cloud Computing (gap del 58%), Ingegneria (42%) o Sviluppo Prodotti (19%) e le donne continuano a essere troppo poche nella scienza.

Preoccupante ancora il Gender Gap relativo all’Empowerment Politico: solo il 22% di gap chiuso ed un peggioramento del 2,4% registrato dal 2020. Le donne, infatti, ricoprono solo il 22,6% delle oltre 35.000 posizioni parlamentari e solo il 22,6% delle oltre 3.400 più alte cariche ministeriali nel mondo.

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La situazione in Italia

Ma come è messa l’Italia in fatto di gender gap? Il report internazionale segnala un debole miglioramento per il nostro Paese, che risulta 63° su 156 Stati. Per l’Italia i parametri peggiori si confermano quelli relativi a Empowerment Politico e Partecipazione Economica ed accesso alle Opportunità. Rispetto a quest’ultimo parametro, sono in particolare segnalati come elementi critici quelli relativi alla presenza delle donne nelle posizioni manageriali, l’equità salariale a parità di lavoro effettuato ed il reddito stimato da lavoro. Insomma, restano invariati in linea di massima tutti quegli ostacoli nella vita che possono essere riassunti un una frase di Emma Bonino “Noi donne nasciamo pari ma cresciamo dispari”.

Strategie per affrontare il gender gap

L’importanza di sviluppare una sempre maggiore integrazione e cooperazione tra Stato, organizzazioni, associazioni e singoli cittadini nella cornice della sostenibilità integrata è la strategia migliore per affrontare il gender gap. Lo dicono tutti e l’obiettivo è quello di favorire lo scambio di pratiche virtuose, ampliare la visibilità del fenomeno grazie alla condivisione di quanto emerge: attività di ascolto dei needs e il monitoraggio dell’efficacia delle soluzioni adottate dai singoli soggetti. Di certo, quello che emerge forte e chiaro quale ostacolo al superamento del gender gap è soprattutto la mancanza di welfare statale adeguato: dagli asili nidi alle strutture convenzionate per anziani, dalle policy di smart working all’integrazione ed estensione del paternity leave. I servizi forniti dalle aziende – ci sono alcune imprese promosse a pieni voti sul welfare – che per il benessere delle persone percepiti come copertura di vuoti istituzionali sono anche una cartina tornasole delle carenze.

Le sfide future

Per quanto riguarda le sfide future, i principali focus riguardano il radicale cambiamento culturale che coinvolge la società nel suo complesso, l’equità salariale ed il ruolo di care giver. Il cambiamento culturale sulle tematiche di genere, ma più in generale sull’inclusione e valorizzazione della diversità è una sfida che riguarda non solo la crescita della cultura in tal senso nelle piccole e medie imprese, ma anche la società nel suo complesso. La diffusione della cultura che superi gli stereotipi di genere (anche attraverso concorsi come Sulla via della parità di Toponomastica femminile) è fondamentale che avvenga già a partire dalle scuole, luoghi cardine per formare una visione maggiormente inclusiva e sollecitare i comportamenti di rispetto reciproco dei generi fin dalla prima infanzia.

La soluzione quindi passa dalla concertazione tra istituzioni, scuola e organizzazioni. Sarà una sfida in cui le organizzazioni avranno un ruolo fondamentale: le best practice potranno essere acquisite anche dalle piccole e medie imprese. L’equità salariale è spesso emersa come il tassello fondamentale per la risoluzione della questione di genere nel suo complesso. Infine, l’ulteriore sfida riguarda il ruolo di care giver storicamente affidato alla donna, ma su cui si auspica non solo il miglioramento degli strumenti a supporto del benessere della persona e della genitorialità ed una azione specifica sullo smart working, ma la creazione di un’economia che risponda a questi bisogni fornendo servizi dedicati e creando nuovi posti di lavoro.

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La pandemia ha aumentato il gender gap

E quel che è certo è anche che la pandemia si è, letteralmente” mangiata qualche passo in avanti fatto in passato. Come sottolinea l’ultimo rapporto Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), la pandemia ha spinto 124 milioni di persone nella povertà estrema.

Ma se da un lato è emerso che sia gli uomini che le donne sono stati gravemente colpiti, dalle ricerche si evidenzia che le donne, senza distinzioni di età e area geografica, hanno subito un impatto maggiore arrivando ad essere le principali vittime economiche e sociali della pandemia. In particolare, le ricerche evidenziano che le donne hanno sperimentato tassi di disoccupazione più alti, anche in virtù del fatto che spesso sono impiegate in settori direttamente intaccati dalla chiusura e dalle misure di allontanamento sociale (es. Servizi, Turismo, Ristorazione). Dai dati Istat di Dicembre 2020 risulta che su 101.000 occupati in meno in Italia, 99.000 sono donne. Inoltre, il reinserimento delle donne è stato più lento, con tassi di assunzione più bassi e ritardi nelle assunzioni in ruoli di leadership, come evidenzia il “Global Gender Gap Report 2021” del World Economic Forum. Le posizioni di CEO occupate dalle donne sono scese al 18% rispetto al 23% registrato nel 2020, andando sotto la media dell’Eurozona (21%) e delle rilevazioni fatte a livello mondo (26%).

L’impegno italiano contro il gender gap

Il 3 dicembre 2021 è entrata in vigore la legge 5 novembre 2021 n. 162 ” Modifiche al codice di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, e altre disposizioni in materia di pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo che contiene una serie di modifiche e di integrazioni alla disciplina attuale. Fra le principali novità: dal 1° gennaio 2022 per le aziende viene introdotta una “certificazione della parità di genere” ed uno sgravio contributivo per chi ne è in possesso. Previsto anche un punteggio premiale per l’accesso ai fondi europei, nazionali.

Inoltre, l’Italia ha presentato lo scorso dicembre il Piano Operativo per la Strategia Nazionale per le Competenze Digitali, un documento ambizioso, che punta a colmare il gap digitale del nostro Paese entro il 2025 e che prevedere specifici obiettivi legati al Gender Gap. Segnali incoraggianti infine arrivano dal dibattito pubblico sul tema e dalle conversazioni online in ambito internazionale, da cui si evince che la questione di genere sia indagata in maniera approfondita, come emerge dai dati delle ricerche Google e delle conversazioni Twitter analizzati dall’Eni Datalab. Il tema “uguaglianza di genere” è presente ovunque nelle ricerche su Google, anche se l’Italia è al 71° posto dei 76 paesi considerati.

Le misure del Pnrr 

Ma non è tutto. Il Ministero dell’Economia ha presentato a luglio un documento intitolato Le diseguaglianze di genere in Italia e il potenziale contributo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per ridurle. Si tratta di un documento che oltre alla valutazione di genere ex ante in riferimento al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).  La spesa totale programmata a valere sulle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è pari a 191,5 miliardi di euro, di cui 68,9 miliardi in sovvenzioni e 122,6 miliardi in prestiti. A tali risorse, si aggiungono quelle rese disponibili dal dispositivo React-EU che, come previsto dalla normativa UE, dovranno essere spese nel periodo 2021-2023, nonché quelle derivanti dalla programmazione nazionale a valere sul cosiddetto “Fondo complementare”66, raggiungendo quindi una previsione complessiva di spesa pari a 235,1 miliardi. Il Piano, redatto sulla base del Regolamento Europeo che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF)67, si articola in sei missioni e 16 componenti.

Le sei missioni del Piano sono:
1- Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo;
2- Rivoluzione verde e transizione ecologica;
3- Infrastrutture per una mobilità sostenibile;
4- Istruzione e ricerca;
5- Inclusione e coesione;
6 -Salute

Maria Enza Giannetto

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