Portato alla ribalta da Greta Thunberg, il Flygskam (“vergogna di volare”) non è più una nicchia: sempre più spesso chi ha a cuore il clima sceglie di spostarsi in treno
Le classiche foto che raffigurano passaporti e carte d’imbarco, oppure l’ala dell’aereo che si intravede dal finestrino, sono un passepartout per fare incetta di like su Instagram? Non necessariamente. Anzi, possono diventare proprio il contrario. Ora che l’esorbitante impatto sul clima dei voli aerei è cosa nota, c’è una fetta crescente della popolazione che inizia a vergognarsi di volare. In questi casi si parla proprio di flight shame – o, per riprendere il termine svedese, Flygskam.

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Cos’è il flight shame
Perché dirlo in svedese? Perché tra le capostipiti di questo movimento c’è Greta Thunberg, icona dell’ambientalismo globale e ora anche della campagna contro lo sterminio del popolo palestinese. Da anni Thunberg dà pervicacemente l’esempio in prima persona: dopo aver attraversato più volte l’Europa in treno e l’Atlantico in barca a vela per essere presente ai principali summit internazionali sul clima, ha anche viaggiato a bordo della Global Sumud Flotilla che ha cercato di forzare il blocco navale israeliano su Gaza.
Anche grazie all’enorme risonanza mediatica dell’attivista svedese, si è venuta a consolidare una sempre maggiore consapevolezza su quanto volare in aereo non sia un gesto neutrale. Perché ha un impatto, in termini di emissioni di gas serra, ben superiore rispetto a qualsiasi altro mezzo di trasporto. Da qui il flight shame, letteralmente “vergogna di volare”: chi crede nella causa climatica, e magari prende posizione pubblicamente, inizia a pensarci due volte prima di scegliere l’aereo per viaggiare.
L’enorme impatto sul clima dei voli aerei
Al di là della sensibilità personale, che può essere più o meno spiccata, il flight shame nasce da alcune considerazioni oggettive. Nell’Unione europea – fa sapere Transport & Environment (T&E) – le emissioni dei trasporti sono aumentate di oltre un quarto dal 1990 a oggi. E, in controtendenza rispetto a quelle del resto dell’economia, continuano a crescere. Quelle dell’aviazione, in particolare, sono raddoppiate nell’arco di trent’anni.
Stando alle stime del dipartimento britannico per la Sicurezza energetica e il net zero, un volo domestico ha una carbon footprint di 246 grammi di CO2 equivalente per chilometro percorso da ogni passeggero. Un’auto, a diesel o a benzina, si attesta poco sopra i 170 grammi e un autobus non raggiunge i 100 grammi. Un treno nazionale si ferma ad appena 35 grammi di CO2 equivalente per passeggero.
Fatta eccezione per la parentesi legata alla pandemia, si vola sempre di più. A livello europeo, continua Transport & Environment, i voli in partenza nel 2024 sono stati 8,4 milioni e hanno emesso circa 187,6 Mt (milioni di tonnellate) di CO2. Tornando sostanzialmente ai valori pre-Covid: in termini di numero di voli è il 96% rispetto al 2019, in termini di emissioni il 98%. E a trainare questa crescita non sono gli intercontinentali, per cui non esistono alternative valide, ma i voli intraeuropei. Quelli che – volendo – potrebbero essere sostituiti da un viaggio in treno: più lento, forse un po’ meno confortevole, ma non privo di fascino. È questa la strada scelta da chi opta per il flight shame. Non tanto puntare il dito contro chi continua a preferire l’aereo, quanto piuttosto dimostrare con l’esempio che c’è un modo più sostenibile per viaggiare e incoraggiare amici, parenti e follower a fare lo stesso (in questo caso si parla di train brag, in svedese tågskryt).

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Le conseguenze del flight shame per il turismo
Ma il flight shame ha, o avrà, conseguenze sul settore turistico? Prova a rispondere a questa domanda un paper pubblicato sul Journal of Tourism Futures. È vero infatti che questa è una tendenza che non può essere ignorata, ma è anche vero – e i trend degli ultimi anni lo testimoniano – che l’essere umano è intrinsecamente restio al cambiamento.
Il tipico divario atteggiamento-comportamento descritto dagli studiosi trova una sua tipica espressione proprio in questo ambito: a parole tutti (o quasi) si dicono consapevoli dei cambiamenti climatici ma, quando si tratta di scardinare abitudini consolidate, subentrano forti resistenze. Soprattutto se, come denuncia Greenpeace, i voli sono mediamente più economici dei treni nel 54% delle 109 principali tratte transfrontaliere europee. E non sono differenze da poco: in certi casi arrivano a costare 26 volte in meno.
Insomma, alle condizioni attuali lo studio ritiene improbabile che il Flygskam diventi mainstream. Ma è comunque la punta dell’iceberg di un fenomeno ancora più ampio, l’ecoansia, cioè la preoccupazione cronica legata alla crisi climatica e ambientale. Un’emozione che non può essere derubricata come una moda, in un mondo sempre più sconvolto dal riscaldamento globale. E che, pertanto, avrà ripercussioni molteplici e durature.
Valentina Neri

